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mercoledì 30 agosto 2017

CONFESSIONI 4 di una PROSTITUTA MOLDAVA
Il kit-base: passaporto Moldavo a nome falso e cellulare Italiano intestato a nessuno

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge. I nomi citati in questa rubrica sono di fantasia. Viceversa, i fatti a cui si fa riferimento sono ispirati a quelli liberamente narrati dalla protagonista, preventivamente  informata di parlare con un giornalista, a fronte di un lauto compenso in denaro in cambio delle notizie esclusive rivelate a PeF.

PUNTATA 1 di “CONFESSIONI di Yelena/Elvira prostituta Moldava”:
PUNTATA 2 di “CONFESSIONI di Yelena/Elvira prostituta Moldava”:
PUNTATA 3 di “CONFESSIONI di Yelena/Elvira prostituta Moldava”:

Pubblichiamo la parte 4 dell’intervista a questa giovane Moldava, venuta in Italia sotto copertura dell’attività di meretrice. In questa parte ci racconta delle cose essenziali che si è procurate per venire in Italia a delinquere, ovvero un passaporto a falso nome rilasciato regolarmente dalla autorità competente della repubblica Moldova e un cellulare italiano intestato ad un anonimo inesistente o deceduto, oppure a una ditta fantasma.
Hint for soundtracks:

Mi chiamo Yelena Serpocean, questo è il nome falso sul mio passaporto vero ottenuto corrompendo un funzionario della milizia, e sono nata in Moldavia 24 o 25 anni fa, nella Transnistria, quella al confine con l’Ucraina. Dalle mie parti commerciano tutti in armi che esportano in tutta Europa. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è ELVIRA…

Oggi mi hai leccato bene la fica e a me mi piace troppo assai, come dite voi qua. Ti voglio fare un regalo per il tuo blog, come cazzo hai detto che si chiama? Ah, Parole e Fotografie. Però questa notizia è una bomba e ti costerà un extra di 1000 euro, oltre ai 5000 che già mi hai dato per queste interviste.

Ti voglio raccontare che cosa occorre a una come me, che viene da una rispettata famiglia di fuorilegge Moldavi, per venire a fare la prostituta e la criminale anche in Italia. E a prendere contatti internazionali per i nostri affari, lo sai che parlo correntemente quattro lingue e, adesso, anche l’Italiano.
La prima cosa è procurarsi in Moldova un passaporto a falso nome. Ci sono due metodi. Uno è quello di inventarsi un nome totalmente falso, come ho fatto io. L’altro è quello di ritoccare il proprio cognome come ha fatto per esempio Diana, la puttana che lavora con me in questo posto di campagna qua in Italia.

Ti dico come ho fatto io. Dopo il liceo sono andata all’università a Iasi e mi sono iscritta alla facoltà di economia aziendale. Io la sera mi ubriacavo e prendevo cazzi, ma qualche mia collega era una studentessa modello. Ce n’era una in particolare, aveva due anni più di me, che mi stava sul cazzo. Era una brava ragazza, stava sempre a studiare e quando parlava con un uomo diventava rossa, invece di squadragli il rigonfio che aveva fra le gambe sotto i pantaloni.
È inutile che ti dico che adesso lei è manager di un albergo a Chisinau, mentre io sto qua a fare la puttana e a trafficare cocaina.

Allora, quando mi diplomai in economia e decisi che il lavoro onesto non faceva per me, andai all’ufficio passaporti e comincia a fare gli occhi dolci all’impiegato panciuto della repubblica Moldova che lavorava là. Gli dissi che mi serviva un passaporto con un altro nome, ma prima gli feci un bucchino. Da noi le donne non lo fanno ai mariti, molte no sanno nemmeno che cos’è, ma io ho imparato presto perché sono brava con internet. Lui lo apprezzò molto e io gli promisi di fargliene uno al giorno per una intera settimana. E così successe. Però volle anche 500 euro quel figlio di puttana.
A quei tempi, e ancora adesso, era facile farsi rilasciare un documento falso, me lo spiegò un mio cugino di Drochia che traffica in armi con il medio oriente, perché non esisteva il chip con i dati biometrici. Non esiste tuttora dato che è obbligatorio solo per i cittadini dell’Unione Europea. Il difficile era ottenere il primo passaporto con falso nome, perché quando lo rinnovi, viene automaticamente ricopiato quello che c’è scritto nel passaporto vecchio.
Gli amici di mio cugino, criminali più esperti di lui che ha più o meno la mia stessa età, mi consigliarono di fare una foto tessera in bianco e nero con una acconciatura dei capelli a caschetto che nascondesse quanto più possibile i tratti laterali del viso. Il bianco e nero serve a non far vedere il colore dei capelli e degli occhi e i miei sono grandi e verdi, si notano.
Indovina che nome feci scrivere sul passaporto? Lo hai indovinato eh? Sei un figlio di puttana anche tu, giornalista del cazzo!
Quando ebbi ottenuto il passaporto nuovo fiammante intestato a Yelena Serpocean, feci le pratiche per avere un visto turistico per l’Italia. Dura tre mesi. Il trucco è fare un biglietto di andata e ritorno e di dichiarare un nome di un’amica inesistente quando sbarchi all’aeroporto di Fiumicino. Poi il biglietto di ritorno lo butti nel cesso e fai perdere le tue tracce in Italia. Nessuno controllerà mai al momento se quell’amica esiste davvero o no, quello che è importante è che dici alla polizia di frontiera italiana un nome vero di via di una città.


