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domenica 23 luglio 2017

RICETTA KRIMINALE terza puntata


© 2017 Stefano di Stasio. I racconti qui riportati sono opera di fantasia, ogni riferimento a fatti/persone realmente accaduti/esistenti è puramente casuale. La riproduzione è vietata, gli eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.


PUNTATA 1.
Меня зовут Кристина Сорокеан
… Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.
PUNTATA 2.
… quello scemo di Pietro, ce l’aveva troppo piccolo e, soprattutto, adesso non mi serviva più.

PUNTATA 3.
Cominciai a chiedere dei soldi a Igor, eh sì, mi servivano per comprarmi delle cose belle per me. Me le meritavo per tutte le volte che gli prendevo quella enorme cappella in bocca e nella fica. Ma in bocca non lo facevo venire però, che volete a me lo sperma mi fa schifo ma il cazzo mi entusiasma, e anche quando mi sborrano nella fica godo come una porca, ma sulla pelle e sulle mani proprio non lo sopporto. Igor mi diede in due mesi 4000 dollari e con quelli mi comprai una BMV di seconda mano colore blu notte. Io Ristinka Orocean a bordo di quel bolide 2000 di cilindrata, andavo da Chișinău a Drochia che sono più di 100 km in un’ora, ed è un record visto le strade che ci sono in Moldavia. Mi piaceva sfrecciare alla guida con lo stereo a tutto volume per le strade di Drochia, con gli occhiali da miliardaria e i vestiti firmati. Mi sentivo invincibile. A mio padre, per telefono, dissi che la macchina me l’aveva prestata un avvocato celebre di Chișinău con il quale avevo stretto una tenera amicizia. E lui, mio padre, quel povero morto di fame e di fatica, che lavorava a Sochi in Russia per 700 dollari al mese, quando glieli davano, come guardiano notturno di una fabbrica, non solo ci credette, ma addirittura si entusiasmò interessandosi al fatto se “l’avvocato” era già sposato o no. Io risposi a mio padre “Ma che dici papà, io non faccio amicizia con gli uomini sposati!”. Se la bevve subito anche mia sorella Bictoria, che all’epoca soffriva pene d’amore perché il fidanzato, con il quale conviveva, aveva alla fine dato ascolto al padre, il quale gli aveva sempre detto che Bictoria non era la ragazza giusta per lui.
Mia madre e mia nonna non mi credettero. Sapevo che la nonna, da giovane aveva lavorato in un bordello per i soldati dell’armata rossa in una delle zone del Volga, durante la grande guerra, anche se non ci aveva guadagnato granché, solo una pensione minima dell’Unione Sovietica quando il conflitto era finito. Anche mia madre da giovane aveva lavorato di fica a Chișinău in un locale notturno negli anni ’80 quando era caduto il muro di Berlino. Lei si era comprata la fattoria dove abitavamo ora con i guadagni di sesso mercenario, e poi aveva conosciuto mio padre, al quale aveva fatto credere di essere addirittura vergine, sottoponendosi a una piccola operazione di chirurgia plastica per la ricostruzione dell’imene. Dunque, mia madre, quando mi vide al volante della BMV, mi guardò torva e disse “Ristinka stai attenta a quello che fai, bada di non esagerare con l’amore!” e ci capimmo subito perché avevamo parlato un sacco di volte di come chiavare e dei trucchi per non restare incinta, e tra di noi questo lo chiamavamo amore.

Dopo due mesi, Igor non aveva più un dollaro e cominciò a bere e a essere nervoso. Allora cominciai a esplorare i suoi amici, gli uomini che lui mi aveva presentato nei locali delle notti brave a Chișinău.
Ce n’era uno, un cecoslovacco, si chiamava Ektor, diceva di lavorare nell’import/export di vini con l’Italia. Non era un mercenario, era basso e tarchiato, sulla quarantina, ma, cazzo, come era pieno di soldi! Non potevi non accorgertene, perché quando offriva da bere, tirava fuori dalla tasca una mazzetta di banconote da 100 dollari, solo banconote da 100. Non gli avevo mai visto in mano una copiura da 10 dollari. Cominciai a fargli gli occhi dolci, quando Igor era al bagno o quando era brillo. Soprattutto cominciai a scoprirmi il culo alzando la gonna e inarcando la schiena appoggiata con le braccia al bancone del bar. Ektor non era dotato come Igor, lo capivo dal fatto che, nonostante mostrasse segni di eccitazione e occhi pieni di voglia quando facevo la troia, la patta dei suoi pantaloni rimaneva sempre a livello base senza che si alzasse nessuna tenda dei pantaloni all’altezza dell’inguine.  
Comunque ci stava. Fu lui a dirmi: “Ristinka, tu sai parlare quattro lingue, il russo, il rumeno, l’albanese e il bulgaro. Ho in mente un lavoretto per te, puoi guadagnare tutti i soldi che vuoi. Ma mi serve un atto di interesse da parte tua” e nel dirlo mi guardò la minuscola mutanda nera che si intravedeva fra le mie natiche.

