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domenica 27 novembre 2011

Intervista ad Alessandra Pontecorvo, autrice di “La Perla nel tempio” raccolta di racconti

a cura di Stefano di Stasio



Dalla quarta di copertina:

…Da sempre l’uomo sente di aver perso l’Eden, uno stato di beatitudine primigenia in cui aveva tutto e non mancava di nulla. Sente di aver perso tutto questo per una colpa commessa. Ecco, da questo senso di perdita che ci accomuna tutti, dal senso di stupore che ci pervade quando ci rendiamo conto di partecipare tutti a questo sentimento, nascono i dodici racconti riuniti in questo libro. Tutti parlano di una perdita: presunta o drammaticamente reale, riparabile o irreparabile, che riguarda un oggetto banale o la persona più amata o addirittura la vita stessa. A volte, questi racconti finiscono bene, a volte finiscono male, esattamente come accade nella vita. Ma tutti questi racconti nascono dallo stupore di apprendere che nell’altro che si trova di fronte a noi, la perdita risuona nello stesso identico modo in cui risuona in noi stessi…



1. Buongiorno Alessandra. La sua raccolta di racconti "La perla nel Tempio" si apre con una citazione di Primo Levi: "…Ciò che comunemente intendiamo per comprendere / coincide con semplificare: / senza una profonda semplificazione il mondo intorno a noi / sarebbe un groviglio infinito e indefinito, / che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci e di decidere". Qual è la semplificazione che propone in questa raccolta di undici racconti?

La semplificazione che propongo è la narrazione dell’empatia, e cioè di un sentimento. In questo caso, del sentimento della perdita, vera o presunta, e dell’empatia da essa generata. Per quanto i sentimenti legati alla perdita siano quasi certamente bagaglio comune, devono comunque essere trasformati in narrazione e quindi analizzati, compresi, essenzializzati, decomposti e poi ricomposti in un insieme condivisibile. Ho fatto la scommessa di sintonizzarmi col lettore in modo da creare una consonanza. Un tentativo un po’ in controtendenza rispetto all’estetica contemporanea secondo la quale il lettore deve essere "scioccato" e la sua attenzione catturata attraverso narrazioni trasgressive (delitti, devianze, sesso) o evocazioni di mondi inesistenti (maghi, vampiri, ecc).


2. Nel racconto che dà il titolo al libro "La perla nel tempio" la protagonista partecipa a una cerimonia di battesimo nel Tempio ebraico, appunto il Bat Mitzvà della figlia di un’amica. Nel corso della storia smarrisce un orecchino con una preziosa delle due perle del Bahrein, regalo del marito. Inizia così una rocambolesca e affannosa ricerca della perla perduta. La protagonista che "…non era tipo da prendere iniziative.." si rimprovera di aver voluto cambiare la montatura originale degli orecchini con una senza il fermo. Da un certo punto di vista è come la perdita della perla le avesse confermato ciò che ha perduto alla sua nascita. È infatti figlia di una madre cristiana e di un padre ebreo che si è convertito, impedendole così di essere considerata a sua volta ebrea. Nell’immaginario della protagonista si confrontano le reazioni e i commenti allo smarrimento di questo oggetto feticcio della madre e quelle opposte del padre. Che cosa è per lei la perla e la sensazione di perdita?

Una piccola correzione: il Bar Mitzva (o Bat Mitzvà, per le ragazze) è la cerimonia di Confermazione e si svolge intorno ai 12, 13 anni. Ho cercato di raccontare in modo leggero quella che per me è stata una tragedia, un trauma inenarrabile. Nel momento in cui - da adolescente - mi sono resa conto che il fascismo e le leggi razziali avevano causato l’uscita della mia famiglia dall’Ebraismo (e via via, man mano che, studiando, mi rendevo conto di cosa avevo perso sul piano spirituale personale e di cosa aveva rappresentato storicamente la Comunità Ebraica di Roma), ho avuto una reazione violentissima e duplice: da una parte ho rifiutato la "normalità" che percepivo come impostami contro la mia volontà, dall’altra ho cercato di recuperare più Ebraismo possibile sia sul piano esistenziale sia sul piano culturale. La perla è la figlia dell’ostrica, dice la simbologia ebraica. E’ il prodotto, estremamente prezioso, di una gestazione attraverso la quale un insignificante granello di sabbia viene ricoperto di madreperla e diventa un globo luminoso di grande bellezza e valore. Si diventa "perla" (se si desidera) dopo un prolungato sforzo di autocostruzione, di cadute e risalite, di dono di sé nonostante la paura, il senso d’inadeguatezza, attraverso un costante sforzo di vivere e di non essere mai soli e di non far mai sentire solo chi ti è vicino. La perla è quello che vorrei diventare per poi restituire me stessa al Tempio, inteso non tanto come edifico, luogo fisico (anche se per me la Sinagoga di Roma è il luogo per eccellenza), quanto come un luogo spirituale universale, un luogo di conciliazione e di non-esclusione.


3. In uno dei suoi racconti "Opus Dei" lei esprime attraverso la protagonista un atteggiamento ambivalente nei confronti delle modalità di relazione della società italiana contemporanea. Per esempio, per superare le obiezioni di un impiegato di banca riguardo alla richiesta di restituzione di una tessera inghiottita dal terminale del bancomat, la donna decide di chiedere l’intervento di un parente perché "la famiglia è l’unica istituzione che funziona in Italia" per poi poco dopo chiedersi "Perché in questo paese nessuno si prende le sue responsabilità?". Dopo qualche altra battuta la protagonista si chiede come mai una persona "totalmente inadatta alla vita" come lei abbia avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli. Ci può parlare di queste sensazioni "oscure", di questo senso di inadeguatezza, nella coscienza di una donna di oggi?

Anche in questo racconto ho cercato di rendere in modo un po’ grottesco, un po’ caricaturale, l’infinta serie di intoppi, di incidenti quotidiani, uno stillicidio di ostacoli inutili e assurdi che ci distraggono costantemente dalle cose importanti imponendoci relazioni che non scegliamo e che influenzano in modo determinate la qualità della nostra vita. Una donna che ha una figlia adolescente che decide di iscriversi a un corso di giapponese, dovrebbe semplicemente stare lì a bearsi del successo educativo conseguito: ha una figlia in cerca di stimoli forti, di sfide e, incredibilmente, li cerca sul piano culturale e su un piano culturale molto raffinato. Oppure dovrebbe star lì a dire alla figlia quanto è fiera di lei, quanto condivide i suoi interessi, che, se potesse, si iscriverebbe pure lei al corso di giapponese; dovrebbe avere l tempo di passare in rassegna, con la figlia, tutte le opportunità che si aprono in conseguenza di una scelta del genere. Invece, ecco che i mezzi pubblici non funzionano, il luogo dell’esame diventa irraggiungibile, l’ansia di non fare in tempo a causa del traffico sovrasta tutto, il tentativo di comprarsi un paio di occhiali in farmacia per ingannare l’attesa leggendo un po’ magari seduta in pasticceria a sorseggiare un tè si rileva una fonte di ulteriore ansia, contatti umani coatti e indesiderati, di nuovo paura di non fare in tempo … Ritengo veramente che i tempi e i valori che ci vengono imposti siano stupidamente distruttivi. Soffocanti.