    © 2017 foto Stefano di Stasio                       © 2017 foto Stefano di Stasio

Così sbarcata in Italia, contattai il camorrista vicino Aversa che mi aveva presentato un mio connazionale che ha un traffico di armi internazionale, al quale ero arrivata tramite gli amici di mio cugino.
Questo mi mise in contatto con un poliziotto che aveva una casa a Carinaro, vicino Casaluce, che mi affittò per 250 euro al mese, in nero e senza contratto. Il proprietario cerca di evitare qualunque contatto diretto con me, ha paura di essere scoperto, anche i soldi glieli lascio sul tavolo il 20 di ogni mese. Il poliziotto ha affittato la casa anche a due Albanesi che lavorano tutto il giorno nelle campagne e tornano a casa solo la sera. La bolletta della luce è unica, è intestata a nome del poliziotto. Figurati che cerca di imbrogliarci anche su questo, quello stronzo! Ci vuole far pagare la bolletta due volte, una a me e una agli Albanesi. Ma l’ultima volta gli Albanesi si sono incazzati e così ora non ci prova più.

Per fare la puttana mi serviva soprattutto un telefono cellulare. Parlai con il camorrista e questi mi procurò una scheda SIM intestata a un Italiano che non esiste. Io direttamente non potevo comprarla, perché il mio passaporto, anche se era falso, avrebbe schedato il nome con cui dovevo “lavorare” in Italia.
Lo sai come fanno a proccurare queste SIM e anche altre cose che poi ci passiamo fra puttane, come le SMART?
Si inventano sulla carta delle società fantasma, che usano per riciclare i proventi dei camorristi o per fingere di svolgere subappalti di lavori più grossi. Queste società non esistono, non c’è la sede, né chi ci lavora ma comprano, intestate a nome della società per esempio 30 cellulari con SIM e 5 SMART. Poi, se le prostitute si affiliano al clan di camorristi, le danno il cellulare nuovo di pacco più la SIM con il nuovo numero intestato alla società fantasma, e se lei è d’accordo a fare da corriere della cocaina e/o ad andare a chiavare dai camorristi agli arresti domiciliari, le danno anche la SMART.

     © 2017 foto Stefano di Stasio                       © 2017 foto Stefano di Stasio

Il resto lo sai già. Quando mi fermano i carabinieri o la polizia locale , mostro la fotocopia del passaporto e do l’indirizzo falso. Non mi troveranno mai! E anche se mi trovano, che mi possono fare? Mi rimandano in Moldova? E io vengo di nuovo con un nuovo passaporto e un nuovo nome, chi se ne frega!
Io mica mi chiamo Yelena Serpocean veramente!
A parte che quelli della polizia locale, dopo aver distribuito verbali da 500 euro ai miei clienti di mattina, ritornano in borghese di pomeriggio e vanno a chiavare con la mia collega, quella Romena che sta un po' più in là che sembra un trans e parla in dialetto di Salerno, lei ha fatto la puttana a Salerno per 5 anni.
Perché mi faccio chiamare ELVIRA? Perché con le chiavate e i bucchini si guadagna poco da queste parti. Molti mi chiedono anche lo sconto, vogliono fare per 15, anche per 10 euro! E allora i miei amici mi hanno procurato un lavoretto part-time che posso fare mentre faccio la puttana, diciamo che faccio il vigile delle consegne di cocaina, dopo ti dico qualcosa in più.
Scelsi come nome di puttana quello di ELVIRA perché a Casaluce c’era una donna un po’ più grande di me che spacciava cocaina. Così potevo dire che ero io a chi non la conosceva personalmente. Ora a questa donna l'hanno arrestata perché ha sputato in faccia un carabiniere durante una perquisizione domiciliare.

Un giovedì di gennaio 2016, il 14 gennaio, mi feci accompagnare in questa campagna da uno che mi chiavavo in quel periodo, si chiamava Lorenzo e faceva l’operaio delle macchine movimento terra nelle imprese edili della camorra, e cominciai le mie due attività lavorative parallele. Il lavoro di vendere la fica e quello di sorvegliare sulla consegna della cocaina.
La cocaina arriva direttamente via nave, e viene portata qua dai furgoni bianche di Rumeni e Bulgari in sacchi sigillati. Io so parlare Romeno, Bulgaro e Albanese. Se li fermano a un posto di blocco durante il trasporto, nessuno di loro può rivelare un cazzo.  Secondo te i vigili di Capua che stanno sempre da me e dalla mia amica trans, sanno parlare il Bulgaro e l'Albanese? Il mio amico avvocato di Aversa mi dice che nemmeno l'Italiano sanno scrivere. Carabinieri e polizia locale non si insospettiscono, loro dicono "noi muratori, non sapere parlare Italiano", cioè che fanno i muratori, girano sempre con attrezzi da edilizia nel furgone. Mi segnalano che sono loro perché portano dei tubi da grondaia fissati sul tettuccio del furgone IVECO. Lasciano la cocaina in sacchetti di 200 grammi sigillati e mischiati a altra roba da buttare, tutto in sacchi di plastica grigia che qua non si trovano, li mettono proprio là, dietro a quella duna di terra, dove sta quella piccola discarica abusiva, mischiata alla immondizia normale. Là ci vado a chiavare con i clienti.
Io sorveglio che nessuno mette le mani sui sacchetti di cocaina, finché, nella stessa giornata, i piccoli trafficanti di Casaluce se la vengono a prendere, fingendosi anche loro miei clienti.

