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domenica 23 luglio 2017

RICETTA KRIMINALE terza puntata


© 2017 Stefano di Stasio. I racconti qui riportati sono opera di fantasia, ogni riferimento a fatti/persone realmente accaduti/esistenti è puramente casuale. La riproduzione è vietata, gli eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.


PUNTATA 1.
Меня зовут Кристина Сорокеан
… Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.
PUNTATA 2.
… quello scemo di Pietro, ce l’aveva troppo piccolo e, soprattutto, adesso non mi serviva più.


PUNTATA 3.
Cominciai a chiedere dei soldi a Igor, eh sì, mi servivano per comprarmi delle cose belle per me. Me le meritavo per tutte le volte che gli prendevo quella enorme cappella in bocca e nella fica. Ma in bocca non lo facevo venire però, che volete a me lo sperma mi fa schifo ma il cazzo mi entusiasma, e anche quando mi sborrano nella fica godo come una porca, ma sulla pelle e sulle mani proprio non lo sopporto. Igor mi diede in due mesi 4000 dollari e con quelli mi comprai una BMV di seconda mano colore blu notte. Io Ristinka Orocean a bordo di quel bolide 2000 di cilindrata, andavo da Chișinău a Drochia che sono più di 100 km in un’ora, ed è un record visto le strade che ci sono in Moldavia. Mi piaceva sfrecciare alla guida con lo stereo a tutto volume per le strade di Drochia, con gli occhiali da miliardaria e i vestiti firmati. Mi sentivo invincibile. A mio padre, per telefono, dissi che la macchina me l’aveva prestata un avvocato celebre di Chișinău con il quale avevo stretto una tenera amicizia. E lui, mio padre, quel povero morto di fame e di fatica, che lavorava a Sochi in Russia per 700 dollari al mese, quando glieli davano, come guardiano notturno di una fabbrica, non solo ci credette, ma addirittura si entusiasmò interessandosi al fatto se “l’avvocato” era già sposato o no. Io risposi a mio padre “Ma che dici papà, io non faccio amicizia con gli uomini sposati!”. Se la bevve subito anche mia sorella Bictoria, che all’epoca soffriva pene d’amore perché il fidanzato, con il quale conviveva, aveva alla fine dato ascolto al padre, il quale gli aveva sempre detto che Bictoria non era la ragazza giusta per lui.
Mia madre e mia nonna non mi credettero. Sapevo che la nonna, da giovane aveva lavorato in un bordello per i soldati dell’armata rossa in una delle zone del Volga, durante la grande guerra, anche se non ci aveva guadagnato granché, solo una pensione minima dell’Unione Sovietica quando il conflitto era finito. Anche mia madre da giovane aveva lavorato di fica a Chișinău in un locale notturno negli anni ’80 quando era caduto il muro di Berlino. Lei si era comprata la fattoria dove abitavamo ora con i guadagni di sesso mercenario, e poi aveva conosciuto mio padre, al quale aveva fatto credere di essere addirittura vergine, sottoponendosi a una piccola operazione di chirurgia plastica per la ricostruzione dell’imene. Dunque, mia madre, quando mi vide al volante della BMV, mi guardò torva e disse “Ristinka stai attenta a quello che fai, bada di non esagerare con l’amore!” e ci capimmo subito perché avevamo parlato un sacco di volte di come chiavare e dei trucchi per non restare incinta, e tra di noi questo lo chiamavamo amore.

Dopo due mesi, Igor non aveva più un dollaro e cominciò a bere e a essere nervoso. Allora cominciai a esplorare i suoi amici, gli uomini che lui mi aveva presentato nei locali delle notti brave a Chișinău.
Ce n’era uno, un cecoslovacco, si chiamava Ektor, diceva di lavorare nell’import/export di vini con l’Italia. Non era un mercenario, era basso e tarchiato, sulla quarantina, ma, cazzo, come era pieno di soldi! Non potevi non accorgertene, perché quando offriva da bere, tirava fuori dalla tasca una mazzetta di banconote da 100 dollari, solo banconote da 100. Non gli avevo mai visto in mano una copiura da 10 dollari. Cominciai a fargli gli occhi dolci, quando Igor era al bagno o quando era brillo. Soprattutto cominciai a scoprirmi il culo alzando la gonna e inarcando la schiena appoggiata con le braccia al bancone del bar. Ektor non era dotato come Igor, lo capivo dal fatto che, nonostante mostrasse segni di eccitazione e occhi pieni di voglia quando facevo la troia, la patta dei suoi pantaloni rimaneva sempre a livello base senza che si alzasse nessuna tenda dei pantaloni all’altezza dell’inguine.  
Comunque ci stava. Fu lui a dirmi: “Ristinka, tu sai parlare quattro lingue, il russo, il rumeno, l’albanese e il bulgaro. Ho in mente un lavoretto per te, puoi guadagnare tutti i soldi che vuoi. Ma mi serve un atto di interesse da parte tua” e nel dirlo mi guardò la minuscola mutanda nera che si intravedeva fra le mie natiche.

Capii al volo dove voleva arrivare e mi detti da fare a chiedere alle mie amiche più zoccole come si faceva a farselo mettere in culo. Devo dire che non ne trovai molte in grado di darmi spiegazioni esaurienti, perché da noi la religione ortodossa considera la sodomia un peccato gravissimo, un po' come i musulmani sunniti.
Comunque Ektor mi diede appuntamento due giorni dopo in un albergo di Chișinău. Inutile dire che mi ero sbarazzato di Igor, dicendogli che ero rimasta incinta di un altro, e mi ero messa pure a piangere, e quello stronzo ci aveva subito creduto. Mi aveva perfino dato gli ultimi 50 dollari che aveva in tasca, raccomandandomi di abortire.
Nella stanza di albergo Ektor indugiò a spogliarsi, allora io lo feci arrapare un po strusciandomi al suo davanti con la mia schiena e mostrandogli culo e tette. Quando si tolse le mutande, capii perché era stato titubante. ce l'aveva davvero piccolo, in erezione era lungo, forse, 12 centimetri, quanto il dito indice di Igor.
Lo presi in bocca un po’, poi lui mi chiese il culo. Io feci finta di essere timorosa e gli chiesi di usare tutta la delicatezza di cui era capace. Allora lui tirò fuori dalla borsa di pelle che usava per lavoro un flacone che conteneva  una sostanza oleosa trasparente. Quando gli chiesi che cosa fosse, mi disse che era l’olio alimentare che si versa, in piccolissime quantità, sulle damigiane di vino e sui tini, in modo che si formi una sottile pellicola di olio che impedisca al vino di ossidarsi all’aria. Me lo feci versare in mano, e mi unsi per bene lo sfintere. Quindi mi misi sul letto nella posizione della pecora o della cagna come dice qualcuno. Ektor si avvicino. Da sotto alle gambe con le mani gli presi la minuta capocchia e me la appoggiai sul buco. Gli ingiunsi di non muoversi finché glielo avessi detto io. Le mie amiche porche mi avevano spiegato che bisogna concentrarsi per aprire lo sfintere, e che è questo il punto difficile perché, di riflesso naturale, il muscolo tende a contrarsi quando sente il contatto con un corpo esterno. Però, io mi rilassai, e cominciai a esercitare i muscoli sotto il buco e lentamente, tenendo il cazzo di Ektor fermo fra le mani, a spingere. Dopo pochi minuti, riuscii a vincere il riflesso involontario e feci entrare la piccola cappella nel mio culo. A questo punto, mi girai  e con voce finta di eccitazione gli dissi “chiavami bene amore, voglio tutto il tuo cazzo fino in fondo al mio culo!”. Quel coglione non capì più nulla, comincio goffamente ad andare davanti e indietro. Era talmente fatto di voglia che uscì con la capocchia diverse volte e, tutte le volte, con lo stesso metodo, gliela riafferrai con la mano e me la rimisi dentro, perché lo sfintere, una volta dilatato rimane aperto per molto tempo. Ora il cazzo ballava nel mio culo, sentivo lo sbattere delle palle di Ektor contro le mie natiche, ma, anche se finsi di provare piacere, non sentivo proprio niente.
Il suo uccello era troppo piccolo. Nei miei pensieri, mi mangiai le mani di non aver provato quella pratica col pisello di Igor, allora sì che avrei goduto come una vera troia! Ma ora Igor era andato, non aveva più soldi e non mi interessava più.
Dopo qualche minuto di andirivieni, il cazzo cecoslovacco mi spruzzò molto sperma nell’ampolla rettale, provocandomi un fastidio che non conoscevo. Mi girai di scatto, lo mandai a fare in culo in Romeno e corsi n bagno a lavarmi. Gli spruzzi di sperma mi avevano provocato un prurito fastidioso nel culo. Quando uscii dal bagno quello stronzo era seduto sul letto con l’aria beata, e si guardava il cazzo che si era ridotto, a riposo, alle dimensioni di una lumaca.
Io mi rivestii subito e, assunta un’aria severa, gli dissi decisa: “Ora parliamo di affari!”.
CONTINUA