4. Lei sostiene che "a volte il senso di perdita precede addirittura la perdita" producendo uno sgomento, un senso di colpa, che ci portiamo dentro da epoche ancestrali a causa della perdita dell’Eden. Può sembrare un punto di vista "eretico" per certi versi: nell’uomo ci sarebbe la divinità primigenia decaduta per sua colpa, per dirla alla Jean Cocteau malheureuse par sa faute, e, contemporaneamente, la sensazione, il senso di ciò che abbiamo perso, cioè l’Eden. Abbiamo diritto al Paradiso, sia esso in terra o altrove?

Vorrei veramente congratularmi con Lei per questa domanda. Vede, il racconto biblico è stato scritto dopo moltissimi anni in cui è stato tramandato oralmente. La prima cosa che mi preme sottolineare è che da sempre l’umanità si è "raccontata", ha raccontato se stessa a se stessa, prima oralmente e poi per iscritto. Io credo che gli uomini, man mano che evolvevano spiritualmente ed eticamente e acquistavano il senso dell’importanza e dell’unicità, irripetibilità, della propria vita, si chiedessero con sempre più forza perché gli toccava nascere se poi bisognava certamente morire. Leggendo il Genesi, mi sembra di capire che il timore di Dio abbia inibito agli uomini che hanno raccontato la Creazione di addossare al Creatore questa contraddizione, preferendo ascriversi una semi-scelta: non sapendo bene quali sarebbero state le conseguenze, la coppia primigenia ha scelto di mangiare il frutto dell’Albero del Bene e del Male. La coppia primigenia ha scelto di affrontare anche il Male. Il Male, la lontananza dal Signore, il ciclo vita-morte. Se Adamo ed Eva non avessero scelto di non obbedire, la realtà in cui il Signore li aveva adagiati sarebbe stato il Gan Eden, l’assenza di morte. Secondo me è in questa dimensione psicologica a-temporale (eterna, nonostante la mortalità degli umani) che si saldano senso di colpa e dolore della perdita. La perdita fa male nella misura in cui il nostro pensiero va a cercare il punto in cui "si poteva evitare": dove ho sbagliato? Cosa non ho fatto per evitare a me stesso questo dolore? Ho conosciuto molto da vicino persone che, dopo la morte di un caro per malattia, rimaneva per mesi, per anni, devastate dal senso di colpa di non aver insistito per far fare determinate analisi cliniche, non aver proposto determinati interventi chirurgici, non aver insistito per cambiare medico o struttura sanitarie, ecc. Gente intelligente e colta, ma devastata dal senso di colpa e di impotenza di fronte a una perdita che non si è saputo/potuto evitare.






6. La protagonista di un altro dei racconti di "La perla nel tempio", Giulia, raccontando come è nata in lei l’ossessione per la sua dentatura, ci parla di un sogno di gioventù che è quello di andare in Israele a visitare un kibbutz. Che cosa rappresenta per una persona dei tempi nostri, che vive in una città multietnica e cosmopolita come è Roma, il viaggio di riscoperta della tradizione con la quale cercherà invano di ricongiungersi?


5. Che ruolo dovrebbe avere secondo lei il giornalista in una società in cui, come lei stessa dice, non solo bisogna avere delle buone idee ma anche la forza di imporle?


Sono cresciuta con il mito del Giornalismo. Da ragazzina, i giornalisti erano i miei eroi. Parlo dei tempi di Epoca, l’Europeo, parlo di Oriana Fallaci e di Luca Goldoni. Di Arrigo Levi e di Alberto Ronchey. E di infinti altri che hanno fatto veramente parte della mia vita, della mia formazione, al pari dei grandi scrittori. Parlo di quando il giornalismo italiano era considerato tra i migliori del mondo, forse il migliore in Europa. Credo che la professione del giornalista debba imporre l’idea che l’informazione la può fare (la fa) solo chi impone, a sua volta, a se stesso l’assoluto rispetto per chi legge. Il giornalista ha la responsabilità di scegliere quali fatti offrire al lettore per permettere al lettore di farsi un’opinione in merito ai fatti e non per impedirglielo. Ossia: il giornalista dove rifiutarsi di truffare il lettore tramite un’informazione "sponsorizzata" e deformata. Quello che lo scrittore si può consentire (portare il lettore lontano dalla realtà quotidiana, in una realtà creata per lui dallo scrittore) il giornalista non può. Ritengo che il giornalismo, in Italia, stia toccando il punto più basso della sua storia perché è esclusivamente manipolatorio e gravemente omissivo. E’ inevitabile che, facendo giornalismo, si accumulino infinite nozioni sulle cose che non funzionano, sui meccanismi che portano a gravi omissioni e disservizi, sulle persone "che contano" e sul loto modo di gestire la Cosa Pubblica o gli affari. E’ inevitabile che una profonda conoscenza dei meccanismi della realtà producano, nei giornalisti che sono anche persone di spessore, la non acquiescenza e quindi la voglia di suggerire dei correttivi, di aggiungere mezzi di informazione corretta ai mezzi che già ci sono, di fornire anche il lettore degli strumenti per cambiare la realtà, una volta che gliene vien data un’immagine onesta, e i lettore decide che la realtà deve cambiare.