Che ne pensi? Hai capito perché fra tanti paesi ho scelto proprio l’Italia?

© 2017 testo e foto Stefano di Stasio


venerdì 25 agosto 2017

Intervista a Diana Donetsk: ti spiego come io prostituta truffo al mio cliente 450 euro


Diana Donetsk: prostituată ca eu pot ieftin clientului meu 450 EUR

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

Parole e Fotografie riesce a farsi rilasciare, dietro congruo pagamento della prostituta intervistata, questa intervista che proponiamo ai lettori.

SOUNDTRACK CONSIGLIATA:

Mi presento: sono Diana Donetsk, sono Romena del distretto di Harghita in Transilvania, e faccio la prostituta di professione in Italia da 5 anni. In realtà mi chiamo diversamente, ho corrotto i funzionari dell'ufficio passaporti di Bucarest e ho fatto alterare il mio cognome sul mio passaporto. Adesso quello sulla carta d'identità italiana è completamente falso. Ho 37 anni. La mia specialità è la truffa ai clienti. Non sono più giovane e devo truffare se voglio guadagnare, i 20 euro di tariffa standard non mi bastano. Mia madre vive con me, lei lo sa che faccio la puttana e che con i soldi che guadagno mantengo anche lei in Italia.

La cosa funziona così: quando mi contatta un cliente nuovo, là sulla strada di campagna dove faccio la puttana insieme a Cristina, quella delle puntate precedente sul tuo blog Parole e Fotografie, io gli dico che lo devo conoscere meglio e perciò non gli faccio intostare il cazzo la prima volta che vado con lui.

Il cliente Italiano è stupido e ci casca quasi sempre. Quindi ritorna, perché non è stato soddisfatto e gli ho fatto venire il dubbio che è impotente. Quando ritorna io gli faccio assaggiare la fica, ma un poco, non tanto, e aspetto che lui mi chieda qualcosa in più. 
Che cosa? Ma di chiavare senza preservativo naturalmente!

    © 2017 foto Stefano di Stasio                        © 2017 foto Stefano di Stasio

A questo punto ce l’ho per le palle. Gli dico che lo posso fare, io prendo regolarmente la pillola anticoncezionale, ma che sarebbe meglio in albergo. Ma che mi deve dare 200 euro, perché è rischioso per me chiavare senza protezione. Gli dico che faccio un’eccezione, perché lui è uno che mi piace molto. Prendo un appuntamento di massima per la sera, lontano da dove batto la mattina e il pomeriggio, ma non per il giorno stesso. Gli do appuntamento dopo due giorni.
Nel frattempo gli do il mio numero di telefono, perché gli dico non si sa mai, e mi faccio dare il suo. Lui è contentissimo, perché gli ho fatto i complimenti e gli ho dato il numero di telefono.

Nei due giorni precedenti lo contatto al telefono e comincio a inventarmi un sacco di palle: che mio padre è morto da otto mesi, che sono povera, che devo mantenere mia madre e gli chiedo 200 euro. Mi faccio mandare i soldi per posta con un vaglia postale, io ho un indirizzo di residenza a Casagiove, vicino Caserta. 
Gli prometto che farò la troia con lui al nostro appuntamento che mi farò chiavare nella fica, in bocca e in culo senza preservativo, che mi farò sborrare sulle tette e sulla schiena, e altre porcate del genere. 
Lui si arrapa per telefono, pensa a queste porcate e mi invia i primi 200 euro per posta con vaglia veloce. Io vado all’ufficio postale, riscuoto e immediatamente rilancio.

Mi invento una seconda scusa, questa volta legata alla prima. Per esempio, se ho detto che i soldi mi servivano per il funerale di mio padre, gli dico che ho visto dei biglietti economici di aereo per la Romania e che i biglietti economy finiscono subito. 
Gli chiedo così altri 250-300 euro. A questo punto, lui non molla perché pensa a quando ci incontreremo, ha gli ormoni alle stelle, per illuderlo gli dico anche a quale albergo lo aspetterò all’ora stabilita e al giorno stabilito. Che non se ne pentirà, che io sono diversa dalle altre puttane e soprattutto da Cristina che, lo sanno tutti, è una trafficante di cocaina sotto copertura dell'attività di prostituta. Lei si è scelta perfino il nome di puttana, ELVIRA, uguale a quella di una trafficante vera Elvira Santafata, che è stata arrestata per traffico di cocaina qualche settimana fa. Così a chi la contatta e non sa che faccia ha la vera Elvira, lei dice che è lei la persona giusta e gli vende la cocaina. Naturalmente, mentre fa la puttana, così nessuno se ne accorge, e se passano i carabinieri, le chiedono pure se ha abbastanza clienti e se possono fare qualcosa di utile per lei.