© 2017 Stefano di Stasio, rubrica Prospettiva Monka



© 2017 Stefano di Stasio è l’autore sia del testo sia delle foto, entrambi sono coperti da Copyright. Ogni riproduzione non autorizzata sarà perseguita in termini di legge.

sabato 22 luglio 2017

RICETTA KRIMINALE seconda puntata

© 2017 Stefano di Stasio. I racconti qui riportati sono opera di fantasia, ogni riferimento a fatti/persone realmente accaduti/esistenti è puramente casuale. La riproduzione è vietata, gli eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.

Dalla puntata precedente:
Меня зовут Кристина Сорокеан
… Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.

In Moldavia ho frequentato le superiori e poi anche l’università nella capitale Chișinău, ho preso due diplomi in Economia. Avevo 21 anni, l’età giusta per rendermi conto che ero intelligente, sfacciatamente bugiarda e anche molto troia. Mi vedevo con un mio collega, si chiamava Pietro, ma lui non mi faceva godere, perché quando chiavava, dopo due, tre colpi nella mia fica arrivava subito. E io ero più arrapata di prima. Allora cominciai a fare il giro delle discoteche di notte a Chișinău in cerca di cazzi. Me ne facevo cinque, sei a notte di uomini e alla fine, ma proprio alla fine, riuscivo ad avere un orgasmo e questo mi bastava, fino al giorno dopo.
Mia sorella Bictoria era il contrario di me, lei conviveva da anni con lo stesso ragazzo e penso che chiavasse solo con lui, noi due non parlavamo di queste cose quando ci vedevamo.
Frequentando gli ambienti notturni, venni in contatto con due tizi un po’ fuori dal comune. Erano abbastanza giovani, sotto i 30 anni, parlavano russo. Uno di loro aveva una grossa cicatrice sulla guancia destra e l’altro zoppicava perché aveva la gamba sinistra più corta dell’altra. Fra un cocktail e l’altro, facendo gli occhi dolci, e scoprendomi le gambe fino allo slip, feci loro sciogliere la lingua. Mi dissero che erano stati mercenari nella guerra civile a Donetsk e a Sloviansk, in Ukraina e che dopo 15 mesi avevano deciso di smettere perché i filorussi non li pagavano più come all’inizio della guerra, quando arrivavano milioni di dollari dalle casse della polizia segreta di Putin. Anche per loro, come per tanti altri mercenari, erano diventati pochi gli 80 dollari di paga, pochi almeno per rischiare il culo dopo che i nazionalisti Ukraini si erano cominciati a organizzare. Mi disse che all’inizio era una pacchia sparare a quel branco di cani randagi, abbandonati dai burocrati corrotti di Kiev. Ma poi si erano formati dei battaglioni spontanei provenienti dagli oblast di L’viv e Ivano Frankivsk. Mi parlò di un certo battaglione Dombass e del suo comandante, che portava sempre il passamontagna, e mi disse che erano stati loro, nonostante l’invio a rinforzo del battaglione Azov, che era filorusso, a tendere al loro gruppo un’imboscata nei boschi dell’Ukraina dell’est. E che in quella occasione lui si era beccato una pallottola che gli aveva perforato la guancia e l’amico un pezzo di mortaio che gli aveva tritato via un pezzo della gamba. Mi disse anche che gli Ukraini hanno dei bravi cecchini, perché in ogni campagna vanno sempre a caccia di bracconaggio.
Io li ascoltavo, facendo gli occhi dolci e accarezzandomi ogni tanto i miei capelli castani, ma a me della guerra non me ne fotteva un cazzo. Anzi, i racconti dei due avevano avuto l’effetti di eccitarmi e mi sentivo la fica tutta bagnata. Perciò avevo cominciato a guardare con insistenza il rigonfiamento dei pantaloni sotto la cintura di quello con la cicatrice. Lo attirai con la scusa di fumare, fuori della porta d’emergenza della discoteca e lì in mezzo ai bidoni della spazzatura lo toccai come so fare io. Ce l’aveva grosso, non mi ero sbagliata. Dopo 2 minuti avevo la sua grossa cappella in bocca e dopo 3 minuti eravamo in bagno a chiavare. Mi godevo quel cazzo enorme e pensavo a quando l’avrei raccontato a Pietro, così tanto per demoralizzarlo, lui lo aveva piccolo. Il mercenario russo, si chiamava Igor, mi sbattette per bene, a me piace farlo in modo violento e lui mi cacciò una mano in gola per tenermi mentre andava su e giù con il suo arnese nella mia fica. Sborrò, emettendo dei grugniti animaleschi, ma lo fece prima che io riuscissi ad arrivare. Però ci rivedemmo e, la volta dopo, ci riuscii anch’io, perché, facendo la troia e parlando con altre mie amiche moldave molto zoccole, scoprii che, se mi facevo leccare la fica, riuscivo a arrivare prima.
Ah! Non ve l’ho detto: quando io godo espello un sacco di muco dalla fica, sembra davvero una eiaculazione femminile, devo asciugarmi con un fazzoletto di carta. Igor non era entusiasta di leccarmela e di prendersi i miei succhi sulla lingua, gli sembrava un gesto degradante per un uomo vero. Ma poi gli dissi che se non lo faceva, io non avrei più chiavato con lui e, perciò, Igor cedette. Adesso ero io che godevo per prima dopo mezzo minuto di leccata e, quindi, mi tolsi la soddisfazione di lasciarlo anche in bianco qualche volta. Gli dicevo  “io sono così”,  e me ne tornavo a bere e a ballare mentre Igor rimaneva come uno stronzo fra i bidoni della spazzatura o nel cesso e lo sentivo che bestemmiava in Russo. Che risate!
Comunque con Igor chiavavo con un grande cazzo, che riusciva a riempire bene la mia fica e a farmi sentire una vera troia e la relazione andò avanti per qualche mese.
Nel frattempo, avevo lasciato per sempre quello scemo di Pietro, ce l’aveva troppo piccolo e, soprattutto, adesso non mi serviva più.