Per Giulia, la dentatura è il legame con il padre, il padre che voleva che lei avesse una dentatura perfetta (che lei fosse perfetta: ma sulla totalità di Giulia il padre non poteva decidere al 100 per cento, invece sulla sua dentatura sì) e aveva speso tanto tempo e denaro per raggiunger questo scopo. Quando il padre si ammala i denti di Giulia si ammalano, quando il padre muore i denti di Giulia muoiono e cadono. A quel punto Giulia recupera un rapporto fondamentale: il medico che sceglie è il suo migliore amico, incontrato quando aveva tanti sogni (tornare all’ebraismo, crearsi una famiglia ebraica, andare in Israele a vedere come è fatto un kibbutz, ma soprattutto a vedere con i propri occhi il riscatto del popolo ebraico che ha rischiato l’annientamento). L’amico aveva avuto, a suo tempo, un ruolo fondamentale nella realizzazione del sogno di Giulia di andare a vedere com’è organizzato un kibbutz. L’amico è il segno che Giulia può ancora avere dei sogni e la speranza di realizzarli. E quindi, il legame riannodato col suo dentista e medico/miglior amico ed ebreo è esattamente il simbolo della speranza di Giulia che i suoi sogni possano ancora avverarsi. Roma e Israele hanno un legame storico importantissimo: e questo legame è un altro dei punti fondamentali della mia formazione. E’ un legame politico ed è l’influenza che il Risorgimento (e in particolare il pensiero di Giuseppe Mazzini) ha avuto sul Sionismo politico. Quanto al cosmopolitismo della Roma dei nostri giorni, bisogna dire che Israele è un luogo antichissimo e nuovissimo, di cui nessuno, tranne quelli che ci sono stati, sa niente. In Israele vestigia millenarie convivono con i grattacieli e la tecnologia più avanzata, è un luogo in cui c’è il massimo del cosmopolitismo possibile, in cui si sono riversati gli ebrei di ogni nazionalità e provenienza: europei (italiani, francesi, belgi, inglesi, tedeschi, svizzeri, rumeni, ecc.), americani (canadesi, venezuelani, brasiliani, argentini) turchi, russi, nordafricani (algerini, tunisini, marocchini, libici, siriani, libanesi), yemeniti e iraniani, africani (eritrei, etiopi), giapponesi, indiani, australiani. Nelle diverse epoche, alcuni per scelta, altri travolti dagli eventi, fuggiti dalle persecuzioni, dall’essenza di libertà religiosa, dal rischio di restare schiacciati dalle guerre civili. In Israele ci sono bambini che parlano 9 lingue: quelle di ciascun nonno più l’ebraico. Non c’è nulla di più cosmopolita e complesso di Israele, in tutti i sensi. Israele è nato così, non è diventato così. Mentre Roma, quando io ero ragazzina, era solo dei romani, adesso è il trionfo dei Palazzi del Potere e delle auto-blu. Roma non è più una città, è un problema amministrativo. E’ molto difficile, per una persona della mia età, accettare quello che è diventa Roma. Infatti, penso che appena possibile me ne andrò a vivere in campagna.



7. Lei ci parla della cucina ebraico-romanesca che, come la lingua giudaico-romanesca riscoperta di recente in ambito teatrale, sembra riscuotere nuovi successi di gusto. Siamo nell’era che il sociologo ebreo-polacco Zygmunt Bauman aveva chiamato della "società liquida", dove non ci sono più regole forti e in cui tutti i rapporti, per primi quelli di lavoro, diventano precari e perfino la famiglia fa fatica a sopravvivere vittima com’è di impulsi allocentrici. E tuttavia abbiamo veramente bisogno di radici stabili?

Non credo che abbiamo bisogno di radici stabili in senso limitativo, tutt’altro: abbiamo assolutamente bisogno di esser aperti e disponibili al cambiamento, alle esperienze, agli altri, a ciò che non conosciamo. Quello di cui abbiamo bisogno è avere il coraggio di scegliere fino in fondo quello che vogliamo essere, non accettare identità imposte; e, soprattutto, dobbiamo difendere quello che siamo. Può sembrare una contraddizione, e forse in termini puramente logici lo è, ma le due cose devono convivere: apertura e identità devono stare insieme, anche perché non c’è l’una senza l’altra.


8. Quale empatia può esistere per l’uomo nei confronti dei propri simili quando subisce una perdita a causa di altri uomini o di un sistema fuori della portata del singolo individuo, come succede oggi, per esempio, con il mercato finanziario?

Quello che sta succedendo a causa del sistema finanziario lo trovo di una gravità spaventosa. E’ disumano, non trovo altre parole. Non ci sono scuse per chi ha messo in piedi un sistema violento, rapace, che espropria ricchezza ai cittadini per sopravvivere dopo che ha fallito. E’ terribile quello che sta succedendo. E’ un incubo a occhi aperti. Ci dicono che tutto questo avviene perché gli Stati hanno venduto i loro debiti. Ma, dico io: se uno Stato vende i propri debiti (e deve dimostrare ai cittadini che loro gli hanno dato consapevolmente il permesso di farlo – e qui ci riallacciamo la problema dell’informazione che non informa - ) , mi pare ovvio che si metti nelle mani di chi li compra. Allora, un conto è se dai a chi ha comperato parte del tuo debito sovrano solo il potere sul valore economico dello stesso debito, un conto è se attraverso il potere sul valore economico del debito dai ai creditori anche il potere di decidere la politica del tuo Paese e della vita dei suoi cittadini! Io ho sempre fatto politica attiva, a parte una pausa all’epoca in cui vivevo all’estero e le mie figlie erano molto piccole. Ho sempre militato in un’area laica di centro, assolutamente favorevole all’Unione Europea come aspirazione, ma, grazie al fatto di annoverare tra le proprie fila dei bravi economista, da sempre, da parte dell’area politica alla quale appartengo, è partito forte e chiaro il messaggio che l’Unione Europea non poteva vivere di sola unità monetaria: doveva assortamente avere un Politica monetaria comune. Invece, abbiamo avuto l’Europa dei Banchieri, con questi vecchi tromboni abbarbicati alla "stabilità", ai "tassi", ai mezzi punti in più o in meno dei tassi, vecchi tromboni che hanno un potere immenso senza che nessuno di noi li abbi mai votati. Non sa cosa augurarmi perché non è nel mio carattere auspicare che si torni indietro, buttando anni a miliardi. Ma certo, siamo caduti in mani pessime. Ci serva da lezione per il futuro.

© Intervista realizzata da Stefano di Stasio il 23 e 27 Novembre 2011. Pubblicata su:
http://www.paroleefotografie.blogspot.com/



SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: La perla nel Tempio
Autore: Alessandra Pontecorvo
Editore: GDS Edizioni
Data di Pubblicazione: Marzo 2011
Collana: Miscellanea
ISBN: 9788896961803
Pagine: 174
Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

sabato 12 novembre 2011

Intervista a Maurizio De Vito, autore di “Io sono il nuovo povero”, raccolta di poesie in prosa

a cura di Stefano di Stasio



Dalla poesia "Gli occhi del povero" contenuta nella raccolta di Maurizio De Vito:

Gli occhi del povero,
sono pieni di lacrime
che bagnano i cuori
sia per la gioia
che per il dolore,
e la speranza lo salva
dal buio della notte.
La notte,
che devo sconfiggere
tutti i giorni,
tenendo lontane,
le paure e le insicurezze
di un’esistenza
difficile, precaria, ingiusta…


      
1. Maurizio può descrivere come nasce "Io sono il nuovo povero"?

"Io sono il nuovo povero" è il seguito del mio primo libro autobiografico "Non smettere mai di sognare" dove io stesso mi riconosco in questa nuova figura sociale. A differenza del povero tradizionale che siamo abituati a vedere dormire sulle panchine dei parchi, con i panni sporchi e la barba lunga, egli lotta quotidianamente per arrivare a fine mese. Colui che ha il privilegio di non dormire sulle panchine , ma lo svantaggio di dover vivere affrontando da solo, nell’estraneità totale del mondo che lo circonda, il dramma e la sofferenza della sua condizione. Spesso, il nuovo povero è il vicino della porta accanto che facciamo finta di non vedere. La motivazione principale che mi ha spinto a scrivere il libro è stata la necessità di esternare le emozioni e i sentimenti repressi, frutto di una condizione di disagio notevole.