Quando il pollo mi manda la seconda rata di 250-300 euro per posta, io vado, riscuoto e sparisco. 
Se lui mi telefona, io gli dico che non lo conosco e che non mi deve seccare con le sue telefonate, perché altrimenti lo denuncio per stalking
Considera, caro giornalista di PeF, che più del 90% dei nostri clienti è sposato e una minaccia di denuncia è quello che lo spaventa di più, non tanto per la cosa in sé, ma perché così lo vengono a sapere la moglie e i parenti della moglie.

    © 2017 foto Stefano di Stasio                        © 2017 foto Stefano di Stasio

Non solo: io così ci guadagno 450-500 euro puliti, senza nemmeno metterci la fica.

Se qualcuno si arrabbia? No non si incazza nessuno, e poi i Carabinieri ci conoscono e se qualcuno va in caserma per denunciarci gli dicono te la sei andata a cercare.
Figurati che anche i carabinieri e i poliziotti vengono a chiavare con noi in borghese. Ana, una prostituta romena che lavora in Italia da 7 anni, i carabinieri la chiamano signorina puttana e Ana li chiama sempre quando qualche cliente vuole fare il furbo. 
Sì, hai capito bene, giornalista del cazzo! Ana chiama i carabinieri di Capua. Naturalmente Ana sfila le chiavi dal cruscotto dell'auto del cliente e le getta nell'erba fuori dal finestrino, per non farlo scappare. I carabinieri con la volante vengono al suo posto di puttana in pochi minuti, che tanto lo conoscono a memoria,  e obbligano il cliente a pagare. Ma non a pagare i 20 euro soliti, Ana dice ai Carabinieri che ha pattuito 100 euro con il cliente e loro, carabinieri italiani la credono immediatamente a lei, puttana romena, e costringono il cliente italiano, a pagarle 100 euro!

Adesso hai capito perché l’Italia è il paese della puttana?


© 2017 testo e foto Stefano di Stasio

sabato 12 agosto 2017

CONFESSIONI 3 di una PROSTITUTA MOLDAVA
LA GIUSTIZIA ITALIANA mi fa RIDERE
vado a chiavare con un Boss della camorra agli arresti domiciliari nella sua villa di lusso il 7 di ogni mese e sono sempre qua al mio posto di puttana

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge. I nomi citati in questa rubrica sono di fantasia. Viceversa, i fatti a cui si fa riferimento sono ispirati a quelli liberamente narrati dalla protagonista, preventivamente  informata di parlare con un giornalista, a fronte di un lauto compenso in denaro in cambio delle notizie esclusive rivelate a PeF.

PUNTATA 1 di “CONFESSIONI di Yelena/Elvira prostituta Moldava”:
PUNTATA 2 di “CONFESSIONI di Yelena/Elvira prostituta Moldava”:

Pubblichiamo la parte 3 dell’intervista a questa giovane Moldava, venuta in Italia sotto copertura dell’attività di meretrice. Ci racconta di come incontra una volta al mese un boss dei boss della malavita di Aversa prima trasferitosi a Roma, poi obbligato agli arresti domiciliari, per avere rapporti sessuali a pagamento e pianificare traffici internazionali di cocaina, eroina e armi dalla MOLDOVA fino all’Italia.

SOUNDTRACKS CONSIGLIATE:
https://www.youtube.com/watch?v=1FOlV1EYxmg

Mi chiamo Yelena Serpocean, questo è il nome falso sul mio passaporto vero ottenuto corrompendo un funzionario della milizia, e sono nata in Moldavia 24 anni fa, nella Transnistria, quella al confine con l’Ucraina. Dalle mie parti commerciano tutti in armi che esportano in tutta Europa. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è ELVIRA…

Sono venuta in Italia due anni fa. Esercito l’attività di prostituta ma con i soldi che prendo ai clienti ci compro solo le sigarette. Il mio ruolo nell’organizzazione di cui faccio parte, è quello che mi dà i soldi veri, quelli a tre zeri…”

Senti giornalista del cazzo: mi sei simpatico e mi fai arrivare come una troia, e allora ti dico un segreto, ma tienilo per te. Io non sono una puttana come le altre, queste Romene zozzose che stanno qua attorno e a San Tammaro. Mio padre è uno dei più grossi trafficanti della MOLDOVA/TRANSNISTRIA. Ha appoggi anche in Russia. Lui è dovuto scappare da Drochia diversi anni fa, perché quando è andato in galera la prima volta la gente ha saputo la verità. Io e mia sorella Victoria eravamo piccole e a scuola i nostri compagni di classe cominciarono e evitarci come delle appestate. Mia sorella ebbe delle crisi nervose per questo, lei è fatta così. Io allora, avevo undici anni, cominciai a pensare che forse era bello fare la fuorilegge e la trafficante.

   © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Mio padre non ci faceva mancare nulla. In pochi anni, lui che sulla carta lavorava in Russia per 500 dollari al mese, riuscì a comprare due belle case, una a Drochia e una nella capitale a Chisinau, una per me e una per mia sorella. Se avesse dovuto comprarle con i soldi del lavoro onesto ci avrebbe messo 150 anni. E cominciai anche a capire che a me piaceva il brivido, a qualsiasi livello. A sedici anni mi fidanzai con uno stronzo un po’ più grande di me, si chiamava Pietro. Lui arrivava subito, non come te, e per farmi arrivare anche a me dovevamo chiavare anche quattro volte. La storia con Pietro non era granché, ma comunque mi fece capire che mi piaceva il cazzo e che mi dava la stessa emozione di quando rubavo e facevo qualche mascalzonata.

Mia sorella a diciassette anni, lei è più grande di me di un anno, si fidanzò con uno di Drochia di venti anni, uno di famiglia Russa, e andò a convivere con lui nella casa che aveva comprato mio padre.
Mio padre, trovò lavoro al fidanzato, per lui è facile, è un boss. Mia sorella non è come me, anche se è molto bella, non gli piace cambiare cazzo spesso. Ci chiavò con questo per due anni, uscì incinta anche, era felice. Anche mia madre, che così aveva incastrato mio padre quando era giovane, era contenta. Da noi se metti incinta una ragazza e non te la sposi, i parenti di lei ti fanno trovare morto. E figuriamoci se fosse successo a mio padre. E invece successe il contrario: la milizia arrestò mio padre, un suo killer lo aveva tradito per danaro. Quando si venne a sapere quale era la vera attività di mio padre e lo seppe anche il padre del fidanzato, gli impose di lasciare Victoria. E mia sorella fu costretta a abortire, lei non si voleva rovinare la vita. E tu, giornalista Italiano del cazzo, me lo insegni, ne abbiamo parlato tante volte, l’hai detto tu: l’aborto per una donna è un boomerang. Quando lo lanci ti risolve i problemi e va lontano, dopo un po’ di tempo ritorna e ti viene in fronte. E così fu. Victoria dopo qualche mese cominciò ad avere problemi psicologici, si depresse talmente che nessuno riusciva ad aiutarla. E fu allora che io decisi di venire in Italia. Parlai con mio padre e gli dissi che mi doveva trovare un ruolo nella sua organizzazione. Mio padre, mi disse di no, che era pericoloso, che i suoi complici a volte uccidevano qualcuno. Ma io fui insistente. E allora lui si mise in contatto con un russo che conosce la malavita Italiana, quella del meridione dico, perché è stato in carcere in Italia.

E così fecero un piano per portare in Italia cocaina, eroina e armi clandestinamente. Mio padre mi disse che dovevo imparare bene l’Italiano prima, e anche il dialetto napoletano, perché quella era la zona di interesse per il nostro traffico. Io dovevo curare personalmente gli interessi della nostra organizzazione Moldava e fare da intermediatore con un grande Boss della camorra.

Venni in Italia a 22 anni, prima lavorai qualche mese in un bar di camorristi a Carinaro di Aversa, per imparare l’Italiano. Mi misi anche con un camorrista che lavorava nell’edilizia, si chiamava Lorenzo. I cazzi italiani mi piacevano assai, la sera mi ubriacavo e chiavavo con il primo che mi andava bene.
Lorenzo mi lasciò, quello stronzo era pure geloso! E allora lasciai il lavoro del bar e mi misi a fare la puttana, tanto per avere una copertura. Mi resi conto che in Italia, per me che dovevo organizzare e gestire un traffico internazionale di droga e armi, non ci poteva essere copertura migliore. La mattina al bar dove si vedono ogni mattina a colazione tutte le puttane che battono qua, e nella zona di Capua/San Tammaro, venivano pure i carabinieri di Capua e ci facevano l’occhiolino. Alla Ucraina che mi accompagnava prima e all’Albanese cocainomane che mi ha accompagnato poi, tutte e due ex prostitute, non hanno mai perquisito la macchina. E figurati che l’Albanese è sotto processo per detenzione illegale e spaccio di droga. Ma questa è un’altra storia, lei dice che gliela ha messa nella macchina la moglie di uno con cui lei chiava. Questo tizio fa la guardia del corpo, si chiava l’Albanese da anni, è sposato e ha due figli con la moglie.

Comunque, da quando sono entrata in contatto con i vertici della malavita, ogni mese, il 7 di ogni mese, vado a chiavare con un boss importante che prima abitava a Roma e ora sta agli arresti domiciliari in un altro posto. Sapessi che villa che ha, con parco e due piscine!

