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mercoledì 16 marzo 2016

RèG 2. TUMÀN



testo e foto di ©  2016 Stefano di Stasio

Tumàn. Nebbia. Stava appollaiato su un abete rosso della foresta. Era l’alba di un giorno freddo. Dall’alto poteva vedere i fasci di luce obliqua che diffondevano fra i banchi di minuscole goccioline. Abbagliavano la vista. Sua madre l’aveva chiamato Tumàn perché quando si erano aperti i suoi occhi a un mese dalla nascita era rimasta colpita da un velo sottile biancastro che copriva l’iride a losanga di colore celeste. Adesso intorno a lui il bosco ancora taceva avvolto dall’ovatta.
L’autunno volgeva al termine, presto sarebbe caduta la neve. In lontananza udì dei suoni bassi. Provenivano dalla terra. Erano i daini che cominciavano a brucare l’erba delle radure. Era l’ora di cominciare la caccia. Saltò giù dall’abete, per un attimo sembrò volteggiare nell’aria e rimanere sospeso sullo strato di nebbia. L’impatto col terreno non produsse nessun rumore percepibile. Cominciò ad attraversare la foresta in direzione della preda. Le orecchie si muovevano girando a semicerchio. Stava in guardia per i cercatori di funghi. Spesso portavano con se il fucile. Tumàn procedette guardingo evitando le piste battute e i terreni non coperti di alberi. Arrivò in prossimità della radura. Di la’ dalla nebbia, coperto dai cespugli, scorse quattro piccoli daini, un maschio e tre femmine. Strappavano l’erba a piccoli morsi.  Studio’ il terreno e scelse la preda, la femmina più giovane. Muovendo le sue zampe larghe e coperte di pelo descrisse un movimento a forma di elle per raggiungere l’albero al confine settentrionale della radura. Dopo aver brucato l’erba i daini si sarebbero spostato in cerca di acqua. Tumàn sapeva che a nord dietro quella collina a forma di panettone, c’era una sorgente. Anche i daini lo sapevano. Con un balzo fulmineo raggiunse i primi rami del grosso ippocastano. Scelse il ramo più sporgente. Lo percorse quasi fino all’estremità. Si accovacciò e attese. I daini terminarono il pasto. Il maschio ebbe qualche esitazione, poi si mise in marcia verso la sorgente. Non c’era niente da temere. Il sole stava diradando velocemente la nebbia. I daini potevano vedere lontano. Sfilarono ai margini della radura mentre le residue gocce d’acqua nell’aria facevano una specie di aura attorno alle loro sagome. Come un fulmine Tumàn si lanciò dal ramo sulla preda. L’addentò al collo con i lunghi canini. Una scena grandiosa di vita e di morte nella luce abbagliante del riverbero del sole sull’acqua del prato. Per il giovane daino non ci fu il tempo di reagire. Il cacciatore era venuto dall’alto, al di sopra degli strati di nebbia, dove mai un daino avrebbe annusato l’aria per avvertire il pericolo. Gli altri daini fuggirono via. Per Tumàn questa era solo la prima parte del suo lavoro. Dopo aver finito la preda, doveva scegliere un posto per nasconderla. Sarebbe tornato a sfamarsi ogni giorno, con calma. Trascinò il daino per un centinaio di metri. C’erano tre betulle che si intrecciavano vicino a una piccola scarpata. Quello era il posto buono per fare da dispensa. Facendo forza sui suoi possenti arti posteriori, il cacciatore prima balzò, poi con i denti sollevò e tirò.  Poi di nuovo, saltò e di nuovo tirò per raggiungere quella specie di piattaforma naturale. Era soddisfatto, sistemo’ il daino ben fermo. Fece colazione con la carne di un cosciotto. Si riposò. Aspettò finché il sole si fece troppo caldo per lui. Allora strappo’ delle frasche dagli alberi e copri’ con estrema accuratezza la preda. Sarebbe tornato la notte successiva.
Un balzo e sparì nella zona d’ombra della macchia.
Trascorse il giorno. Il sole cadde con enfasi dietro la collina a ovest, quella a forma di pino. Dalla direzione opposta del cielo comparve sbiadito uno spicchio di luna. Tumàn aveva passato il giorno a sonnecchiare. Fra i canti degli uccelli che  cercano compagnia prima di dormire, l’oscurità calò lentamente sulla foresta e sui suoi abitanti facendo svanire piano piano i contorni degli arbusti e dei tronchi. Si avvicinava l’ora di mettersi in marcia. I suoi occhi vedevano meglio  al buio.
Si leccò la pelliccia. Annusò l’aria. Drizzò le orecchie con i ciuffi e si mise in marcia, camminando sul nulla senza rumore. Inaspettato sentì l’odore della femmina. Si chiese chi fosse, nel suo territorio ce n’erano molte. Incuriosito seguì la scia che lasciava quell’inconfondibile estro. La raggiunse. Entrambi emisero gravi miagolii. Si chiamava Ira. Non l’aveva mai vista. Era molto bella. Aveva da poco lasciato i due figli. Quando erano loro cresciuti i canini dopo dieci mesi dal parto, aveva loro insegnato a cacciare. Poi era andata via, era tempo di  accoppiarsi di nuovo.
La notte avvolse la foresta. Si udivano ogni tanto animali notturni. Rapaci. Fra ringhi sommessi, si accese l’amore di Tumàn e Ira. Trascorse così il tempo fino all’alba.