CONTINUA
© 2017 Stefano di Stasio, rubrica Prospettiva Monka


venerdì 21 luglio 2017


RICETTA KRIMINALE
Anteprima


© 2017 Stefano di Stasio, la riproduzione non autorizzata per iscritto dall’autore sarà perseguita in termini di legge. Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti, è puramente casuale

Меня зовут Кристина Сорокеан/Mi chiamo Ristinka Orocean, diciamo così. Sugli ultimi passaporti che mi sono fatta rilasciare dalla Milizia, la polizia moldava, ho scelto di fare trascrivere questo nome perché Orocean è un cognome di tutto rispetto in Moldova. Nella nostra storia recente abbiamo avuto diversi personaggi di valore con questo cognome, fra i quali un illustre medico chirurgo e professore di medicina, il cui volto in seguito è stato usato perfino per fare un francobollo delle poste.
Mi presento. Sono una bella ragazza, ho 24 anni, forse sì forse no, sono alta e con tutte le curve al posto giusto. Soprattutto so usare la testa e, finora, ho fatto fruttare due cose di me: il cervello e la fica. Comunque, quello che le altre donne hanno sempre invidiato a me e a mia sorella Bictoria, sono gli occhi. Io li ho verdi e lei celesti. Solo che lei è una brava ragazza e io no. A me piacciono i soldi e le auto, oh sì, come mi piacciono queste due cose! Fin da bambina mi sono resa conto che facendo gli occhi dolci potevo sparare qualunque palla, specialmente ai maschi, e sarei stata creduta. Mia sorella, a volte, faceva la fame, la mia famiglia di origine ora è benestante, possiede case e una fattoria, ma quando eravamo piccole non era così. Eravamo poveri e lavoravamo la terra. Adesso è diverso, i miei lavorano in Russia, mio padre è un gran lavoratore, e ci ha regalato due case a me e a mia sorella, una a Drochia e una Chișinău, la capitale della Moldova. Mia madre lo comanda a bacchetta, è in famiglia che ho imparato il ruolo della donna, me l’hanno insegnato mia madre e mia nonna. La donna deve comandare, deve ricattare il marito appena sgarra con rappresaglie di astinenza sessuale e, soprattutto, lo deve scegliere debole, così è più facile dominarlo. Sì, ero abbastanza ricca in Moldova, ma non tanto come serve a me.
Qual è la mia storia? Ora ve la racconto, ma non vi fidate troppo di quello che dico, ha ragione un Italiano che ho conosciuto, un povero coglione per carità, ma una cosa l’ha indovinata. Mi chiama la serpe di fiume, e su questo lui ha ragione. Con gli occhi ho imparato ad usare la lingua e l’inganno, mi sono esercitata bene al mio paese, prima di venire in Italia. Vi posso raccontare qualunque frottola e voi ve la berrete tutta di un fiato. So fingere, so travestirmi e so anche piangere apposta per farmi credere e impietosire. Sono in grado di mentire e di pianificare la concatenazione dei miei inganni, con la stessa facilità con cui voi la mattina passate dal water al bidet e poi al lavandino per lavarvi, oppure con la disinvoltura con cui si fanno la barba i maschi, per me dire palle è diventato un bisogno quotidiano, un atto dovuto e voluto, che so fare con precisione e dovizia di particolari. E vi dirò di più: se mi rendo conto che ho di fronte un maschio, prima lo faccio arrapare, così a lui si confondono le idee e il sangue gli va tutto nel cazzo svuotando il cervello, e poi me lo cucino a dovere. E  poi rido a crepapelle dentro di me, che sono riuscito a stronziarne un altro. Per che cosa? Ma per soldi naturalmente.
L’Italia per me è il paese ideale. Fatemi parlare con un uomo e dopo pochi minuti ho in tasca almeno 100 euro! Io con i pezzenti non ci parlo, e nemmeno con gli immigrati, quelli che non sono italiani. Gli Italiani sono stupidi e infantili con le donne, lo dicono anche tutte le mie amiche prostitute!
Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.

© 2017 racconto e foto Stefano di Stasio, rubrica Prospettiva Monka
www.paroleefotografie.blogspot.it

  