2. Lei esprime il concetto di viaggio nella quotidianità. Esistono delle abitudini, come quando siede sempre nello stesso posto in un treno di pendolari, ma ciò che rende diverso ogni giorno dai precedenti è la sua dimensione interiore, il suo animo che recepisce nuove emozioni. Secondo lei che ruolo hanno gli incontri con il prossimo, con i nostri simili in questo percorso personale?

La povertà e la nudità interiore ci vengono poste innanzi nelle situazioni di grande disagio. Allora, prendiamo coscienza della nostra fragilità e dei limiti che teniamo nascosti persino a noi stessi, per paura di incontrarli faccia a faccia. Impariamo a confidare in quel Dio che si è fatto povero per arricchire tutti noi con la sua povertà. In questo percorso dopo aver incontrato noi stessi , siamo pronti ad incontrare il prossimo. Ogni giorno un’emozione nuova, che ci fa vedere il mondo con gli occhi dell’umanità, dove il prossimo ci respira di fianco , come quando seduti in uno scomparto del treno veniamo tutti indistintamente illuminati dalla luce dello stesso cielo.


3. Ha scritto: Una fotografia / di ciò che gli occhi osservano, / la ragione elabora, / i sentimenti assimilano. Benvenuti nell’inferno. Ci può parlare dell’inferno che oggi è sotto gli occhi di tutti?

L’inferno è quando la mattina, come tutte le altre mattine ti suona la sveglia alle 6.30, tu ti alzi, prepari il caffè, ti affacci fuori la finestra per dare un’occhiata al tempo, poi ti accorgi che non devi andare a lavorare, prendendo coscienza che se va avanti così, oggi è uguale a domani e domani sarà uguale a dopodomani. L’inferno è quando nei crocicchi delle strade e delle metropolitane, la gente dorme avvolta dai cartoni senza dignità. L’inferno è l’immagine triste della miseria, che arriva al cervello e si riflette nel cuore dell’uomo, mentre l’automobile di lusso ci attraversa la strada senza nemmeno rallentare la sua frenetica corsa. L’inferno è un mondo che sta trascurando sempre più il sentimento della "Compassione", che nasce dall’empatia dell’immaginarsi al posto dell’altro, dal pensare che ciò che sta soffrendo lui potremmo patirlo anche noi.


4. L’impressione che si prova, leggendo "Io sono il nuovo povero" è quella di un laboratorio di studi sociali a cielo aperto. Nel libro si alternano scritti dal taglio poetico a fotografie e commenti. Questo formato di esposizione rappresenta un esperimento di comunicazione sociale. Qual è il ruolo delle tre modalità espressive, di scritto emozionale, di cronaca razionale, di immagine nella sua visione globale del mondo che la circonda?

Respirare la propri vita a pieni polmoni e poter aprire gli occhi ogni mattina per guardare tutto ciò che ci circonda nella semplicità più assoluta. Saperla descrivere con altrettanta semplicità senza però trascurarne i lati oscuri, quelli che la nostra società a volte cerca di nascondere. Allora dove non arriva la parola, deve arrivare l’immagine e, se anche quest’ultima non è sufficiente, proveremo con la poesia fino a toccarne il sentimento, emozionandoci sempre e comunque sia che siamo scrittori, poeti o solamente persone… come me.


5. Lei non si definisce né uno scrittore né un poeta, eppure, ammette di descrivere emozioni e cita come sottotitolo del suo lavoro "Raccolta di poesie in prosa". Dice anche che queste emozioni colorano la vita e alimentano le speranze. Là dove riusciamo a materializzare una prospettiva, anche remota, superiamo la paura di vivere. Possiamo parlare di un percorso di ribellione dello spirito nella sua opera?

È sicuramente una presa di coscienza, dove attraverso un percorso anche spirituale l’uomo raggiunge la sua rinascita scavando all’interno della propria anima, e ritrovando la forza di liberare tutte le sue capacità, passioni, talenti, che rimangono sepolti dalle macerie della sofferenza. Mi piace più definirla , almeno nel mio caso una rinascita dello spirito.


6. Qual è il legame fra la speranza, che lei auspica per i "nuovi poveri", e il valore della dignità che legittimamente dovrebbe essere parte del sentire dell’uomo?

Se non si riesce a dare dignità alle persone, allora non c’è futuro per la nostra società. La speranza di una vita dignitosa, oltre ad essere un augurio, vuole essere un messaggio forte al mondo intero, che concedendo troppo spazio alla globalizzazione economica e comunicativa trascura sempre più le vere priorità dell’essere umano. La speranza è la forza trainante della nostra vita ed è profondamente legata alla sua stessa dignità.


7. Le confesso con ammirazione personale che il vissuto che lei descrive assume a volte tratti di leggenda, di vero e proprio eroismo dei giorni nostri. Che cosa può raccomandare o comunicare un padre di due figli come lei ai figli distratti della nostra epoca di angosce?

Come ogni notte, mi alzo dal letto e rimbocco le coperte ai miei figli che dormono sereni, nonostante tutto, lasciando la loro stanza con una preghiera tra le labbra. Ho un profondo legame con le parole di questa poesia: "Gli occhi del povero", perché racchiude un momento di quella quotidianità che le dicevo pocanzi. Rappresenta un momento di forte preoccupazione dove un padre soffre in silenzio rivolgendosi con una preghiera verso un Dio che ascolta le sue preghiere. Le ascolta in un momento forte, in un silenzio assoluto, attraverso una finestra che si apre nel cielo infinito. I nostri figli hanno bisogno di adulti migliori, quelli che devono dare loro l’esempio giusto, quelli che devono raccontarsi di generazione in generazione senza creare il vuoto lasciandosi dietro i valori importanti della nostra esistenza. I nostri figli hanno il diritto e il dovere di comprendere il vero senso della vita.