La bruma ancora calava sul bosco. Non tanto fitta come i giorni precedenti. Gli amanti ebbero fame. Si mossero dal loro giaciglio. Tumàn voleva condurre Ira alla sua dispensa sugli alberi di betulla. Attraversarono la radura e si diressero verso la collina là dove c’era la scarpata. Stamattina non incontrarono nessun daino. Anche il corvo che di solito volteggiava in cerca di cibo non c’era. Salirono sulle betulle. Tumàn scostò le frasche che aveva disposto per nascondere il daino e offrì a Ira la sua cacciagione. D’un tratto però avvertì uno strano odore, aspro e penetrante, non era di un animale del bosco. Ma era tardi. D’improvviso una rete calò dall’alto e li intrappolò. Cominciarono a dibattersi emettendo grida acute. Di più la rete avvinghiò la sua preda. Quando il sole fu più alto avvertirono da lontano l’abbaiare dei cani. Di lì a poco poterono vedere degli uomini con la divisa grigio chiara che si arrampicarono sulla collina. Erano le guardie forestali incaricate di sorvegliare quella regione vicina al confine fra cinque stati, dove le foreste dei Carpazi sono più fitte. Tumàn e Ira guardarono con ostilità le guardie che esprimevano la loro soddisfazione. Poi furono fatti entrare in grosse scatole di legno e trasportate a spalla fino alla strada. La puzza dell’aria era per loro insopportabile. Come facevano quelle persone a non sentire quel tanfo nauseabondo e a continuare a far finta di nulla? Le gabbie di legno furono issate su un vecchio camion. Dopo un giorno di viaggio su strade sgangherate arrivarono in un paese dove la puzza odori era più sopportabile. Era fra le colline e la foresta. L’aria aveva un odore salmastro. Truskavetz. Il villaggio del sale. Tumàn e Ira non sapevano che era un centro rinomato da secoli per le cure termali. Così come non sapevano che c’erano una mezza dozzina di palazzoni dove si praticavano cure di ogni tipo che erano chiamati Sanatori. In ogni sanatorio potevano alloggiare fino a mille persone. Era un posto di vacanza premio per i lavoratori di tutta l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Man mano che il camion procedeva nel villaggio osservarono dei grossi edifici bigi a cinque o a nove piani. Fra di essi scappavano e giocavano folle di bambini. L’autista del camion si fermò a comprare le sigarette. Scambiò qualche parola con i passanti mentre fumava soddisfatto del viaggio. In men che non si dica il camion fu preso d’assalto dai bambini che cercavano di vedere fra le fessure delle scatole di legno.  Poi il camion ripartì e si fermò davanti a un grosso Sanatorio. Venne un uomo in camice bianco con due grosse siringhe in mano. Prima Tumàn poi Ira. Furono addormentati. Si risvegliarono dopo un tempo indefinibile. Il sole che tramontava sulle colline gettava intorno a loro un’ombra lunga fatta a piccoli quadri.
Erano stati sistemati in una grossa gabbia nel parco del sanatorio “Carpazi”. All’interno erano stati disposti degli alberi scheletriti e una tana finta. Tumàn cominciò ad esplorare l’ambiente. Non c’erano vie di fuga. La rete era solida. Sul tetto era stata saldata una tettoia. Alla gabbia si accedeva attraverso una cabina fatta di rete di ferro con una doppia porta. Dall’esterno si accedeva all’interno del gabbiotto. Da qui si apriva una porta all’interno della loro prigione. Le porte erano serrate. Niente da fare.
Per tutta la serata Tumàn e Ira si accoccolarono sullo scheletro di pianta e dovettero sopportare i flash dei visitatori.
“Ris. Lynx lynx carpathicus. Lince dei Carpazi. Si stima che siano presenti 2800 esemplari su uno spazio compreso fra Ucraina, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania.” Era scritto in bella mostra su un cartello davanti alla gabbia.
Ogni tanto Tumàn leccava sul muso la compagna su ciuffi di peli ai lati del viso. Cercava di consolarla.
L’indomani conobbero i loro guardiani. Uno era una donna, si chiamava Orissa. L’altro era un uomo, Stepan.Orissa e Stepan erano molto diversi. Tanto odiosa e precisa la prima, quanto simpatico e approssimativo il secondo. Forse era l’alcol che l’uomo beveva quasi in continuazione. Portavano dei pezzi di carne quasi putrida. La donna si introduceva attraverso la porta esterna all’interno della cabina di transito. Poi Stepan chiudeva la porta esterna e Orissa apriva quella interna dalla quale si accedeva all’interno della prigione. Tumàn rizzò i ciuffi di pelo sulle sue orecchie e con calma studiò il da farsi. Venne la mattina del terzo giorno. Cominciava a nevicare. Da lontano Tumàn osservò Orissa e Stepan che si avvicinavano alla gabbia. L’uomo era visibilmente ubriaco, questa volta aveva esagerato con la vodka. La sua collega se ne rendeva conto e ogni tanto lo apostrofava “Vzhe pizno, Stiupka! Pospishay!” cioè “È tardi, Stepan! Sbrigati!” Orissa entrò nel gabbiotto. Tumàn era arrampicato sul tetto, poteva osservare bene la scena. Stepan, barcollando, non aveva richiuso la porta esterna, ma la donna non se ne era resa conto, aveva uno spesso copricapo di lana grezza. Orissa aprì la porta interna e accedette allinterno della gabbia, sporgendosi fuori dalla porta della cabina di transito. Fu un attimo. Tumàn si avventò dall’alto sul collo della donna emettendo urla furibonde. Ira approfittando della situazione sgattaiolò a lato della donna, spinse la porta esterna semiaperta mandando a gambe all’aria Stepan. Poi si fermò per aspettare Tumàn. Ma Orissa era esperta. Con un forcone in mano respinse Tumàn all’interno della gabbia e chiuse la porta fatta di rete metallica. Tumàn guardò Ira. Un attimo bastò piuttosto che per mille parole. Va’ Ira, Va’. Possa lo spirito della foresta accompagnarti nel tuo viaggio. Va’, scappa di là dalle colline. Porta la mia carne, i cuccioli che partorirai là dove ci siamo conosciuti. Dove l’acqua scorre e volteggia il falco, dove regna il silenzio e l’aria profuma di muschio. Abbi cura dei miei figli.
 