Il primo incontro era il 7 Giugno. Il boss non si è fidato e mi ha mandato un carabiniere in pensione di Piedimonte d’Alife a prendermi con la sua macchina da 100mila euro nel posto in campagna dove faccio la puttana. Mi sembra che già te l’ho raccontato, è quello con il pizzetto e i capelli brizzolati che non intosta, è separato dalla moglie e mi porta qualche volta in giro per i bar dei suoi amici per far vedere che lui è ancora buono. Il boss ha detto al carabiniere in pensione di fare dei giri  larghi in modo che io non potessi riconoscere la strada per andare alla villa di lusso con due piscine dove lo hanno condannato agli arresti domiciliari. Là mi sono incontrato con il boss. 
Era la prima volta, per rompere il ghiaccio ha voluto che gli facessi solo un bucchino. Poi abbiamo parlato di affari. Io gli ho spiegato mio padre e il suo amico Russo che cosa potevano far arrivare in Italia e quanto volevano. Lui mi ha chiesto più cocaina che armi, io gli ho detto che avrei parlato con mio padre e glielo avrei fatto sapere. Lui stabilì già dalla prima volta, che mi sarei dovuta mantenere libera dai clienti il 7 di ogni mese nel pomeriggio dalle 16 alle 19. Io gli dissi che mi andava bene.

La seconda volta, il 7 di Luglio, il boss mi ha spiegato per telefono dove sta la sua villa di lusso e sono andata io direttamente da lui con la mia SMART bianca. Ci vuole quasi un’ora da qua per arrivare a quel posto dove sta ai domiciliari. 
Il boss questa volta era arrapato e fatto di cocaina. Ha voluto chiavarmi in tutti i modi e senza preservativo. Che vuoi? A me fa schifo lo sperma, da quando abortii la prima volta, qua in Italia, Lorenzo o qualcun altro non lo saprò mai, mi avevano messa incinta. Ma con il boss mi sono sentita importante e mi sono fatta sborrare volentieri nella fica, mi sembrava che questo era il modo giusto di celebrare un patto criminale internazionale CAMORRA/MOLDOVA.

 
    © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Il boss mi ha detto che adesso tutti i camorristi più giovani, la nuova generazione, sono tutti imprenditori, ingegneri e architetti. Le famiglie storiche di camorristi sono state decimate dagli arresti. È stato questo il motivo che ha spinto la camorra a cambiare strategia. Adesso, il camorrista tipico è un geometra o un ingegnere, comunque un tecnico che lavora nell’edilizia, che fa la spola fra Aversa e Roma.
A Roma dal 2005, quando il boss Bardellino di trasferì da Aversa nel quartiere Tuscolano, esiste la centrale operativa della camorra. Si assicurano grossi appalti nelle gare, partecipando con il nome di ditte pulitissime, quelle che non stanno nella lista delle imprese colluse con la malavita, per legge è obbligatoria una certificazione anti-camorra per iscriversi a una gara per un appalto di un’opera pubblica.
Una volta vinta la gara con qualche trucchetto, la ditta madre insospettabile “spacchetta” il lavoro in centinaia di sub-appalti che affida tutti a ditte che fanno parte o pagano l’organizzazione. Assumono persone nei cantieri, le pagano e così si assicurano il consenso sociale. La manodopera la chiamano direttamente da Aversa. E i tecnici, vanno a Roma quasi tutti i giorni, prendono il lavoro e poi se ne tornano a casa a Aversa a lavorare. Tanto usano tutti il computer.

Quindi, come vedi, caro giornalista del cazzo, io in Italia sono venuta a fare del bene e non a delinquere come scrivi tu sul tuo blog di merda, Parole e Fotografie! E lo sai perché?
Primo, io e mio padre, trafficante dalla MOLDOVA creiamo posti d lavoro. È vero sono posti di lavoro per giovani aspiranti camorristi, ma questo è un dettaglio. Al sud Italia fate la fame, questo è comunque lavoro.
Secondo, io agli Italiani gli do la fica, ed è una bella fica, mi hai visto bene? È vero la do per 3-4 minuti non per 20-30 come le mie colleghe Romene zozzose, ma che vuoi? Io NON SONO UNA PUTTANA, FACCIO LA PUTTANA.

Questi 20 euro del cazzo che mi dà un cliente li uso per comprarmi le sigarette. A me mi paga direttamente il boss di Roma quando vado ad incontrarlo il giorno 7 di ogni mese.
Sono venuti carabinieri, polizia provinciale, forestale, poliziotti e militari: io sai che faccio? Primo: faccio l’occhiolino, così molti tornano in borghese e con un bucchino e una pecorina da 7 minuti ho risolto qualsiasi problema. Secondo: se non li riesco a corrompere con la fica, telefono al boss agli arresti domiciliari, quello che vado a chiavare il 7 di ogni mese, e lui sa cosa fare. Si mette in contatto con politici importanti, qualche telefonata e via. 
I carabinieri l’anno scorso mi hanno portato in caserma e mi hanno preso le impronte digitali, ora quando li incontro al bar dei camorristi, mentre faccio colazione e mangio il mio hot-dog, mi sorridono, guardano il würstel che sporge dalla mia bocca e mi dicono “Ciao signorina puttana, stai facendo riscaldamento per dopo, vero?” si fanno  una risata e mi lasciano stare.

Figurati che la mia SMART non è intestata a me e ha l’assicurazione falsa a mio nome. Anche il mio cellulare è intestato a un nome di uno che non esiste. Te l’ho già detto forse. Me l’hanno data i miei amici camorristi in cambio di 3000 euro, che però io non avevo e devo restituire un po’ alla volta. Dici tu: ma 3000 euro sono 150 clienti, 150 bucchini e pecorine! E lo so: ma che devo fare? A me la SMART BIANCA mi piaceva troppo, e quindi mi sono messa a lavorare tutti i giorni dalle 9 alle 18. I miei amici fanno le ronde, passano da qua, questo bel  posto in campagna dove faccio la puttana, anche 5 volte al giorno per controllare che io sto lavorando per restituire i soldi.