martedì 30 maggio 2017

RèG 20.  PAPAVERI ROSSI

testo © 2017 Stefano di Stasio, foto © 2017 Stefano di Stasio

Mi chiamo Udo Svengborg e da mio nonno Erik ho ereditato il dono della premonizione. Mio nonno credeva ancora nei vecchi Dei e sul comodino teneva un’immagine votiva di Thor, raffigurato mentre uccide un drago a martellate. Lui mi diceva che nella nostra famiglia c’è sempre stato qualcuno che sapeva leggere il futuro tramite l’osservazione attenta della natura, dal verso degli animali selvatici oppure da un volo di uccelli o dalla forma cangiante del fuoco. La nostra famiglia è molto antica, veniamo dalla Scandinavia. Anche mia madre, che si chiama Giovanna ed è nata a Maddaloni, vicino Caserta, tiene sul comodino una figurina votiva, da quando mio padre Frederik è morto di infarto, tanti anni fa. L’immaginetta raffigura San Michele Arcangelo che uccide un drago con la lancia. Quando si dice le coincidenze! Beh, non c’è dubbio, senza il destino favorevole, io non sarei nato neppure. Mio padre Erik quando era un ragazzo, conobbe mia madre mentre era in vacanza in Italia, lei vendeva la frutta per strada sul camioncino, assieme al fratello. Si piacquero. La mise incinta e se la sposò, e poi nacqui io. Per partorire mio padre tornò in Scandinavia, da mia nonna Inge a Göteborg, in Svezia nella contea di Västra Götaland, la “Terra degli Dei”.  Mi diedero il nome Udo, a mio padre piaceva un cantante tedesco che si chiama così. Che cazzo di nome, però! Mio padre Frederik Svengborg era pescatore di merluzzi, aringhe e saraghi. Con la sua barca di legno e un vecchio motore diesel, ha percorso durante tutta la sua vita i fiordi della costa meridionale della Norvegia. Con quella, prima di conoscere mia madre in Italia, ha percorso molti dei fiordi aperti sulle coste meridionali della Norvegia, da Bergen a Bodø. Era capace, d’estate, di partire da Göteborg  e di stare via in mare per due settimane di fila, mio padre. D’estate ci portava con tutta la famiglia, io, mia madre e i miei due fratelli, alle isole Lofoten per la pesca del merluzzo artico, la Lofotfisket.
Noi altri avevamo una hytte, una casetta, là sul fiordo di Røsk. Mio padre il merluzzo lo chiamava torsk e diceva che la nostra famiglia l’andava a pescare da cinquecento anni e forse anche di più. Diceva che il mare era pieno zeppo di merluzzi che venivano a riprodursi alle isole Lofoten dopo aver svernato nelle acque gelide del mare di Barentz. Era uno spasso per noi bambini andare al porto e chiedere il permesso ai pescatori di tagliare le lingue dei grossi merluzzi, ce le rivendevamo alla signora Annika del ristorante nel porto che le faceva fritte per i suoi clienti e i turisti, le lingue fritte di torsk erano una specialità locale. D’estate la sera, in giugno, c’erano solo 4 ore di oscurità e poi il sole risaliva lentamente sulla linea dell’orizzonte. Dopo cena mio padre continuava a affumicare il merluzzo, e io con i miei fratelli giocavamo sulle rive dei fiordi o andavamo a pescare con le barche di legno. Inventavamo delle storie. Fu così che mi accorsi di avere il dono della premonizione, raccontando quello che mi passava in mente fra i riflessi dorati del sole di mezzanotte, prossimo alla linea di confine fra cielo e terra. D’altra parte le isole Lofoten ispirano la fantasia, il nome Lofoten significa la zampa della lince, la disposizione delle isole nel mare grigio e potente ricordarono questo animale ai nostri antenati. Successe che mio fratello Markus, uscì di sera in barca, aveva una lanterna per attirare i pesci. Lui aveva quindici anni, io undici. Preferivo rimanere con mia sorella Linda la sera, a raccontarci le storie attorno al fuoco, e lo lasciammo andare da solo. Stavo raccontando una storia che mi aveva narrato mio nonno, su una nuvola che non sapeva far piovere e si disperava, poveretta, cercando di imparare a  piangere, finché Odino le disse che solo l’amore l’avrebbe guarita. E così fu. La nuvola si invaghì di un cirro, un bel cirro con tanti riccioli che al tramonto si illuminavano di viola e grigio, nelle notti d’estate. Poi il cirro fu rapito dal vento e la nuvola ne ebbe tanto dolore che cominciò a piangere a dirotto per la perdita dell’amato. Mia sorella Linda mi ascoltava con attenzione e alla fine si intristì anche lei, non era una storia allegra, io cercavo di consolarla. Poi, nel fuoco, vidi per la prima volta quello che stava succedendo a Markus. Lo vidi distintamente come se fosse lì accanto a noi, le lame di fuoco mi portarono nel fiordo a largo dove stava in quel momento mio fratello. E vidi. Vidi la lanterna che si capovolgeva e il cherosene che si riversava nella barca avvolgendola nelle fiamme. Vidi Markus che cercava di spegnere l’incendio, ma era avvinghiato nella rete che si era portato dietro. Ebbi un sobbalzo e avvertii mio padre. Mio padre corse alla sua barca a motore e si allontanò in fretta ripercorrendo il fiordo. Fece appena in tempo, la barchetta di Markus aveva appena preso fuoco, mio padre riuscì a spegnere l’incendio con il suo idrante, quello che usa per pulire il ponte della sua imbarcazione. Da allora divenni popolare fra i ragazzi di Västra Götaland, venivano da me per sapere le cose più strane, ma soprattutto per sapere delle ragazze che conoscevano nei loro viaggi. Si rivolgevano a me, quando le fidanzate li lasciavano per qualcun altro, e loro soffrivano pene d’amore per sapere se il destino avrebbe chiesto loro conto. Io li accontentavo e iniziai in questo modo a prestare la mia voce per dare alito di vita ad oscure premonizioni, andando a pescare nella parte più malvagia della mia anima tormentata. Una volta venne un mio amico Sven, detto costola rotta, perché si era fratturato una costola due volte. Era umiliato, la sua ragazza gli aveva dato un appuntamento nel bosco di betulle vicino a una cascata e si era fatta trovare a scopare con un altro, e mentre lui si avvicinava, aveva cominciato a gemere forte di piacere adulando l’asta dura del suo nuovo partner. Tutti lo sapevano che Sven costola rotta ce l’aveva piccolo e a quella troia non le bastava evidentemente. Ma Sven aveva buon cuore, e allora l’ira del vento volò fino all’anima mia e cominciai a parlare sommessamente: “Vedo nel cielo grandi corvi che volteggiano in circolo, percorrendo orbite sempre più strette. E sulla terra la ragazza che ti ha abbandonato. E vedo lei sdraiata con la schiena a terra e incatenata, nuda, e le formiche, sì le formiche, un milione di formiche che percorrono affamate i suoi orifizi, anale e vaginale, e si insinuano negli occhi per abbeverarsi dei suoi umori. E poi i corvi si poggiano ai piedi della ragazza e cominciano a beccare incuriositi le formiche. Quindi si avvicinano al volto di lei, che è ormai nero perché si è ricoperto dalla miriade di formiche. E gli occhi di lei, sì, i suoi occhi… e i corvi che si affilano il becco su pietre lucenti e poi si avvicinano a lei e le cavano gli occhi con una sola beccata. E attorno alla ragazza che urla la sua disperazione, scende la tenebra, nera, spessa come la pece. Questo io vedo.” Sven prima si consolò, poi si dispiacque, anche se era una troia, l’aveva voluta bene. Era un bravo ragazzo Sven, davvero. Anche Jan, che è più anziano e lavora alla falegnameria, era stato lasciato da una donna, una donna perversa e laida, tutti la conoscono, e tutti la evitano. Ma Jan ha la testa dura, e tutti lo sanno. Aveva iniziato una relazione con lei, la donna piano piano l’aveva spogliato di tutti i suoi beni. Jan aveva cominciato a bere, per consolarsi della sua rovina e la donna non l’aveva più voluto vedere, si era messa con l’aiutante della guardia costiera, che gliele aveva suonate a Jan, suonate di santa ragione. Anche per Jan, fui percorso dal vento divino e cominciai a lamentarmi, sommessamente, e a emettere gemiti come di un cane ferito, finché uscì dalla mia gola un filo di voce che suonò così:: “Vedo nell’acqua del torrente che scende dalla montagna bucata, una pioggia, pioggia rossa, una moltitudine sterminata di gocce di sangue e ogni goccia che racconta una storia di come la donna che così ti ha ridotto, soffrirà mille e più di mille pene, prima di morire. E vedo un milione di vermi rossi e neri che le divorano la lingua e il clitoride, e di come si intrecciano tessendo la tana nella sua vagina e nel suo intestino, e di come là, in queste due cavità del suo corpo si riproducono ancora di più, e di come invadono tutto il suo corpo. E vedo che la donna urla, e urla ancora, ma nessuno la ascolta, e vedo
solo la civetta che ne ha pietà e che le risponde con un acuto verso intermittente, appollaiata sopra un ramo nelle tenebre illuminate dalla luna, in fondo al bosco. Questo io vedo…”. Eh sì, così andavano le cose, quando eravamo giovani a Götaland. Quando ebbi 16 anni, mio padre Frederik si stufò di uscire a pesca tutti i santi giorni e decise di mettersi nel commercio del baccalà. Adesso gli altri pescavano ed essiccavano il torsk, lui curava l’amministrazione della cooperativa di pescatori. E venne il giorno che mio padre decise di mettersi in proprio e di lasciare la Norvegia per trasferirsi a Roma, aprendo la sua ditta import-export di prodotti del mare sul litorale laziale vicino a Civitavecchia.
Ho finito le scuole a Roma, mi diplomai perito agrario. Da allora ho lavorato nella ditta di mio padre finché è morto. Poi ho preso la mia strada, percorrendo le strade del mondo, un po’ per gioco un po’ per conoscere l’animo dell’uomo a diverse latitudini. Sono stato in Sud America. Era il periodo della dittatura in Cile. Vedevo le madri dei desaparecidos che manifestavano il loro dolore a Santiago. Osservavo le righe che le lacrime avevano scavato sui loro volti, le foto che tenevano in mano, come i santini che avevo visto sul comodino di mia nonna quando ero ragazzo. Sentivo i racconti dei bandidos, come li chiamavano i giornali di regime, lassù sulle montagne della cordillera. Mi piacevano i  loro nomi, che cosa c’è di più bello di “sendero luminoso”, il nome del gruppo di guerrilleri maoisti? Mi erano sempre piaciute le lingue e, fra le altre, avevo cominciato a studiare il cinese. Avevo imparato che “ming” significa “uomo illuminato”, e che il carattere cinese che lo rappresenta è il sincretismo dei due caratteri che rappresentano il sole e la luna. La luce di giorno e di notte. Era il mio mondo, quello che parla con il verso degli animali, con i disegni delle nuvole e il suono delle acque. Lo stesso mondo. La stessa battaglia per difenderlo.
Oggi è il primo maggio, e io mi godo la mia veneranda età di 75 anni, facendomi una passeggiata in campagna alla periferia di Ostia, sulla stessa vespa che acquistai 50 anni fa e che mia madre, che ha ormai quasi cento anni, mi ha conservato nella rimessa della nostra casa italiana in tutti questi anni nei quali io sono stato in giro per il mondo a vagabondare. Sono passato sulla striscia di asfalto che taglia  i campi di grano a destra e la pineta a sinistra, la strada provinciale 69. Il sole già picchia duro qua in Italia il primo maggio, non siamo in Norvegia o in Svezia. L’occhio si perde fra il verde del grano non ancora maturo e i poggi che si stagliano al basso orizzonte declinati, talvolta, con filari di alberi di noce.
Ho gli occhiali da sole, la luce diretta del sole mi ferisce gli occhi, ho la pelle chiara, io Udo Svengborg. All’improvviso, nel verde del grano intravedo qualcosa. Non riesco bene a vedere, ma posso pazientare, la SP 69, sale il pendio in quella direzione, mi sto avvicinando con la mia vespa.
Ora vedo. Vedo una moltitudine di macchie rosse che fanno capolino fra il verde, sono i papaveri, o rosolacci, ma papaveri e meglio, mi piace di più questa parola in italiano. Mi ricorda mio padre Frederik, papà vero. Li osservo meglio, questa folla di papaveri rossi mi provoca grande gioia nel cuore. Comincio a canticchiare e proseguo la mia corsa in vespa. “forte il pugno che si alzerà…” Mi dà fastidio il casco, mi colano gocce di sudore salmastro sulle sopracciglia, qualcuna fino agli angoli della bocca. Me lo tolgo. Il vento mi viene sulla faccia, è fresco, nonostante la potenza del sole. Vedo, ancora e ancora, dopo aver valicato la collina, distese di papaveri fra l’erba e il grano piegato dal vento lieve. Rossi, rosso porpora, come le labbra frementi di una donna umida di passione.
“Forte il pugno che si alzerà, in ogni paese in ogni città…”
Proseguo sulla SS 69 fra i voli di rondini che gioiscono del sole, con garrulo canto e si piegano in volo, fino a lambire la terra nel fango che è ai fianchi del canale di irrigazione. Mi avvicino ad una pietra bianca, una di quelle che si usano per delimitare i campi. È sommersa fra il rosso purpureo dei papaveri e il lilla chiaro dei fiori di cicoria selvatica. Mi avvicino, per godere di questo spettacolo della natura. Finalmente, io vedo. I petali dei papaveri, sembrano di carne, sembrano delle dita, le dita di una mano. Quattro dita sono allineate, il dito opponente, il pollice è ripiegato con il polpastrello in orizzontale.
Sono pugni chiusi.