Il libro di Maurizio De Vito è disponibile su:
http://ilmiolibro.kataweb.it/

 
© Intervista realizzata da Stefano di Stasio il 6 e 10 Novembre 2011. Pubblicata su:
http://paroleefotografie.blogspot.com/


Gli autori di raccolte di racconti e antologie fotografiche che fossero interessati a una recensione possono contattarmi all’indirizzo e-mail:

stefano.distasio1600@gmail.com

martedì 8 novembre 2011

Continua: Rassegna stampa - "Del seme più forte"

ART-LITTERAM / Libera Rivista Telematica
Recensione a "Del seme più forte" di Cinzia Baldini, 8 Gennaio 2012.
Il link:


TELEPRIMA
Trasmissione "Libri in redazione", intervista a cura di Maria Beatrice Crisci, Sabato 29 Ottobre 2011 ore 15:30



BEST SELLER E AUTORI EMERGENTI: una selezione dei libri del momento.
Rubrica Libri in Evidenza di RecensioniLibri
http://www.recensionilibri.org/in-evidenza

 


...Ho letto il tuo libro in pochi giorni. Ne ammiro innanzitutto la peculiare capacità descrittiva, anche su particolari che sfuggono in genere alla nostra attenzione. Ne viene fuori un senso di precarietà della condizione umana in anni nei quali sembrano venir meno certe sicurezze e punti di riferimento importanti del passato, mentre una tecnologia sempre più avanzata e funzionale tende purtroppo a volte a condizionare e persino bloccare la nostra vita abituale. L'amicizia profonda tra persone può costituire un modo efficace per contrastare la transitorietà e le incertezze molteplici delle nostre effimere esistenze, mentre l'amore, l'incontro non appaiono certi e capaci di garantire un futuro…
Dante Iagrossi


…Scene di ordinaria quotidianità che lasciano una traccia profonda quanto la consapevolezza di vivere in una società malata di noi stessi! Una raccolta di racconti in cui il tema dominante è il genere umano e il bisogno d'imporsi a ciò che è irrimediabile…
Carmen Moccia, Scrittrice



IL CAFFÈ – Settimanale indipendente. Anno XIV n. 37 del 4 Novembre 2011

Un libro di quattordici racconti e altrettante foto in bianco e nero a testimoniare, in parallelo, un percorso di ricerca di senso. Di facile lettura, il libro procede con leggerezza ad affrontare, attraverso l’esperienza del proprio vissuto, aspetti della quotidianità, i cui attori sembrano mine impazzite senza più ancore di salvezza...
…La raccolta dei quattordici racconti di Stefano di Stasio, legati dal fil rouge della memoria, costituisce un campionario di esperienze, nelle quali si può riconoscere ciascuno di noi e che ci pongono interrogativi circa il senso della vita e il non senso di molte nostre nevrosi, che come fantasmi ci perseguitano nel segno dell’imprevedibilità, incrinando le nostre certezze …

Articolo di Ida Alborino, Docente e Giornalista


Intervista con l'autore sul sito Recensioni Libri
Che cosa intendi per "immagini di parole" ?
È un concetto che ho introdotto fin dal mio primo lavoro "Storie di uomini, donne e animali" anche quella una raccolta di racconti e fotografie del 2008. Quello che mi affascinava e volevo proporre come linguaggio, era una scrittura essenziale, non prolissa, che fosse in grado di comunicare al lettore le emozioni nello stesso modo diretto in cui una fotografia trasferisce all’osservatore una sensazione o una informazione "globale". Quello che non possiamo né descrivere né trasferire facilmente a volte sono le nostre emozioni, proprio la parte irrazionale del nostro vissuto. Da un punto di vista un po’ cinico, siamo incapaci di descrivere il meglio e il peggio dell’essere umano. Sentimenti comuni, amore, odio, perfidia e generosità, tradotti nelle conversazioni della vita quotidiana, diventano ridicoli. Dei fantasmi, pantomime dell’assurdo che, purtroppo, a volte rovinano la vita. Ho riproposto questa impostazione anche nel mio secondo lavoro "Del seme più forte" e nel mio blog in rete "Parole e fotografie" che rappresenta un laboratorio per lo sviluppo combinato dei due linguaggi…

lunedì 31 ottobre 2011

Rassegna stampa - "Del seme più forte"



SABATO NON SOLO SPORTIVO
Direttore Responsabile Vincenzo Di Nuzzo – 22 Ottobre 2011

 
 

TELEPRIMA
Trasmissione "Libri in redazione" a cura di Maria Beatrice Crisci, Sabato 29 Ottobre 2011 ore 15:30
http://www.teleprima.it/



CASERTANEWS

Pane e Paradossi - Intervista all'autore, rubrica "Letto e Bloggato"
…Cortàzar, in un saggio dedicato al racconto, paragona quest’ultimo alla fotografia, in quanto deve circoscrivere e dettagliare per far apparire significativo ciò che narra e nei quattordici racconti che compongono "Del seme più forte", ognuno introdotto da un’immagine fotografica, l’autore Stefano di Stasio riesce a armonizzare efficacemente queste due arti della sintesi. Quattordici brevi e attenti viaggi che svelano la meccanica umana miscelando destini e impressioni, incontri e separazioni attraverso personaggi comuni, ma mai prevedibili o scontati, imbrigliati nelle spire di una società affogata in un’ ottusa e ottundente burocrazia…

Il testo completo della recensione e dell’intervista all’autore sono al link: http://paneeparadossi.netsons.org/?tag=trama-del-seme-più-forte


Recensioni Libri
…Come in un confronto impossibile tra mondi opposti, dalle disavventure di un uomo che si imbatte nella burocrazia si passa ai funerali indù sulle pire lungo un affluente del Gange e alla spiritualità del Nepal…

La recensione completa al link:
 www.recensionilibri.org/2011/10/del-seme-piu-forte-una-raccolta-di-racconti-e-di-istantanee-di-vita.html


Recensione Libro
…"Del seme più forte" di Stefano di Stasio raccoglie quattordici istantanee della vita di tutti i giorni. Quattordici incontri in cui viene messa in mostra come i gesti più semplici ai quali andiamo incontro ogni giorno, possono complicarsi fino a renderci impossibile la vita…

Il testo completo è riportato al link:
 
www.recensionelibro.it/del-seme-piu-forte-stefano-di-stasio.html


Tania Maffei
Ho letto tutto d’un fiato "Del seme più forte". È difficile non restare impigliati nella rete di questo scrittore-fotografo che sa descrivere la realtà che lo circonda fotografandola delicatamente come fa nelle sue foto. Stefano di Stasio ha la grande capacità di cogliere i dettagli anche minimi che la maggioranza di noi non riesce a vedere e che lui immortala sulla carta stampata dopo averli già probabilmente impressi sulla pellicola fotografica. Questo scrittore è anche uno scienziato e si sente nella scelta che fa delle storie che racconta ma è anche un uomo meridionale la cui mente è ancora imbevuta di riti pagani e di antiche superstizioni che non sa e non vuole abbandonare. Nelle sue storie il vecchio si mescola con il nuovo. I viaggi che lo portano lontano da casa sono un modo per ricevere nuove ispirazioni che troveremo nelle altre storie più casalinghe dove ognuno di noi può ritrovarsi nel vivere quotidiano di un’italietta che ormai ci lascia, giorno dopo giorno, sempre di più sgomenti e senza parole.