A me questo posto che ho qua, non me lo toglieranno mai! Hai capito? I carabinieri di Caserta sono passati in divisa e macchina di ordinanza l’altro giorno e mi hanno chiesto come andavano i miei affari. Io ho risposto non tanto bene e lo sai che mi ha detto un carabiniere? “Non ti preoccupare, adesso c’è il caldo dell’estate, e gli uomini non hanno tanta voglia di chiavare. Quando rinfresca a Settembre, vedrai che verranno più clienti!”.
Hai capito? Si è preoccupato che non guadagnavo a sufficienza con i bucchini e le pecorine a 20 euro! Un CARABINIERE!


DOVE LO TROVO un PAESE come l’ITALIA? Faccio quello che voglio. Nessuno mi tocca e vado e vengo dalla Modova, se mi servono nuovi documenti falsi. In Moldova mi bastano 100 euro e sul passaporto nuovo ci faccio scrivere qualsiasi cosa!

Sono una importante io, hai capito, stronzo di un giornalista, con chi hai avuto la fortuna di parlare?

© 2017 testo e foto Stefano di Stasio


mercoledì 9 agosto 2017

CONFESSIONI 2 di una PROSTITUTA MOLDAVA 

Chi sono i miei clienti: avvocati, poliziotti, carabinieri, vigili urbani e poveri Cristi

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge. I nomi citati in questa rubrica sono di fantasia. Viceversa, i fatti a cui si fa riferimento sono ispirati a quelli liberamente narrati dalla protagonista, preventivamente  informata di parlare con un giornalista, a fronte di un lauto compenso in denaro in cambio delle notizie esclusive rivelate a PeF.

La puntata precedente è al link:

Pubblichiamo la parte 2 dell’intervista che, l’inviato di PeF ha raccolto in prima persona da questa giovane Moldava venuta clandestinamente in Italia per esercitare traffici illegali sotto la copertura dell’attività di meretrice.

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Mi chiamo Yelena Serpocean, questo è il nome falso sul mio passaporto vero ottenuto corrompendo un funzionario della milizia, e sono nata in Moldavia 24 anni fa, nella Transnistria, quella al confine con l’Ucraina. Dalle mie parti commerciano tutti in armi che esportano in tutta Europa. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è ELVIRA…

Sono venuta in Italia due anni fa. Esercito l’attività di prostituta ma con i soldi che prendo ai clienti ci compro solo le sigarette. I soldi veri, quelli a tre zeri, li guadagno svolgendo Il mio ruolo nell'organizzazione internazionale di narcotrafficanti di cui faccio parte…”

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Ti dicevo che quando ho cominciato a fare la puttana a Gennaio 2016 guadagnavo bene, anche 400 euro al giorno. Eravamo tre allo stesso posto, io ero la più giovane e la più carina, e poi ero nuova, tutti volevano assaggiare la mia fica e il mio bucchino, anche se, come sai, io i bucchini non li so fare, il cazzo in bocca mi fa venire da vomitare. Ho fatto la signora, borse firmate da 800 euro, scarpe da 300 euro, che compravo nei centri commerciali attorno a Aversa. A quei tempi mi accompagnava qua in campagna e mi veniva a riprendere una ex-prostituta albanese cocainomane, è stata lei a farmi provare la cocaina la prima volta. Prendeva 25 euro al giorno per il passaggio da qua a Carinaro di Aversa, dove mi ha affittato la casa clandestinamente un poliziotto.

Poi ho cominciato a ricevere delle intimidazioni. Una volta, che c’eri pure tu, è venuto un tizio che guidava una macchina rosso semaforo con il cofano dipinto di nero. Erano due, dietro di lui c’era anche una macchina verde chiaro che faceva da esploratore, ha girato un po’ prima che intervenisse quello con la macchina rossa, per vedere che tutto fosse tranquillo. Poi ha dato il via libera al compare. L’hai visto pure tu che avevi il binocolo, mentre noi stavamo appartati lontano dal mio posto di stazionamento. L’uomo con la macchina rossa è entrato come un fulmine nel caseggiato diroccato lungo la strada dove lavoro e ha rubato la mia borsa con le chiavi di casa. Quando la sera sono rincasata, sono andata al bar dove si riuniscono tutti i camorristi che lavorano con le puttane, loro ci chiamano le ragazze. Ho chiesto un po’ ai miei amici di allora e dopo una telefonata ho visto arrivare il tipo con la macchina rossa e il cofano nero. Mi ha fatto “se vuoi indietro le chiavi e la borsa, devi lavorare per noi”. Io non avevo voglia di fare casini con il padrone di casa, quel poliziotto che viene a prendersi l’affitto quando io non ci sono. Gli ho detto di sì, al camorrista non lo potevo corrompere con un bucchino, quelli di questa organizzazione hanno 18 ragazze che fanno le puttane per loro. Ogni sera le puttane devono ripassare alle 18:30 al loro bar di ritrovo, dare i soldi e farsi controllare il cellulare. E fare i bucchini a chi di loro vuole, gratis naturalmente.