Questo io Udo Svengborg vedo oggi primo maggio. E vedo anche, guardando addietro ai tempi della mia infanzia, forse settanta anni fa, forse mille anni fa, laggiù sui fiordi della Scandinavia che serrano il mare grigio e potente, che i papaveri rossi saranno falciati, tutti assieme, senza alcuna pietà. E vedo sangue, molto sangue, e i petali straziati dei papaveri sparsi sulla terra. E vedo l’inverno, lungo, freddo, con tanta nebbia d’ovatta e tanta neve gelata. E poi, ancora, che viene la stagione della primavera, e che i campi esplodono tutta l’energia che la terra ha accumulato nella lunga notte. E che vengono nuovi papaveri, rossi, ancora più rossi, come il sangue dei loro compagni sterminati durante la precedente stagione. E se c’è una cosa che io vedo abbracciando la mia storia millenaria e il mio vagare sulle piccole navi, a contatto con cento e più di cento popoli sparsi nei villaggi bagnati dalle acque dei fiumi o del mare, è che l’uomo ingordo cerca sempre di opprimere, per sete di potenza e fame di denaro, altri uomini. E che questo scempio viene celebrato come la regola, lo scempio è la regola, sì, lo vedo distintamente, e sento che monta, come vento di tempesta sul mare, sì monta la collera degli Dei. E vedo che gli uomini ingordi accumuleranno averi e ricchezze per diverso tempo, molto tempo. E vedo che nel mezzo di questa stagione di empi e di sangue innocente, qualcosa succede. Sì, vedo qualcuno che viene dal Nord. Sono uomini nelle loro armature, che portano spade e lance e scudi che luccicano al sole. E marciano a piedi e a cavallo. Sono uomini guerrieri, quaranta legioni di Arcangeli fatte ciascuna di quaranta volte quaranta eroi senza macchia e senza paura. Sono uomini semplici e feroci, avvezzi alla guerra, e determinati a liberare per sempre gli altri uomini, di ogni colore di pelle, che sono stati ridotti in catene, di ogni paese e di ogni città. E allora l’uomo ingordo vedrà, oh, sì! Come vedrà e come sentirà quanto male ha causato suggendo il sangue dei suoi fratelli. E anche vedrà, e sarà forse l’ultima cosa che vedrà, quanto è affilata e pesante l’ira della giustizia, come l’ascia e il martello. Sì, ascia e martello, i due messaggeri della collera degli Dei, caleranno su tutti gli uomini ingordi. Questo io vedo.”

testo © 2017 Stefano di Stasio


foto © 2017 Stefano di Stasio

domenica 23 aprile 2017

LITTLE CHICK HORN racconto
Riprende la serie di PeF "Ribellarsi è giusto" © 2016 Stefano di Stasio.
In questo racconto, il numero 20 della rubrica, l'alchimia delle parole, darà voce a uno dei polli degli allevamenti a batteria, una di quelle pratiche di tortura degli animali da parte dell'uomo che fanno riflettere. maggiori notizie le trovate al link:

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RèG 19. LITTLE CHICK HORN

testo di © 2016 Stefano di Stasio.

SETTIMANE 1 e 2
Che vita di merda! Mi tocca beccare una continuazione sotto le lampade rosse questo mangime che sa di piscio salato, e guarda quanti siamo a beccare in queste gabbie basse del cazzo, senza giorno e senza notte. Siamo qua da otto giorni, li ho contati, da quando siamo usciti da quella macchina che faceva un caldo boia, tanto che quando sono riuscito a spaccare il guscio del mio uovo e a scappare fuori ho tirato un sospirone di sollievo. Era buio fuori e da una finestra ho visto pure un disco chiaro che illuminava la notte. Poi ci hanno messi in uno scatolone, eravamo quaranta, e via fin qua. Io qua i giorni li conto perché vengono gli operai a riempire mangiatoie e abbeveratoi e poco prima suona una sirena o come cazzo la chiamano, li ho sentiti parlare. Comunque quello è il segnale che un nuovo giorno di lavoro comincia. Una cosa non la capisco: perché ci danno sempre da mangiare? Ho  ascoltato gli operai, dicono che “il ciclo” è di 50 giorni, ma che cazzo è il ciclo? Pure questo granturco che ci hanno dato dopo la prima settimana non sa di niente! Se lo mangiassero loro, all’anima e chi v’è muort’!

SETTIMANE 3 e 4
A stento riesco a parlare. Due giorni senza notte fa è venuta una donna con il camice bianco. Ha spruzzato qualcosa fra le gabbie. Pasquale, quello più simpatico fra gli operai, ha versato delle gocce bianche nei nostri abbeveratoi, chissà a che servono. Però d allora mi sento gonfio, mi viene da scoppiare, magari sono proprio quelle gocce. Ieri è venuto uno stronzo vestito con un camice blu. Ha cominciato a prendere quelli della prima gabbia, là in fondo. A uno a uno li afferrava per le ali e con i guanti pesanti da lavoro e delle tenaglie affilate, ha cominciato a troncare di netto la punta del becco di quei poveretti. E come se la spassava quel cesso! Poi è passata una signora dell’amministrazione e gli ha detto qualcosa za quello stronzo: perché? E lui ha biascicato qualcosa, ho sentito, “annibalesimo” o “cannibalismo”, qualcosa del genere. Non so che cazzo vuol dire. Ho cominciato a tremare di paura, poi la signora ha detto qualcosa, tipo “legge 2012”  e quello stronzzo ha smesso di amputare becchi. Ancora tremo oggi dopo più di un giorno senza notte e ringrazio il Dio dei pulcini. Qua nella gabbia stiamo crescendo alla svelta e già viene fuori più di un bullo-pollo del cazzo! Io non riesco nemmeno a stendere le ali, lo spazio è troppo poco. Che vita di merda!

SETTIMANA 5
Ci è spuntata una cosa morbida e rossa in testa chissà che cos’è? A qulacuno no però! Mah! Sono diveri da noi, e sono attraenti, secondo me sono pollastrelle! L’ho sentito da Pasquale. Ho fatto amicizia con una di queste che si fa chiamare Polly. Polly ha dei bei occhioni marroni e anche le sopracciglia, sì le sopracciglia e se devo dire la verità, sono proprio le sopracciglia che ci fanno impazzire a noi galletti maschi. Magari ci accoppiamo io e Polly e chi lo sa, qua è un inferno, nemmeno riusciamo a muoverci più ora che siamo diventati più grandi. Uno dei bullo-polli della nostra gabbia ha beccato Pasquale e gli ha fatto uscire un sacco di sangue dalla mano. Qualche volta di questa gliela faccio vedere io a quel bulletto, che si fa chiamare Dock, perché prendersela proprio con le brave persone e per di più senza motivo?

