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sabato 22 luglio 2017

RICETTA KRIMINALE seconda puntata

© 2017 Stefano di Stasio. I racconti qui riportati sono opera di fantasia, ogni riferimento a fatti/persone realmente accaduti/esistenti è puramente casuale. La riproduzione è vietata, gli eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.
Dalla puntata precedente:
Меня зовут Кристина Сорокеан
… Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.

In Moldavia ho frequentato le superiori e poi anche l’università nella capitale Chișinău, ho preso due diplomi in Economia. Avevo 21 anni, l’età giusta per rendermi conto che ero intelligente, sfacciatamente bugiarda e anche molto troia. Mi vedevo con un mio collega, si chiamava Pietro, ma lui non mi faceva godere, perché quando chiavava, dopo due, tre colpi nella mia fica arrivava subito. E io ero più arrapata di prima. Allora cominciai a fare il giro delle discoteche di notte a Chișinău in cerca di cazzi. Me ne facevo cinque, sei a notte di uomini e alla fine, ma proprio alla fine, riuscivo ad avere un orgasmo e questo mi bastava, fino al giorno dopo.
Mia sorella Bictoria era il contrario di me, lei conviveva da anni con lo stesso ragazzo e penso che chiavasse solo con lui, noi due non parlavamo di queste cose quando ci vedevamo.
Frequentando gli ambienti notturni, venni in contatto con due tizi un po’ fuori dal comune. Erano abbastanza giovani, sotto i 30 anni, parlavano russo. Uno di loro aveva una grossa cicatrice sulla guancia destra e l’altro zoppicava perché aveva la gamba sinistra più corta dell’altra. Fra un cocktail e l’altro, facendo gli occhi dolci, e scoprendomi le gambe fino allo slip, feci loro sciogliere la lingua. Mi dissero che erano stati mercenari nella guerra civile a Donetsk e a Sloviansk, in Ukraina e che dopo 15 mesi avevano deciso di smettere perché i filorussi non li pagavano più come all’inizio della guerra, quando arrivavano milioni di dollari dalle casse della polizia segreta di Putin. Anche per loro, come per tanti altri mercenari, erano diventati pochi gli 80 dollari di paga, pochi almeno per rischiare il culo dopo che i nazionalisti Ukraini si erano cominciati a organizzare. Mi disse che all’inizio era una pacchia sparare a quel branco di cani randagi, abbandonati dai burocrati corrotti di Kiev. Ma poi si erano formati dei battaglioni spontanei provenienti dagli oblast di L’viv e Ivano Frankivsk. Mi parlò di un certo battaglione Dombass e del suo comandante, che portava sempre il passamontagna, e mi disse che erano stati loro, nonostante l’invio a rinforzo del battaglione Azov, che era filorusso, a tendere al loro gruppo un’imboscata nei boschi dell’Ukraina dell’est. E che in quella occasione lui si era beccato una pallottola che gli aveva perforato la guancia e l’amico un pezzo di mortaio che gli aveva tritato via un pezzo della gamba. Mi disse anche che gli Ukraini hanno dei bravi cecchini, perché in ogni campagna vanno sempre a caccia di bracconaggio.
Io li ascoltavo, facendo gli occhi dolci e accarezzandomi ogni tanto i miei capelli castani, ma a me della guerra non me ne fotteva un cazzo. Anzi, i racconti dei due avevano avuto l’effetti di eccitarmi e mi sentivo la fica tutta bagnata. Perciò avevo cominciato a guardare con insistenza il rigonfiamento dei pantaloni sotto la cintura di quello con la cicatrice. Lo attirai con la scusa di fumare, fuori della porta d’emergenza della discoteca e lì in mezzo ai bidoni della spazzatura lo toccai come so fare io. Ce l’aveva grosso, non mi ero sbagliata. Dopo 2 minuti avevo la sua grossa cappella in bocca e dopo 3 minuti eravamo in bagno a chiavare. Mi godevo quel cazzo enorme e pensavo a quando l’avrei raccontato a Pietro, così tanto per demoralizzarlo, lui lo aveva piccolo. Il mercenario russo, si chiamava Igor, mi sbattette per bene, a me piace farlo in modo violento e lui mi cacciò una mano in gola per tenermi mentre andava su e giù con il suo arnese nella mia fica. Sborrò, emettendo dei grugniti animaleschi, ma lo fece prima che io riuscissi ad arrivare. Però ci rivedemmo e, la volta dopo, ci riuscii anch’io, perché, facendo la troia e parlando con altre mie amiche moldave molto zoccole, scoprii che, se mi facevo leccare la fica, riuscivo a arrivare prima.
Ah! Non ve l’ho detto: quando io godo espello un sacco di muco dalla fica, sembra davvero una eiaculazione femminile, devo asciugarmi con un fazzoletto di carta. Igor non era entusiasta di leccarmela e di prendersi i miei succhi sulla lingua, gli sembrava un gesto degradante per un uomo vero. Ma poi gli dissi che se non lo faceva, io non avrei più chiavato con lui e, perciò, Igor cedette. Adesso ero io che godevo per prima dopo mezzo minuto di leccata e, quindi, mi tolsi la soddisfazione di lasciarlo anche in bianco qualche volta. Gli dicevo  “io sono così”,  e me ne tornavo a bere e a ballare mentre Igor rimaneva come uno stronzo fra i bidoni della spazzatura o nel cesso e lo sentivo che bestemmiava in Russo. Che risate!
Comunque con Igor chiavavo con un grande cazzo, che riusciva a riempire bene la mia fica e a farmi sentire una vera troia e la relazione andò avanti per qualche mese.
Nel frattempo, avevo lasciato per sempre quello scemo di Pietro, ce l’aveva troppo piccolo e, soprattutto, adesso non mi serviva più.

CONTINUA
© 2017 Stefano di Stasio, rubrica Prospettiva Monka


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