 

® Riproduzione riservata. Contenuto soggetto a copyright 2016 di Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, deve essere autorizzata per iscritto dall’autore




sabato 12 marzo 2016

Ribellarsi è giusto (RèG)

RèG 1. Diario di un pacifista

testo e foto di ©  Stefano di Stasio 2016


Rumore di passi percorre il sentiero
Estranea ti è la violenza
Sospeso è il tempo, vivi, cammini sereno.

Sogni volare con ali leggere su candide nuvole,
e scorgi villaggi e cascate, e boschi e ruscelli,
case di legno, gente intenta alla propria magione.

Zefiro ti scuote, algido, le torpide membra.

Improvvisa odi mesta una nenia, lontana, ovattata:
ti porti vicino al tiepido suolo, con ala potente.
Sapere vuoi, curioso, di che cosa stia divenendo.

E là sulla quercia puoi ora vedere
un gruppo di anziani dai bianchi capelli, i volti scavati.
E piangono, e schivi si fanno, singhiozza il pianto gentile.

Chi scuote le lacrime di padri severi e madri canute?
Di che cosa si nutre la tragica legge, lo stupro di anime,
la fiducia tradita e beffata?

Perché stia accadendo non sai,
di come sia giunta nefasta sentenza
per uomini pii, tramonto di vita, angoscia di ghiaccio.

E dentro di te, di me, di essi
con avido uncino tagliente
si genera e fosca si accresce.