SETTIMANA 6
Le cose si mettono male! Ho sentito Pasquale che parlava con il suo capo, uno con la faccia bitorzoluta e sempre rosso di colorito. Sarà perché sta sempre con la bottiglia di birra fra le mani, 24 ore al giorno senza notte! Diceva che ci taglieranno presto il collo! A tutti! Sì avete capito bene, ci vogliono uccidere daal primo all’ultimo, noi che siamo venuti insieme in questo posto di merda 5 settimane fa. Cosa fare? Ho smesso di litigare con Dock e mi sono fatto insegnare come si becca. E anche come si affila il becco sul bordo dell’abbeveratoio, quel pezzo di lamierino sottile che avanza fra il sostegno e la parete della gabbia. Anche agli altri galletti Dock ha insegnato ad affilare e a beccare duro. A me non mi importa di morire, beccherò fino all’ultimo sangue, ma mi preoccupo per Polly. Però forse, la cambiano di posto e la trasferiscono fra le galline che fanno le uova per venderle all’ingrosso. Spero che possa vivere un altro po’.
Appena verranno a prenderci, per la mattanza, ho sentito che è fissata per stasera, ci ribelleremo come un sol gallo! Facciamo come succede in quel libro di cui parlava Pasquale con l’autista del camion, su degli uomini rossi, anche loro con le piume in testa, che resistettero fino all’ultima piuma rossa di sangue per difendere la loro terra, le colline nere, dagli uomini bianchi avidi di oro. Ho preso un nome di battaglia: mi chiamerò “Little Chick Horn”, così ho capito che si chiamava il posto dove gli uomini rossi fecero a pezzi i bianchi, anche se poi persero la guerra. Pure noi faremo così.

Ribellarsi è giusto e Little big Horn sono copyright di © 2016 Stefano di Stasio. Ogni plagio sarà perseguito in termini di legge.