  
   © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Da allora ho lavorato per quest'altro giro, è il potente nella nostra zona. Alle mie due amiche romene sono continuati a succedere guai. Le rapinavano, le minacciavano e cose di questo genere. Lo scopo? Era quello ci farmi rimanere da sola in questa campagna. Poi ho capito perché.

Anzi! Tu lo sai già perché, te l’ho detto nella prima parte dell’intervista. Dovevo fare il vigile della cocaina. Veniva un corriere la mattina, sempre con un furgone bianco, e lasciva un sacco nascosto nella discarica dietro la duna di terra laggiù. Una volta il furgone bianco è sceso nella campagna quando stavamo appartati io e te. L’hai visto anche tu. È arrivato attraversando i campi incolti dove avevano da poco tagliato il grano e si è avvicinato a noi a quasi 20 metri. Ma io ti ho detto di stare giù, e loro non ti hanno visto bene. Gli ho fatto un cenno con il braccio sinistro, quello dove ho il tatuaggio a forma del diavolo caprone, è il segno della nostra organizzazione dalla Moldova/Transnistria. E se ne sono andati. Dopo ho detto loro che tu eri un cliente qualsiasi e che mi ero attardata con te perché ce l’avevi moscio e mi hai dato 100 euro per aspettare che ti facessi arrivare. Loro non vogliono che ci affezioniamo ai clienti. Già se vedono che qualcuno viene troppo spesso, ci obbligano a mandarlo affanculo, perciò ci controllano i cellulari ogni sera al bar.

Comunque, il furgone bianco lascia i sacchi ben sigillati con la cocaina nella discarica dietro la duna di terra. Io ci vado a chiavare con i clienti là dietro, e quindi lo sorveglio fino alle 18. Quando io vado via, dopo pochi minuti, il destinatario si infila dietro di me che esco dalla strada di campagna e va a recuperare il sacco di cocaina. Qualche volta lascia anche lui qualcosa, nel caseggiato diroccato dove butto i preservativi e i fazzoletti di carta usati con i clienti, non so che cosa è, la mattina non c'è più niente là. L'ho scoperto perché una sera ho dimenticato il cellulare nella casetta e ho visto un sacchetto di plastica, piccolo ma pesante, penso che siano armi, ma mi faccio i fatti miei!

© 2017 foto Stefano di Stasio              Yelena Serpocean, nome falso © 2017 foto Stefano di Stasio

Adesso, dopo che ho avuto la SMART, ho fatto progressi in questa organizzazione internazionale che si occupa di traffico di stupefacenti. Una volta al mese viene a parlare con me il boss grosso, quello che è insospettabile. La prima volta è venuto il 7 Giugno, era mercoledì, ma non è venuto lui personalmente la prima volta. Ha fatto venire a prendermi un ex-carabiniere in pensione di Piedimonte Matese, quello che ha la macchina di 100 mila euro. Siamo andati lontano, in un albergo dalle parti di Cassino, forse il Boss veniva da Roma non so. Là il Boss mi ha voluto prima chiavare bene, si è sniffato anche un paio di piste di cocaina e poi abbiamo parlato. Sono stata fuori quasi tre ore. Quando sono tornata al mio posto di puttana, ho trovato te che ti sei pure incazzato, perché ti avevo dato appuntamento e mi avevi aspettato per più di due ore.
Un’altra volta il Boss grande di Roma è venuto più vicino, aveva cominciato a fidarsi di me. È stato venerdì 7 Luglio, era venerdì. Siamo andati all’hotel “Il Vitellino Rosso”, quello che sta a due km da qua.
Siamo sati un’ora e mezza, stesso andamento del nostro incontro precedente. Nella stanza di albergo, ha sniffato un po’ di cocaina e questa volta ha preteso che lo facessi pure io. A me girava un po’ la testa, ma poi sono diventata euforica e mi è piaciuto.
Gli ho fatto un grande bucchino e mi sono fatta chiavare come una troia. Anche in culo. Da allora lsniffo cocaina anche io, è meglio delle Redbull che mi bevo una continuazione. Se no chi ce la fa a chiavare per un'intera giornata? D’altra parte, la cocaina non la pago, diciamo che è inclusa nel prezzo con cui mi pagano come vigile e custode della merce.

Perché ti sto dicendo queste cose? Te lo dico: ci conosciamo da un anno, io chiavo con un sacco di gente. Ma tu mi fai arrivare, mi hai fatto arrivare come una troia decine e decine di volte da quando ci siamo conosciuti a giugno dell'anno scorso. E poi mi hai dato un sacco di soldi per parlare. Allora, sento che qualcosa te lo devo. Ma non ti illudere! Appena trovo un altro che mi fa arrivare, ti scarico, perché tu sei troppo curioso e parli troppo, anche con la mia collega rumena, Miriam, che sa tutti i cazzi miei, quella schifosa, ma questi altri fatti non li sa e non li deve sapere, caro giornalista del cazzo. E poi sono pure gelosa, stronzo che sei!


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