www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-di_stasio_stefano/isbn-9788848812856/del_seme_piu_forte.htm


Scrittori Modenesi - Scheda

DEL SEME PIÙ FORTE" Autore: Stefano di Stasio Edizioni/Print-on-demand: Lampi di Stampa, Agosto 2011

PERCHÉ
A volte mi sveglio durante la notte. Ripenso a quanto mi succede durante la vita, ogni giorno. Mi prende un senso di oppressione e insieme di rabbia. Penso che tutto quello che potrò fare o disfare per i miei figli sarà inutile. Che non servirà a niente. Che in un giorno non tanto lontano, forse è già oggi, non ci saranno più regole. Che hanno preso la nostra terra e anche la nostra mente. Che vaghiamo impazziti nella notte dell’uomo cercando di divorarci a vicenda. Mi chiedo perché adesso, nel ventunesimo secolo delle società "avanzate", non hanno più senso parole come eroe, uomo, padre, madre, onore, leggenda. Perché la morte ci fa paura e tante altre cose no. Mi domando se si possa ancora pregare, guardare nell’animo di sé stessi e degli altri senza avere lo scopo di truffare, massacrare, violentare.
CHI
Stefano di Stasio, un nome, una famiglia come tante
CHE COSA
Un libro di quattordici racconti e quattordici foto in bianco e nero scattate dallo stesso autore, prodotto con un print-on-demand. È un lavoro di ricerca. Segue la strada del linguaggio nei racconti. In parallelo, quella dell’esplorazione fotografica. La domanda che pone e che si pone è se ancora esiste nelle società del liberismo selvaggio la possibilità di garantire un’esistenza dignitosa per i propri figli.
DOVE
In giro, cercando di osservare senza fretta
QUANDO
Nel corso di anni di esplorazione
COME
L’uomo appartiene alla terra. Guardo le strade, gli aeroporti, le piazze e vedo schegge impazzite di umanità che rimbalzano come palle di biliardo su bancomat, supermercati, carte di credito, tasse e bollette. Appassito lo sguardo e annebbiata la vista. Il cuore batte su pantomime di "amori" che finiscono come l’abbonamento al parcheggio o alla metropolitana. La dignità si spegne in un vortice di eventi che si succedono senza posa, annullando la percezione. La cosa più naturale che provo è la fame e la sete. Volgo lo sguardo sugli animali, quelli che non abbiamo ancora sterminato. Pensiamo che siano stupide bestie, siamo certi di essere padroni del mondo. Invece no. Perché un’ape, o un corvo o un gatto hanno sempre dignità. Prendono dal mondo ciò che è necessario, nemmeno un filo di più. Non usano il denaro, i bancomat, le carte di credito. Vivono di vento nel vento, subendo l’alternarsi delle stagioni. Imparano a sopravvivere. Questo è "Del seme più forte".

http://www.scrittorimodenesi.it/index.php?option=com_zoo&view=frontpage&layout=frontpage&Itemid=139



Schede del libro su altri siti
http://www.braviautori.com/
http://www.nonsolomanoscritti.com/


Reperibilità:
Caserta - Libreria Mondadori, Corso Trieste 247
S. Maria Capua Vetere - Libreria Spartaco Interno 4, Via Martucci 18

internet: IBS, HOEPLI
http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=stefano+di+stasio

 
   

martedì 25 ottobre 2011

PAROLA DI SCAMBIO: Tumán

 
Sospinta dalla voce dei lettori nasce la rubrica "Parola di scambio". Perché se è vero che la scrittura è il segno che materializza storie, personaggi e atmosfere, è altrettanto vero che l’emozione trasmessa dall’autore con un racconto o con una fotografia si traduce in parole da parte del lettore o dell’osservatore, in una sorta di cavalleresco scambio di colpi, come in una metaforica giostra medioevale.
Parole che qui riporto con piacere, siano esse di critica o di plauso, per assoluto dovere di cronaca.
Le prime impressioni riguardano il racconto "Tumán" che apre la raccolta "Del seme più forte".
 
 
MIRKO GIACCHETTI
"Cos'ha in testa certa gente?" (Teatro degli orrori - Alt!-)
Talune teste sono vuote, altre troppo piene ed alcune sono capaci di contenere storie. Storie che abbiamo la fortuna di leggere, come questo "Tuman". Ogni scrittore scrive di ciò che conosce, delle proprie esperienze, attinge dal vissuto e trasforma il narrato in qualcosa da cui tutti possono trarre un insegnamento. No, forse ho sbagliato. A meno che Stefano di Stasio non sia una "Lynx lynx carpathicus", direi che è un buon esempio di autore in grado di contraddire il pensiero comune: "Sei uno scrittore? Allora scrivi di te e bla bla bla". Il vero problema e che riesce bene! Le descrizioni sono dettagliate, quasi quanto potrebbero esserlo per una lince. Anne Rice in "Intervista con il vampiro" glissava il problema di vedere attraverso gli occhi del protagonista, liquidava il lettore con una frase tipo: gli occhi videro la notte in una maniera diversa... Ok, è un vampiro...chissà cosa vede? Stefano di Stasio fa un passo avanti, ci dona quegli occhi e ci porta fuori dalla nostra umanità!
Questo dettaglio è l'ennesima cura nell’ingannare il lettore. Sono felini che hanno caratteristiche umane? Poche parole sul finale! Tuman prigioniero e la prole che verrà, salva... Happy end a metà...Se entrambe le linci fuggivano: vissero tutti felici e contenti...Happy end full optional! Non discuto la scelta, anzi la condivido. Si tiene lontana dalla sensazione di "già visto" e mantiene vivo nella memoria il protagonista. Inoltre ci si domanda: cosa farà, come resisterà alla cattività? Ulteriore vantaggio: proietta l'altruismo sulla razza felina - da sempre considerata ultra egoista. Anche in questo caso esce dagli schemi, costringe a pensare oltre. Ci invita ad osservare meglio e, perché no, a riflettere! No, non sono felini con caratteristiche umane, sono felini più umani dell'uomo! Complimenti Stefano!
 
 

TANIA MAFFEI
Questo scrittore ha la grande capacità di descrivere in modo fotografico ciò di cui parla soffermandosi in modo direi quasi maniacale su mille dettagli. È difficile non riuscire a vedere le immagini che riesce a creare. Si sente la voce del fotografo e la mano esperta che lo guida. Le storie poi sono centellinate in modo che il lettore possa entrarci lentamente, senza fretta. Qui due animali selvatici vengono solo in parte umanizzati. O meglio è il modo in cui l'autore li guarda che ci fa incorrere in quest'errore che poi però viene subito chiarito. Anche questa volta però la crudeltà umana non ce la farà a vincere e l'animale porterà a casa la sua piccola vittoria: la femmina salvandosi riuscirà a preservare la prosecuzione della specie. Se il resto del romanzo è così penso che mi piacerà molto.