È rabbia, rabbia, sì rabbia.
Il vento soffierà forte, di nuovo.
Per i figli nostri.


® Riproduzione riservata. Contenuto soggetto a copyright 2016 di Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, deve essere autorizzata per iscritto dall’autore.




domenica 6 marzo 2016

"Ribellarsi è giusto"


Editoriale
Inizia oggi questa rubrica in forma di una serie di racconti senza iperboliche pretese, pensata soprattutto, ma non solo, per gli adolescenti, per quella irrequietezza argentina, che agita il corpo e l’intelletto dell’individuo, prima della definitiva e, a volte, funeraria certezza e inerzia proprie talvolta dell’età adulta.
In tempi recenti, a partire dalle primavere arabe del 2011, che fecero spirare un insolito vento di libertà nelle monarchie del nordafrica, gli adolescenti sono stati protagonisti e vittime delle rivolte contro i tiranni. Questa parentesi colorata dei colori verdi della giovinezza, appartiene anche alla storia della nostra resistenza negli anni 1943-1945, quando giovanissimi uomini e donne, spesso minorenni, non esitarono a dare il proprio contributo di sangue contro il nazi-fascismo.
Dunque anche oggi sembra opportuno rivolgere ai nostri adolescenti e a quelli di tutte le nazioni della terra, il messaggio di questa rubrica, il cui titolo è la traduzione italiana dal francese del noto libro di Jean-Paul Sartre, Philippe Gavi e Pierre Victor (1975), oltre che essere la titolazione di un libro più recente di Massimo Ottolenghi (2011).
Come vento del deserto contro i soprusi, le violenze e le occupazioni dell’invasore di turno.

La storica foto del fotografo vietnamita Nick Út, pseudonimo di Huỳnh Công Út che gli consegnò il premio Pulitzer 1973 (foto scattata in Vietnam, l’8 giugno 1972 a Trang Bang, periferia di Saigon dopo un bombardamento USA con bombe al Napalm). 

martedì 6 maggio 2014

CORTI - Anno zero

Cineclub Vittoria Casagiove Caserta, 8 maggio ore 20:00



Una serata dedicata al mondo dei cortometraggi. Opere firmate da:

Giulio Caputo
Eric Alexander
C&C production (Carlo Milite e Giuseppe Donte Carrabba)
Antonio Zannone
Sergio Manfio (Liceo Manzoni di Caserta)
Max Nardari

Daniele Coluccini e Matteo Botrugno

Durante la serata ci saranno tre proiezioni speciali a sorpresa.
La serata verrà condotta dalla giornalista Patrizia Papa e dal Romano Montesarchio regista dei documentari “La Domitiana” e “Ritratti abusivi”.
Il pubblico presente in sala voterà i cortometraggi e l'opera vincitrice verrà premiata con una targa. 
Partecipazione alla serata la rock band “Dica33”.
Ingresso gratuito.

Info: 338 4928582

lunedì 10 febbraio 2014

SURTOUT LA CUISINE: Reinventare la tradizione delle ricette classiche

Surtout la Cuisine n° 1 / LE FOTOGRAFIE...


© SURTOUT LA CUISINE Reinventare la Tradizione delle ricette classiche è un progetto di Stefano di Stasio



QUICHE ai PEPERONI ROSSI e FORMAGGIO di CAPRA



TARTE AL LIMONE e LIME



Le ricette sono in questo blog nella stessa pagina. Il link diretto è:

® Testo e foto di Stefano di Stasio. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 7 febbraio 2014

MOVIE CAMERA: il film documentario - Christian Coduto intervista il regista Romano Montesarchio

In questo numero pubblichiamo qui di seguito l'articolo scritto da Christian Coduto in occasione della serata di presentazione dei film documentari La Domitiana. Dove non c’è strada non c’è civiltà e Ritratti abusivi  di Romano Montesarchio.