Capii al volo dove voleva arrivare e mi detti da fare a chiedere alle mie amiche più zoccole come si faceva a farselo mettere in culo. Devo dire che non ne trovai molte in grado di darmi spiegazioni esaurienti, perché da noi la religione ortodossa considera la sodomia un peccato gravissimo, un po' come i musulmani sunniti.
Comunque Ektor mi diede appuntamento due giorni dopo in un albergo di Chișinău. Inutile dire che mi ero sbarazzato di Igor, dicendogli che ero rimasta incinta di un altro, e mi ero messa pure a piangere, e quello stronzo ci aveva subito creduto. Mi aveva perfino dato gli ultimi 50 dollari che aveva in tasca, raccomandandomi di abortire.
Nella stanza di albergo Ektor indugiò a spogliarsi, allora io lo feci arrapare un po strusciandomi al suo davanti con la mia schiena e mostrandogli culo e tette. Quando si tolse le mutande, capii perché era stato titubante. ce l'aveva davvero piccolo, in erezione era lungo, forse, 12 centimetri, quanto il dito indice di Igor.
Lo presi in bocca un po’, poi lui mi chiese il culo. Io feci finta di essere timorosa e gli chiesi di usare tutta la delicatezza di cui era capace. Allora lui tirò fuori dalla borsa di pelle che usava per lavoro un flacone che conteneva  una sostanza oleosa trasparente. Quando gli chiesi che cosa fosse, mi disse che era l’olio alimentare che si versa, in piccolissime quantità, sulle damigiane di vino e sui tini, in modo che si formi una sottile pellicola di olio che impedisca al vino di ossidarsi all’aria. Me lo feci versare in mano, e mi unsi per bene lo sfintere. Quindi mi misi sul letto nella posizione della pecora o della cagna come dice qualcuno. Ektor si avvicino. Da sotto alle gambe con le mani gli presi la minuta capocchia e me la appoggiai sul buco. Gli ingiunsi di non muoversi finché glielo avessi detto io. Le mie amiche porche mi avevano spiegato che bisogna concentrarsi per aprire lo sfintere, e che è questo il punto difficile perché, di riflesso naturale, il muscolo tende a contrarsi quando sente il contatto con un corpo esterno. Però, io mi rilassai, e cominciai a esercitare i muscoli sotto il buco e lentamente, tenendo il cazzo di Ektor fermo fra le mani, a spingere. Dopo pochi minuti, riuscii a vincere il riflesso involontario e feci entrare la piccola cappella nel mio culo. A questo punto, mi girai  e con voce finta di eccitazione gli dissi “chiavami bene amore, voglio tutto il tuo cazzo fino in fondo al mio culo!”. Quel coglione non capì più nulla, comincio goffamente ad andare davanti e indietro. Era talmente fatto di voglia che uscì con la capocchia diverse volte e, tutte le volte, con lo stesso metodo, gliela riafferrai con la mano e me la rimisi dentro, perché lo sfintere, una volta dilatato rimane aperto per molto tempo. Ora il cazzo ballava nel mio culo, sentivo lo sbattere delle palle di Ektor contro le mie natiche, ma, anche se finsi di provare piacere, non sentivo proprio niente.
Il suo uccello era troppo piccolo. Nei miei pensieri, mi mangiai le mani di non aver provato quella pratica col pisello di Igor, allora sì che avrei goduto come una vera troia! Ma ora Igor era andato, non aveva più soldi e non mi interessava più.
Dopo qualche minuto di andirivieni, il cazzo cecoslovacco mi spruzzò molto sperma nell’ampolla rettale, provocandomi un fastidio che non conoscevo. Mi girai di scatto, lo mandai a fare in culo in Romeno e corsi n bagno a lavarmi. Gli spruzzi di sperma mi avevano provocato un prurito fastidioso nel culo. Quando uscii dal bagno quello stronzo era seduto sul letto con l’aria beata, e si guardava il cazzo che si era ridotto, a riposo, alle dimensioni di una lumaca.
Io mi rivestii subito e, assunta un’aria severa, gli dissi decisa: “Ora parliamo di affari!”.
CONTINUA

© 2017 Stefano di Stasio, capitoli della serie Ricetta Kriminale



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