MORGANA BART
… L'uomo incontrato da Tùman è una figura meschina, curiosa, incapace di possedere valori, i guardiani ne sono l'esempio più chiaro. E poi la fuga di Ira, il coraggio di Tùman e la consapevolezza che la sua stirpe sopravviverà nella natura, dove l'uomo non è che piccola cosa…

La recensione riportata interamente la trovate qui:
http://paroleefotografie.blogspot.com/2011/08/del-seme-piu-forte-14-racconti-per.html#comments
 
 

Tumán

Tumán. Nebbia. Stava appollaiato su un abete rosso della foresta. Era l’alba di un giorno freddo. Dall’alto poteva vedere i fasci di luce obliqua che diffondevano fra i banchi di minuscole goccioline sospese a mezz’aria. Abbagliavano la vista. Sua madre l’aveva chiamato Tumán perché quando si erano aperti i suoi occhi a un mese dalla nascita era rimasta colpita da un velo sottile biancastro che copriva l’iride a losanga di colore celeste. Adesso, intorno a lui, il bosco ancora taceva avvolto dall’ovatta.
L’autunno volgeva al termine, presto sarebbe caduta la neve. In lontananza udì dei suoni bassi. Provenivano dalla terra. Erano i daini che cominciavano a brucare l’erba delle radure. Era l’ora di cominciare la caccia. Saltò giù dall’abete, per un attimo sembrò volteggiare nell’aria e rimanere sospeso sullo strato di nebbia. L’impatto col terreno non produsse nessun rumore percepibile. Cominciò a attraversare la foresta in direzione della preda. Le orecchie si muovevano girando a semicerchio. Stava in guardia per i cercatori di funghi. Spesso portavano con sé il fucile. Tumán procedette guardingo evitando le piste battute e i terreni non coperti di alberi. Arrivò in prossimità della radura. Di là dalla nebbia, coperto dai cespugli, scorse quattro piccoli daini, un maschio e tre femmine. Strappavano l’erba a piccoli morsi. Studiò il terreno e scelse la preda, la femmina più giovane. Muovendo le sue zampe larghe e coperte di pelo descrisse un movimento a forma di elle per raggiungere l’albero al confine settentrionale della radura. Dopo aver brucato l’erba i daini si sarebbero spostati in cerca di acqua. Tumán sapeva che a nord, dietro quella collina a forma di panettone, c’era una sorgente. Anche i daini lo sapevano. Con un balzo fulmineo raggiunse i primi rami del grosso ippocastano. Scelse il ramo più sporgente. Lo percorse quasi fino all’estremità. Si accovacciò e attese. I daini terminarono il pasto. Il maschio ebbe qualche esitazione, poi si mise in marcia verso la sorgente. Non c’era niente da temere. Il sole stava diradando velocemente la nebbia. I daini potevano vedere lontano. Sfilarono ai margini della radura mentre le residue gocce d’acqua nell’aria facevano una specie di aura attorno alle loro sagome. Come un fulmine Tumán si lanciò dal ramo sulla preda. L’addentò al collo con i lunghi canini. Il teatro della natura officiava una scena grandiosa di vita e di morte. Le sagome scure dei contendenti si stagliavano nette nello splendore della luce diffusa dai raggi del sole nascente. Per il giovane daino non ci fu il tempo di reagire. Il cacciatore era venuto dall’alto, al di sopra degli strati di nebbia, dove mai un daino avrebbe annusato l’aria per avvertire il pericolo. Gli altri daini fuggirono via. Per Tumán questa era solo la prima parte del suo lavoro. Dopo aver finito la preda, doveva scegliere un posto per nasconderla. Sarebbe tornato a sfamarsi ogni giorno, con calma. Trascinò il daino per un centinaio di metri. C’erano tre betulle che si intrecciavano vicino a una piccola scarpata. Quello era il posto buono per fare da dispensa. Facendo forza sui suoi possenti arti posteriori, il cacciatore prima balzò, poi con i denti sollevò e tirò. Poi di nuovo, saltò e di nuovo tirò per raggiungere quella specie di piattaforma naturale. Era soddisfatto, sistemò il daino ben fermo. Fece colazione con la carne di un cosciotto. Si riposò. Aspettò finché il sole si fece troppo caldo per lui. Allora strappò delle frasche dagli alberi e coprì con estrema accuratezza la preda. Sarebbe tornato la notte successiva.
Un balzo e sparì nella zona d’ombra della macchia.
Trascorse il giorno. Il sole cadde con enfasi dietro la collina a ovest, quella a forma di pino. Dalla direzione opposta del cielo comparve, sbiadito, uno spicchio di luna. Tumán aveva passato il giorno a sonnecchiare. Fra i canti degli uccelli che cercano compagnia prima di dormire, l’oscurità calò lentamente sulla foresta e sui suoi abitanti, facendo svanire piano piano i contorni degli arbusti e dei tronchi. Si avvicinava l’ora di rimettersi in movimento. I suoi occhi vedevano meglio al buio.
Si leccò la pelliccia. Annusò l’aria. Drizzò le orecchie con i ciuffi e si mise in marcia, camminando sul nulla, senza rumore. Inaspettato sentì l’odore della femmina. Si chiese chi fosse, nel suo territorio ce n’erano molte. Incuriosito seguì la scia che lasciava quell’inconfondibile estro. La raggiunse. Entrambi emisero gravi miagolii. Si chiamava Ira. Non l’aveva mai vista. Era molto bella. Aveva da poco lasciato i due figli. Quando erano loro cresciuti i canini dopo dieci mesi dal parto, aveva loro insegnato a cacciare. Poi era andata via, era tempo di accoppiarsi di nuovo.
La notte avvolse la foresta. Si udivano, ogni tanto, animali notturni. Rapaci. Fra ringhi sommessi, si accese l’amore di Tumán e Ira. Trascorse così il tempo fino all’alba.