© MOVIE CAMERA è un progetto di Stefano di Stasio





Serata di grandi emozioni al Cineclub Vittoria

I trecento spettatori accorsi in sala hanno assistito ad una doppia proiezione: “La Domitiana. Dove non c’è strada non c’è civiltà” e “Ritratti abusivi”, due docufilm ideati e diretti da Romano Montesarchio, giovane regista casertano.                                                                                               
Negli ultimi anni il genere documentaristico ha acquisito un interesse via via sempre maggiore da parte del pubblico (ne è testimonianza il recente successo ai botteghini di “Vado a scuola” di Pascal Plisson). Il bisogno di vivere la realtà attraverso il linguaggio filmico d'autore è un’esigenza che si sta facendo strada nella mente delle persone. “La Domitiana” affronta con un occhio disincantato e critico il lento ed inesorabile declino di una zona della Campania che avrebbe molto da offrire. “Ritratti abusivi” racconta con ironia la vita di alcuni abitanti della zona del "Parco Saraceno", tra illegalità e violenze quotidiane.

Mentre, tra il primo e secondo spettacolo, Massimiliano Gaudio (autore della colonna sonora dei due progetti) intrattiene il pubblico presente con uno spettacolo musicale affascinante e suggestivo, ho l’opportunità di scambiare "quattro chiacchiere" con il regista. 

C’è un’aria di amichevole complicità: Romano Montesarchio appare sereno, disponibile e padrone della materia trattata nelle sue opere. Sono argomenti che sente davvero, non sono “compitini” che si è imposti o che gli sono stati affidati. Quello di raccontare il mondo è un suo bisogno innato.                                           

“Ritratti abusivi”, esordisce,  “è una sorta di secondo capitolo de La Domitiana. Dopo quel documentario, mi ero reso conto di non aver completato il mio lavoro: mi ero perso l’interno delle case. Da qui l’esigenza di ritornare in quei luoghi e di descrivere altri punti di vista. Per completare il documentario sulla Domitiana sono stati necessari sei anni. Per questo progetto ne sono serviti altri tre, anche perché una volta entrati nel Parco Saraceno, non ne esci più. Magari per il capitolo conclusivo di questa trilogia impiegherò solo un anno (ride)”.  

“Lavorare con gli immigrati e con persone che occupano illegalmente delle abitazioni non deve essere stato facile, in termini di fiducia, all’inizio…”                                                                                 
“La fiducia deve essere conquistata. Ho fatto capire loro che il nostro progetto  non era finalizzato a speculare su una situazione, quanto piuttosto uno studio antropologico. Volevo che emergesse la loro umanità. Credo di esserci riuscito. Giusto per dire, quando il documentario è stato presentato al Festival di Roma, un gruppetto degli abitanti del Parco Saraceno è venuto a darmi manforte. Durante la proiezione ho visto uno di loro che piangeva sommessamente, in disparte”.     

“Tra quelli rappresentati nel documentario, quali sono i personaggi ai quali sei più affezionato?”   “Sicuramente Vincenzo, il parcheggiatore, e Costantino, l’uomo che si diverte a proclamare dal terrazzo”.                                                                                                                                                                 
“Ciò che lega i due progetti”,   prosegue , “è il concetto della integrazione, un tema al quale sono legato. Credo che l’immigrazione sia un elemento fondamentale:  comporta uno scambio culturale. Geograficamente parlando, l’Italia è in una posizione privilegiata. E’ un peccato che non si sia ancora verificato del tutto il processo di integrazione culturale. Negli Stati Uniti, per esempio, convivono razze diverse; ciò garantisce un proficuo scambio di idee, permettendo così una continua evoluzione.
Il tema dell’integrazione è il fulcro centrale di un mio altro documentario: "Arapha – Ragazza dagli occhi bianchi",  in cui parlo di questa ragazza affetta da albinismo che vive in Tanzania. Una sorta di razzismo al contrario ”.                                                                                                           

“Parliamo un po’ degli aspetti tecnici…”                                                                                                 
“Ritratti abusivi è stato girato con una Canon 5d mark II, una macchina fotografica che permette di realizzare anche dei filmati di ottima resa. Ovviamente, rispetto ad un lungometraggio di finzione, girare un documentario presenta delle difficoltà oggettive: è tutto improvvisato, devi seguire l’istinto e, in un certo senso, prevedere quello che sta per accadere…”                                           

“Il film è stato proiettato in anteprima proprio al Cineclub Vittoria: quando uscirà nelle sale Ritratti abusivi?” 
“A marzo. L’Istituto Luce si occuperà della distribuzione,  poi, dopo l’uscita in home video, verrà proiettato su Rai Uno”. 
                                                                                                                               
“Ho notato che i registi casertani trattano spesso argomenti  delicati nelle loro opere. In Esterno sera  Barbara Rossi Prudente parla di incesto, Animanera  di Raffaele Verzillo ruota intorno alla figura di un pedofilo. Tu parli di immigrazione e mini criminalità. C’è questa tendenza a scavare nella superficie e andare in profondità…”
“Beh, immagina di entrare in una stanza per la prima volta: inizialmente osserverai le pareti, poi, a mano a mano, scoprirai degli oggetti che non avevi visto e ti soffermerai sui particolari più piccoli. Il compito del regista è proprio questo: approfondire sempre di più”. 