mercoledì 19 aprile 2017

PM04. Il SERPENTE di FIUME
© 2017 Stefano di Stasio, ogni abuso e plagio, lesivi del diritto d’autore, sarà perseguito in termini di legge
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Si guardava, girando le dita e osservando da diverse angolazioni, le unghie laccate di fresco di smalto semi-permanente viola chiaro, che le erano costate una cifra considerevole dall’estetista, eppure era amica sua da tempo. Di tanto in tanto con la mano destra pigiava sul display del suo mobile-phone di ultima generazione alla ricerca di una colonna sonora che le facesse dimenticare, nell’oblio causato dalle note e dal ritmo, le domande che un “cliente” nuovo le aveva rivolto una manciata di minuti prima, circa la sua disponibilità al coito anale mercenario. Ana era così, sembrava sfacciata nella contrattazione quotidiana conseguente alla sua attività di meretricio, là ai bordi della statale 69 che costeggiava il fiume, lungo la riva destra. E, tuttavia, bastava che qualche avventore le richiedesse delle prestazioni particolari per cominciare a imprecare e maledire Dio, per come era stato possibile che una ragazza romena di buona famiglia, con tanto di laurea in lingue e cultura turistica, potesse finire a fare la puttana su una cazzo di strada italiana di provincia.
Non che non fosse stata una sua libera scelta, per carità, ma quando si era ritrovata sbattuta fuori da quello stronzo del padrone del bar, dove lavorava come cameriera ai tavoli, e per di più rigorosamente al nero, e dopo che per tre mesi aveva cercato, senza successo, di trovare un qualsiasi lavoro, allora aveva deciso di vendere quello che agli uomini piace di più. In più, si era resa presto conto che la maggior parte dei clienti che appena intravedevano sotto l’orlo dei suoi abiti succinti colorati di rosso, il nero delle mutande trasparenti e il culo bene in evidenza con l’elastico immerso a scomparsa fra le sue natiche, accostavano di colpo, spesso a rischio di provocare brutti incidenti stradali in diretta proprio lì davanti alla sua sedia di plastica verde.
All’inizio della sua attività aveva pagato il prezzo della sua poca pregressa esperienza di attività sessuali. Laggiù a Iasci, in Romania, aveva avuto un solo fidanzato, Ivan, ma a lui bastava guardargli il sesso con un filo di insistenza e appoggiargli una mano sopra i pantaloni, per farlo arrivare subito. Forse la scopata più lunga che si ricordava era durata due minuti, forse anche meno.
Ma comunque, Ana era una ragazza di 25 anni e attraente, e i clienti non erano mancati nemmeno all’inizio, abituati come erano alle puttane dell’est ultraquarantenni, reduci dal solito divorzio con il solito marito ubriacone, e alla manciata di figli piccoli al paese cresciuti dai nonno e da mantenere da sole con i proventi della loro attività di emigrate del sesso in Italia. Aveva imparato dalle sue colleghe più anziane la sigla della prestazione bocca-fica e il prezzo convenuto sulla piazza della statale 69 che era di 20 euro. Per lei abituarsi a prendere in bocca il pene dei clienti, anche per un solo minuto, in modo che venisse duro, non era stato così semplice perché le veniva da vomitare. E per questo in fondo provava schifo un po’ per tutti quelli che venivano a consumare da lei con il dichiarato volio di bukkino. Come facessero a eccitarsi mentre lei dava di stomaco non lo capiva e nella sua mente li trasformava da manna dal cielo perché portavano soldi freschi, in fogna maledetta tanto che questa perversione la lasciava schifata. Poi qualcuno di loro le aveva detto che la moglie quella parola, bukkino, non la voleva nemmeno sentire e che, quando da fidanzati, ai tempi della gioventù, avevano proposto il rapporto orale si erano ritrovati presi a borsate o posaceneri in faccia. E perciò, gli uomini sposati, che erano quasi il novanta per cento dei clienti, venivano dalle puttane per farsi passare “u’ sfizio” come le aveva riferito tempo fa un settantenne sporcaccione impenitente. Una sua amica, pure lei puttana ma proveniente dall’Albania, le aveva svelato il segreto di mestiere, di accompagnare l’ascensore su e giù di bocca con il lavoro di mano, e lei l’aveva fatto per un po’ finché un giorno, un impiegato delle poste sulla cinquantina si era incazzato e le aveva urlato in testa che lui voleva un bukkino vero non una sega. E così aveva provato a succhierlo anche mentre andava su e giù, tanto per sveltire la prestazione. Non ci voleva un genio della finanza per capire che quanto più breve era la seduta, cioè quanto prima il cliente arrivava, tanti più clienti poteva ricevere là in quella baracca di campagna
oppure appoggiata al cofano della macchina, dietro alla duna che c’era fra il fiume e la strada, laddove non arrivava lo sguardo di quelli che transitavano sulla statale 69. Alla fine della giornata non li contava nemmeno più, se ne faceva un’idea dal numero delle banconote da 20 euro che aveva conservato in borsa, ma nemmeno il conteggio era affidabile, perché qualche cliente tirato spuntava la sua prestazione anche per 15 Euro nelle giornate di magra.
Era stata una mattinata senza fortuna, quel giorno di inizio primavera. Quando era arrivata la nebbia ancora saliva dal fiume e il freddo si attaccava alla maglietta che lasciava scoperte le generose tette e al culo che sciabordava dagli slip. Ana stava seduta sulla sua sedia di plastica verde e aspettava che con il sole di mezzogiorno spuntassero altri clienti. Di prima mattina, erano andati a trovarla due anziani perché loro sono abitudinari consumatori di pillole blu, e dunque, dopo un’ora sanno che fa effetto e loro prima di una certa ora si devono ritirare perché ci hanno la siringa di insulina per il diabete e la moglie che cucina a orario. Che brutti tempi che erano venuti in quel marzo del cazzo, dopo il fulgido inizio dell’anno scorso, quando aveva cominciato a fare la puttana, con un andirivieni pressoché continuo e un guadagno giornaliero che a volte arrivava a 500 euro, che significa, dividendo per la tariffa standard, 25 clienti. E non era nemmeno un record a quei tempi, Sara la sua amica bionda e prosperosa di clienti ne aveva avuto anche 30 in un solo giorno di luglio dalle 9 di mattina alle 20 di sera. Adesso tirava aria di crisi e se Ana si ritirava con 60 euro a casa la sera si riteneva fortunata. Sara, dal canto suo, aveva abbassato i prezzi, glielo aveva detto un cliente, pur di guadagnare, ma lei aveva tre figli bambini a casa da mantenere. E Sara era instancabile, questo Ana glielo riconosceva, era capace di spompinare anche per un quarto d’ora senza fermarsi.
Ana aveva riflettuto su come rendere più competitiva sul mercato del bukkino della statale 69 la sua prestazione. Era arrivata alla conclusione, che poteva usare di più la lingua. E così si era esercitata ad avvolgere la lingua sul cono gelato, prima di arrivare alla convinzione che quella simulazione alimentare si poteva effettivamente tradurre in una profittevole pratica lavorativa. I risultati l’avevano sorpresa. Bastava che attorcigliasse in un movimento a spirale la lingua attorno al glande dei clienti, e questi s ne venivano subito dopo una manciata di secondi, casomai urlando che l’avevano fatta impazzire o che un bukkino così non l’avevano lai avuto. Il che per lei significava meno conati di vomito e più soldi. L’uovo di Colombo. Quello che poi era esilarante, visto che lei, come tutte, si faceva pagare in anticipo, era che i clienti, venuti per scopare, a loro dire almeno 20 minuti, erano là con il cazzo moscio in mano umido di sperma che fuoriusciva dal preservativo, dopo massimo 2 minuti di bukkino a serpente. E se la prendevano con il cazzo, lo eleggevano totem capace di ascoltare le loro imprecazioni su come li avesse traditi, arrivando all’eiaculazione praticamente a tradimento dopo qualche attimo di inebriante passione a pagamento. Ana si mostrava solidale rispetto alle loro lamentele, ma dentro si sé se la rideva alla grande, era meglio guadagnare 20 euro al minuto che 20 euro in 20 minuti di sforzi tesi all’erezione e all’orgasmo tardivo di quegli stronzi, si capisce. E il cliente, con il cazzo ormai ammosciato, era disarmato e patetico, e si vergognava pure un po’ perché nel suo immaginario di maschio, aveva deluso la partner, anche se era una puttana. Comunque la considerava una figura di merda arrivare dopo mezzo minuto.
Da pochi minuti era arrivato un cliente nuovo. Non aveva fatto nessuna storia sul prezzo, e questo era già tanto. Contadini, fruttivendoli e camionisti le chiedevano sempre lo sconto. Ma questo no. Capelli brizzolati sui quarantacinque anni, al volante di un suv, portava sul parabrezza la croce e, dunque, era un medico. Ana era salita a bordo della ampia vettura. Lui aveva reclinato leggermente il sedile, mettendosi comodo e si era sbottonata la giacca e scostando la cravatta, aveva tirato giù la zip dei pantaloni in lana misto lino. Ana glielo aveva tirato fuori dai boxer e aveva cominciato a spompinare, e siccome questo ce l’aveva abbastanza piccolo e lei aveva la lingua corta, era financo riuscita ad avvolgergli tutta la capocchia. Il dottore, aveva cominciato ad ansimare forte. Emetteva un mugghio misto di lamento e mormorava a voce sempre più forte “dai troia, fammi impazzire, sei una puttana di merda, dai continua così”. Nemmeno  si era accorto nel suo ottuso godimento, che Ana aveva cominciato a lavorare anche di mano, tanto per truffare un po’, e si continuava a guardare le unghie mentre stringeva l’asta con la mano destra. Se la rideva di brutto dentro di lei e dapprima non ci fece caso, quando le unghie a smalto semipermanenti cambiarono da viola chiaro a grigio con macchioline celesti. Continuava a spompinare, e questa volta sì, si rese conto che le dita della mano destra si erano ricoperte di un velo strano, lucente a scaglie sempre di colore grigio chiaro e celeste.
Ma non si fece prendere dal panico, anzi. Era come se, finalmente, si sentisse se stessa. Il movimento della sua lingua attorno al cazzo del medico sembrava adesso che la coinvolgesse con tutto il corpo, che si rotolava e srotolava attorno al membro con fluidità inaspettata. Si guardò attorno e si ritrovò in quella strana scatola di metallo, illuminata, che si apriva come un buco del terreno con quelle porte rivestite di pelle. Ma sì, che le importava adesso. Con la pupilla a losanga guardò verso la baracca. Che inutile messa in scena. Fingersi una donna a sangue caldo che fa la puttana. Era venuto il momento di cambiare pelle. Adesso la verga dell’uomo si era fatta ammosciata ma lei la sentiva ancora bollente. Continuò a serrare quel pezzo di carne fra le sue spire, mentre il dottore urlava a squarciagola il suo terrore con gli occhi sbarrati e le braccia e le gambe paralizzate. Aveva irrigidito i glutei mentre quella serpe di fiume indugiava fra le sue cosce avvolgendosi sulle spire e soffiando infastidita. Ana con la testa a triangolo, si divertiva a saggiare le vibrazioni dell’aria nella scatola di ferro, eiettando e ritirando ritmicamente la lingua bifida. Adesso non ci vedeva più bene come prima quando era travestita da puttana di provincia. La vena dorsale del cazzo dell’uomo pulsava come un cuore aperto offerto ad un dio minore. Serrò ancora di più le spire, il dottore non riusciva a emettere parole di senso compiuto, la paralisi gli era arrivata anche alla lingua, la sua lingua questa volta, che frustava l’aria calda della tarda mattinata tesa come una corda al di fuori della bocca aperta. Ana provò, come quando era arrivato da lei, schifo per quell’uomo ridicolo. Aspettò che l’uomo impazzisse, voleva impazzire, l’aveva detto lui stesso poco prima. Tanto lei non poteva udirlo, riusciva a sentire poco adesso. Poi si sciolse da quello che era diventato il cadavere di un pene, tanto era livido e molliccio, e strisciò fuori della portiera sull’erba già alta verde smeraldo, mentre il sole faceva luccicare come un gioiello il suo corpo di silfide grigio a scaglie celesti, finché scomparve sotto un mucchio di canne secche poco lontano.
© 2017 Stefano di Stasio, testo e foto. Ogni abuso e plagio sarà perseguito in termini di legge

lunedì 13 marzo 2017

PM3. U’ PINNULO / La pillola

© Prospettiva Monka PM e i racconti ivi riportati sono Copyright e ® Stefano di Stasio 2016 e 2017.