La bruma ancora calava sul bosco. Non tanto fitta come i giorni precedenti. Gli amanti ebbero fame. Si mossero dal loro giaciglio. Tumán voleva condurre Ira alla sua dispensa sugli alberi di betulla. Attraversarono la radura e si diressero verso la collina là dove c’era la scarpata. Quella mattina non incontrarono nessun daino. Anche il corvo, che di solito volteggiava in cerca di cibo, non c’era. Salirono sulle betulle. Tumán scostò le frasche che aveva disposto per nascondere il daino e offrì a Ira la sua cacciagione. D’un tratto però avvertì uno strano odore, aspro e penetrante, non era di un animale del bosco. Ma era tardi. D’improvviso una rete calò dall’alto e li intrappolò. Cominciarono a dibattersi emettendo grida acute. Di più la rete avvinghiò la sua preda. Quando il sole fu più alto avvertirono da lontano l’abbaiare dei cani. Di lì a poco poterono vedere degli uomini con la divisa grigio chiara che si arrampicarono sulla collina. Erano le guardie forestali incaricate di sorvegliare quella regione vicina al confine fra cinque stati, dove le foreste dei Carpazi sono più fitte. Tumàn e Ira guardarono con ostilità le guardie che esprimevano la loro soddisfazione. Poi furono fatti entrare in grosse scatole di legno che furono trasportate a spalla fino alla strada. La puzza dell’aria era per loro insopportabile. Come facevano quelle persone a non sentire quegli odori nauseabondi e a continuare a far finta di nulla? Le gabbie di legno furono issate su un vecchio camion. Dopo un giorno di viaggio su strade sgangherate arrivarono in un paese dove l’aria era più sopportabile. Era fra le colline e la foresta. L’aria aveva un odore salmastro. Truskavetz. Il villaggio del sale. Tumán e Ira non sapevano che era un centro rinomato da secoli per le cure termali. Così come non sapevano che c’erano una mezza dozzina di palazzoni dove si praticavano cure di ogni tipo che erano chiamati "sanatori". In ogni sanatorio potevano alloggiare fino a mille persone. Era un posto di vacanza premio per i lavoratori di tutta la ex Unione Sovietica. Man mano che il camion procedeva nel villaggio osservarono dei grossi edifici bigi a cinque o a nove piani. Fra di essi scappavano e giocavano folle di bambini. L’autista del camion si fermò a comprare le sigarette. Scambiò qualche parola con i passanti mentre fumava, soddisfatto del viaggio appena concluso. In men che non si dica il camion fu preso d’assalto dai bambini che cercavano di vedere fra le fessure delle scatole di legno. Poi il camion ripartì e si fermò davanti a un grosso sanatorio. Venne un uomo in camice bianco con due grosse siringhe in mano. Prima Tumán poi Ira. Furono addormentati. Si risvegliarono dopo un tempo indefinibile. Il sole che tramontava sulle colline gettava intorno a loro un’ombra lunga fatta a piccoli quadri. 
Erano stati sistemati in una grossa gabbia nel parco del sanatorio "Carpazi". All’interno erano stati disposti degli alberi scheletriti e una tana finta. Tumán cominciò a esplorare l’ambiente. Non c’erano vie di fuga. La rete era solida. Sul tetto era stata saldata una tettoia. Alla gabbia si accedeva attraverso una cabina fatta di rete di ferro con una doppia porta. All’esterno c’era una prima porta per entrare all’interno del gabbiotto. Da qui si apriva una seconda porta che dava all’interno della loro prigione. Le porte erano serrate. Niente da fare.
Per tutta la serata Tumán e Ira si accoccolarono sullo scheletro di pianta e dovettero sopportare i flash dei visitatori.
"Ris. Lynx lynx carpathicus. Lince dei Carpazi. Si stima che siano presenti 2800 esemplari su uno spazio compreso fra Ucraina, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania." Era scritto in bella mostra su un cartello davanti alla gabbia.
Ogni tanto Tumán leccava sul muso la compagna, sui ciuffi di peli ai lati del viso. Cercava di consolarla.
L’indomani conobbero i loro guardiani. Uno era una donna, si chiamava Orissa. L’altro era un uomo, Stepan.
Orissa e Stepan erano molto diversi. Tanto odiosa e precisa la prima, quanto simpatico e approssimativo il secondo. Forse era l’alcol che l’uomo beveva in continuazione. Portavano dei pezzi di carne quasi putrida. La donna si introduceva attraverso la porta esterna all’interno della cabina di transito. Poi Stepan chiudeva la porta esterna e Orissa apriva quella interna dalla quale si accedeva all’interno della prigione. Tumán rizzò i ciuffi di pelo sulle sue orecchie e con calma studiò il da farsi.
Venne la mattina del terzo giorno. Cominciava a nevicare. Da lontano Tumán osservò Orissa e Stepan avvicinarsi alla gabbia. L‘uomo era visibilmente ubriaco, questa volta aveva esagerato con la vodka. La sua collega se ne rendeva conto e ogni tanto lo apostrofava "Pízno, Stiupka! Pospisciái !" cioè "È tardi, Stepan! Sbrigati!" Orissa entrò nel gabbiotto. Tumán era arrampicato sul tetto, poteva osservare bene la scena. Stepan, barcollando, non aveva richiuso la porta esterna, ma la donna non se ne era resa conto, indossava uno spesso copricapo di lana grezza. Orissa aprì la porta interna e accedette all’interno della gabbia, sporgendosi fuori dalla porta della cabina di transito. Fu un attimo. Tumán si avventò dall’alto sul collo della donna emettendo urla furibonde. Ira approfittando della situazione sgattaiolò a lato della donna, spinse la porta esterna semiaperta mandando a gambe all’aria Stepan. Poi si fermò per aspettare Tumán. Ma Orissa era esperta. Con un forcone in mano respinse Tumán all’interno della gabbia e chiuse la porta fatta di rete metallica. Tumán guardò Ira. In un attimo i suoi occhi furono eloquenti come mille parole. Va’ Ira, Va’. Possa lo spirito della foresta accompagnarti nel tuo viaggio. Va’, scappa di là dalle colline. Porta la mia carne, i cuccioli che partorirai là dove ci siamo conosciuti. Dove l’acqua scorre e volteggia il falco, dove regna il silenzio e l’aria profuma di muschio. Abbi cura dei miei figli.


Tratto dalla raccolta "Del seme più forte" Racconti per Immagine, Edizioni Lampi di Stampa (2011).
http://www.ibs.it/code/9788848812856/di-stasio-stefano/del-seme-pi-ugrave-forte.html
http://www.hoepli.it/libro/del-seme-piu--forte/9788848812856.asp

© testo e foto di Stefano di Stasio


giovedì 25 agosto 2011

Del seme più forte - 14 racconti per immagine. Edizioni Lampi di Stampa 2011

Devastanti episodi si succedono con cadenza incontrollabile provocando la demolizione del bisogno più radicato nell’essere umano: la serenità di poter generare e far crescere con dignità i propri figli, dando così senso e prospettiva al proprio percorso di vita.

Quattordici racconti descrivono, a volte in modo giocoso, altre volte con cinismo, alcuni dei meccanismi che rendono così faticosa e disgraziata l’esistenza dell’uomo nelle società del consumismo. Quattordici foto in bianco nero e una foto in copertina, tutte scattate dall’autore, ci conducono in un percorso parallelo, popolato da incubi reali e da emozioni immateriali, nel quale la natura ci indica, ancora una volta, la via di uscita possibile, ma non ovvia.