“C’è qualche altro progetto documentaristico che ti ha colpito, recentemente?”                            
“Certo. The act of killing, di Joshua Oppenheimer”.

“Un’ultima domanda: dopo tanti documentari, non hai voglia di lanciarti in un lungometraggio di finzione?” - “Sì, ho un’idea per un film che oscilla tra il drammatico e il surreale. Un po’ alla David Lynch ” . - “Quello di Elephant man o di Mulholland drive?” - “Quello di Strade perdute”.

Si ringrazia vivamente Romano Montesarchio per questa chiacchierata così stimolante e ricca di spunti interessanti, e il Cineclub Vittoria di Casagiove, da sempre sinonimo di cultura, per aver accolto favorevolmente la proiezione di questi due notevoli docufilm.

E’ da sottolineare, infine, il grande coinvolgimento da parte degli spettatori che, interessati ai temi trattati, hanno fatto diverse osservazioni e posto numerose domande al regista, al soggettista Vincenzo Ammaliato, al musicista Massimiliano Gaudio e al montatore Davide Franco.

© Articolo realizzato da Christian Coduto il 2 Febbraio 2014

mercoledì 5 febbraio 2014

MOVIE CAMERA: assegna il Gold Camera 2013

Ebbene sì, questa rubrica ha deciso di assegnare una nomination al film che viene ritenuto ilmigliore dell’anno 2013 dalla redazione. Il primus inter primos viene battezzato Gold Camera. Verrà assegnato anche una nomination al secondo film a nostro giudizio in ordine di prestigio, che viene battezzato Silver Camera. Trattandosi di un’espressione di stima incondizionata anche se, lo ammettiamo, di nullo valore economico e commerciale, il premio viene accompagnato da una breve motivazione e dalla scheda del film.

La prima edizione di Gold Camera per il 2013 è assegnata a:

IL CAPITALE UMANO
Regia di Paolo Virzì

MOTIVAZIONE

L’ordito e la trama del film vengono imbastiti con magistrale eleganza e raffinatezza nella libera interpretazione in chiave Italica dell’omonimo romanzo di Stephen Amidon,. Con un cast di eccezione (Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio e i giovanissimi Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Giovanni Anzaldo), Paolo Virzì, con la collaborazione di Francesco Bruni e Francesco Piccolo per la sceneggiatura,  gestisce un film a episodi nel quale la verità della vicenda, che diventa anche oggetto di indagine di polizia, si completa via via a partire dal punto di vista di ogni protagonista, esplorando i ceti sociali, a partire da quelli privilegiati fino a quelli ai confini dell’emarginazione, senza retorica e con metro di competenza magistrale. Movie Camera conferisce il Gold Camera come premio intangibile ad esprimere la misura incondizionata della sua stima a Paolo Virzì che, ancora, dopo 17 anni da “Ovosodo”, ci dimostra senza fronzoli da un lato la ineludibilità delle gerarchie economiche e sociali ma, dall’altro, la differenza fra i sentimenti che vivono gli adolescenti pur et dur e le vacuità dei moti d’animo delle generazioni adulte specialmente dei ceti più ricchi, incardinate dalle catene del perbenismo. Un grazie di cuore a tutti gli interpreti per aver scritto una pagina diamantina della settima arte made in Italy che emoziona ed entusiasma. Una menzione al direttore della fotografia Jérôme Alméras  che ci ha emozionato per la delicatezza dei paesaggi e delle inquadrature di interpunzione nel corso della narrazione cinematografica.



SCHEDA del FILM

Regia: Paolo Virzì
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Giovanni Anzaldo
Musiche: Carlo Virzì
Montaggio: Cecilia Zanuso
Scenografia: Mauro Radaelli
Costumi: Bettina Pontiggia
Suono in presa diretta: Roberto Mozzarelli
Produzione: Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Marco Cohen per Indiana Production Company, in Collaborazione con Rai Cinema e Manny Film
Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
Paese, Uscita: Italia e Francia, 2013
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 109 min
Formato: colore