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Mi chiamo Alfonso Capotosta, ma tutti quanti al mio paese mi conoscono come U’ Kiuov’ perché alla tenera età di 7 anni, per scommessa con un mio compagno delle scuole elementari, mi ingoiai un chiodo da 12 cm. Mi ricordo ancora papà che si cacò sotto e mi accompagnò all’ospedale, per fortuna riuscirono a tirarmelo dallo stomaco con una calamita.
Di mestiere ho fatto l’ambulante, ora sto in pensione. Ci ho settanta anni e non me li porto tanto bene, anche se mia figlia mi dice sempre che sembro un giovanotto. Sì sì. U’ cazz’ u’ giovanott’! Mia moglie si chiama Concetta, è una donna casa e chiesa. E quello è il fatto e pure il problema, per me. Aspettate e fatemi parlare pekké , se no, mi scordo quello che vi voglio dire.
Le scommesse sono sempre state la rovina della mia vita. Vuie mi dicite e per quale motivo? E adesso ve lo conto.
Io stavo in grazia di Dio quando ero giovanotto, poi mia madre si mise nelle orecchie e disse che mi dovevo trovare una mugliera, tenevo ventiquattro anni. E va bene, io pensai, e dove la vado a prendere una mugliera?
La domenica tutte le donne del mio paese andavano a messa. O’ non ce nestava una che mi piaceva, erano tutte cesse sti’ bardasce, queste ragazze in età da marito.
Allora, siccome la messa si dice alla domenica anche negli altri paesi, mi accattai una lambretta, io lavoravo da quando tenevo sedici anni e i soldi ce li avevo, e mi misi a girare per tutte le chiese e le congreghe della mia zona,  e pure più lontano. In una giornata sola mi facevo pure cento chilometri.
 Così conobbi mia moglie, mio padre teneva la terra e, di quello che mangiavamo in casa comprava solo la pasta. Mia moglie c’aveva il padre che teneva il mulino vicino al fiume e la pasta non la pagava perché il pastificio, quando andava a ritirare la farina, gli regalava al padre un bel po’ di pasta, che tante volte nella sua famiglia non sapevano che farsene. Così io pensai: accussì nun accatt’ chiù nient, non comprerò più niente e perciò mi fidanzai con Concetta. E poi me la sposai pure e facemmo quattro figli: Anita, che è quella che mi dice u’ giovanott’, Assunta, Carmelina e Pasqualino, che è il più piccolo di età. Crescettimo i figli poi le mie figlie si cominciarono a sposare e a figliare e io addiventai nonno, che pe’ n’omme è na bella cosa!
Mia moglie si cominciò a fare anziana e certe cose non le voleva fare più. A me mi prodeva ancora, stu strunz’ che tengo in miez’ i’ cosce! Questo stronzo che tengo in mezzo alle gambe. Andavo al bar e mi lamentavo con i miei amici, io sono sempre stato una persona lamentosa assai. Mi lamentavo pure cu Pepp’, kell’ata faccia e’ cazz’. E Peppe, che non ce la faceva più,  e grazie! perché lui si è preso una moglie venti anni meno di lui.
Peppe una volta mi dicette:
 Affo’ neh ma pekké nun ti vai a fa’ na puttana?
Gesù, ci risposi, e sai quante malatie mia ammisca a me?
Ma che cazz’ dici Affo’, chelle usano tutte quante u’ preservativo, so’ finuti i tiempi dei bordelli! Sono finiti i tempi in cui esistevano i bordelli!
 Si’ sicuro, oi Pe’?
Ma stai pazziann’, e chisti tiempi si truovi a una che fa’ senza t’ pav’ quatt birre!  E po’ m facc’ dicer’ a te addo’ sta che c vak pur’io!
Mi feci la scommessa con Peppe. Mi giocai quattro birre e una stecca di sigarette di contrabbando che io ci andavo. Se non ci andavo gliele davo a lui e se io andavo con le puttane me le dava lui a me!
Io tenevo un fratello Pasquale Capatosta, che era tanto un brav’uomo. Pure lui casa, lavoro e chiesa.
 Ue’, ma vuie u’ sapite che la prima volta che andai dalle puttane che si mettono nella campagna vicino al fiume, contemporaneamente, ma che dico, nello stesso momento che io arrivavo con Teresa, una di queste che si faceva chiamare Terri, ma io l’ho sempre chiamata Teresa, e vi dicevo negli stessi ora e minuto, Pasquale avette un infarto e schiattò, così senza dire niente a nessuno, e, diversamente da me che mi lamento sempre, non ebbe il tempo di lamentarsi che era già muort’.
Cos’ a sci’ pazz’, una cosa da dare di matto!
Comunque io, una volta cominciato ad andare con le puttane, ci continuai ad andare per 4-5 anni. Poi mi feci un po’ vecchio e, semp’ stu strunz’ che tengo in miez’ i’ cosce, cominciò a non funzionare più bene. Cioè funzionava, ma siccome mi veniva la voglia quando stavo a casa e Concetta ormai aveva chiuso le porte e non mi faceva fare niente più, per mentre che andavo da casa mia fino al posto dove stava a faticare a 20 euro la botta, ma a me qualche volta mi faceva pure lo sconto a 15 euro, quello si ammosciava e Teresa, che ormai ero entrato in confidenza mi diceva Affo’ tu ti devi prendere qualcosa se no, adesso siamo amici, butti solo i soldi con me perché se non si indurisce non entra. Io non posso farci nulla. Un po’ di pompino te l’ho fatto, un bel po’ di sega pure, che altro posso fare? Teresa era dell’Albania e aveva fatto l’università a Roma, parlava l’italiano meglio di me, pure se nun ci vuole assai, u’ssaccio, questo lo so!
Andai dal medico della cassa mutua che si chiama dottor Porrone ma tutti dicono che si chiamava Porcone e che ha pagato e si è fatto cambiare la “c” con la “erre” nel cognome.
Buonasera, dottor Porrone, io tengo un problema! E lui: accomodatevi, Affonzo, e ditemi tutto sono a vostra disposizione. Gli raccontai il fatto e lui annuiva e pareva che non si meravigliasse, mi sono scordato di dirvi che più o meno, il dottore c’ha la stessa età mia.
Mi fece una prescrizione di una pillola da prendere un’ora prima delle “prestazione sessuale” come dice lui, cioè della sciammerika, come dico io. Però si raccomandò: Affonzo, voi avete quasi settanta anni, ve ne potete prendere una alla settimana, non di più. E così feci. Andai da Teresa, che mi voleva bene e dissi: è arrivato il momento della vendetta! Teresa all’inizio non capiva, poi toccò da sopra al pantalone e fece: e che è successo? Bocca-fica, come dice Teresa, e pure le altre, e così mi feci una sciammerika che non mi ricordavo quanti anni prima me l’ero fatta, una così.
Mi infervorai. Così una settimana andavo da Teresa detta Terri, e quella dopo da una giovane, una dell’est che teneva venti anni, così diceva, che diceva si chiamava Natalia detta Chantal. E all’inizio me ne sono visto bene.
Poi successe una cosa. Mi pigliai u’ pinnulo un’ora prima e andai sul posto dove stava questa giovane. Pioveva. Di solito, pure se all’inizio non si vede, lei lascia la sedia sulla strada per dire che sta con un altro cliente e che torna dopo 15-20 minuti. La sedia però non ci stava. Aspettai lo stesso, perché era domenica e Teresa la domenica si riposa. Dopo 1 ora e mezza che mi ero preso u’ pinnulo, cominciai a sudare freddo e mi veniva da vomitare pure. Maronn’ , madonna, come mi sentii male quel giorno. Tornai a casa e mia moglie mi fece pure una cazziata perché aveva trovato la scatola delle pillole, e lei è casa e chiesa, ma mica è deficiente!
La domenica dopo, mi pigliai un’altra pillola e questa volta la trovai a Chantal. Glielo dissi, tu mi fai murì! M’ero pigliat u’ pinnulo domenica scorsa e nun t si’ fatta trova’. A Chantal pure gli dispiacque, ma sai quella che se ne fotte veramente? È giovane, ma è tanto bellella! Poi mi fa bene i bucchini, cosa che mia moglie, se glielo chiedevo quando aveva la sua età, l’età di Chantal dico, che già eravamo fidanzati io e Concetta, mi sputava in faccia e, perciò, io non glielo ho mai chiesto.
Chantal mi stava pure a sentire dopo la sciammerika,  io sono lamentoso e le dicevo sempre: mio fratello Pasquale è già muort da cinque anni, e io me lo sento, secondo me è l’ultima volta che ci vediamo, sto pe muri’ pur’io!
Chantal si metteva pure  a ridere, ma io me lo sentivo veramente. Però questa cosa che stavo per morire gliela dicevo già pure a Teresa quando andavo da lei, che ci posso fare se poi non morivo, io me lo sentivo così.

© 2016 Prospettiva Monka e tutti i racconti di questa rubrica sono copyright Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale deve essere autorizzata per iscritto dall’autore. Eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.