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sabato 26 marzo 2016

RèG 4. Il DOTTOR ZECCA




Testo e foto sono © 2011 Stefano di Stasio

“Dott. Zecca il suo caffè è pronto, amaro come sempre” esordì il barista con velato sarcasmo.
Amaro - pensò Augusto Zecca, classe 1959 – che c’è da ridere ? Piccolo sgorbio deficiente. Sono tutti uguali questi sottoposti. Vedrai, vedrai che cosa ti combinerò, conosco il tuo nome. E qui fece una smorfia, torcendo il mento sul lato sinistro e digrignando i denti. Gli veniva spontanea ogni qual volta si sentiva particolarmente malvagio. Bevve il caffè pensando al lavoro che lo aspettava in Ufficio. Agenzia delle Entrate di Alatri, provincia di Frosinone. Da poco aveva ricevuto una promozione, ma i suoi superiori erano stati chiari. L’ordine del Ministero era: torchiare, spremere, distillare quanti più soldi possibile ai contribuenti. E, soprattutto che fossero, contribuenti onesti, meglio se impiegati statali, di quelli che fanno il 730 ogni anno per recuperare i cento Euro in detrazione al 19 percento delle spese mediche. Nel briefing che avevano avuto s’era detto più volte. Lasciate che recuperino i 100 euro, i pezzenti. Poi, mandate cartelle di mille euro! I pezzenti sono terrorizzati dai soldi che non hanno, si annebbierà loro la vista e la mente quando apriranno la busta per leggere la cartella esattoriale. Non saranno in grado di contestare e verranno in ginocchio per supplicarvi di pagare. Tutto chiaro.
Augusto Zecca era ora dietro alla sua scrivania. Alzò la cornetta del telefono e chiamò la sua collaboratrice, la signora Evelina Cantelle, una quarantenne di bella presenza.
“Buongiorno Dottore, da chi cominciamo?”.
Zecca era superstizioso. Si era procurato un barattolo abbastanza capiente. Aveva ritagliato dei pezzetti di carta, di uguale grandezza. Su ognuno aveva scritto in bella grafia una lettera dell’alfabeto. Poi li aveva ripiegati e infilati nel barattolo. Ogni mattina amava ripetere lo stesso cerimoniale. Lo aiutava a rivestire il suo lavoro di un alone di santità. Si sentiva un officiante religioso, un prete dello strozzinaggio fiscale.
“Estragga lei, è il suo lavoro!” esclamò mentre pensava. Povera oca, fai di tutto per dimostrarti servile ma non è con questo che otterrai il massimo punteggio da me nelle note informative del prossimo concorso interno. Mi serve altro! Dovrai aiutarmi a estorcere soldi ai contribuenti, quello sarà il tuo vero banco di prova. E poi, se proprio vuoi il massimo, dovrai essere carina con me. Cavolo, non sono in politica ma potrò pure estorcere ad una mia collaboratrice una prestazione sessuale di tanto in tanto, magari poi le regalo dei fiori. Certo non racconterò il fatto in giro, inventandomi barzellette che non fanno ridere nessuno . Torse il mento, compiacendosi con se stesso.
Evelina arrossì, quasi indovinando i torbidi pensieri del suo capo, ma fece finta di niente. Allungò la sua mano per prendere il barattolo sulla scrivania. Zecca seguì il movimento della donna. Ne osservò le dita, lunghe e affusolate, e lo smalto bianco con cui si era curata le unghie. Poi lo sguardo corse alla scollatura della donna, generosa come sempre. Si sorprese a emettere bassi muggiti di desiderio, che però represse alla svelta.
«Troppo rischioso essere esplicito.», pensò, «non si sa mai: con questi telefonini da agente segreto potrebbe registrare tutto e denunciarmi per stalking.».
La donna estrasse un bigliettino e glielo consegnò. Lettera “M”. Bene!
“Può andare ora!” disse alla donna nel licenziarla bruscamente.
Incollò i suoi occhi stretti e lunghi, nascosti da occhiali spessi, allo schermo del suo computer. Iniziava la sua caccia quotidiana. Cominciò a frugare fra i contribuenti di Alatri il cui cognome iniziava con la lettera M.
Marchioni, no non va, è un imprenditore
Marotta, per carità, è il cugino del sindaco.
Monicelli, fa l’architetto, non male, vediamo ancora
Morcone,  impiegato statale, lavora a Roma. Ottimo, è lui!
Chiamò la signora Cantelle con il telefono interno e le ordinò:
“Vada in archivio e mi porti le pratiche di Morcone Lazzaro degli ultimi quattro anni”.
Dopo circa dieci minuti, i modelli 730 di Morcone Lazzaro erano sulla sua scrivania. Aprì un tiretto, tirò fuori una cartella di cartone con i lembi nuova di zecca e vi scrisse sopra con un pennerello rosso “Recupero imposta non versata”. Il più era fatto, si trattava ora di curare i dettagli. Cominciò a osservare il modello 730 per l’anno 2007. Nelle ultime pagine, vide la scritta “Compilato dal CAAF della CGIL di Frosinone”. Ah, ah, ah! Così pensavano di impressionarlo! Si accese di furia, figuriamoci se non c’erano margini di irregolarità per aprire una nuova cartella. Il CAAF non contava un tubo, non poteva intervenire in un regolare, scrupoloso e spietato processo di verifica 31 ter di un rispettoso, zelante e puntiglioso funzionario dell’Agenzia delle Entrate.
 “Ora ti sistemo io, Morcone!” gli scappò di dire con aria di sfida. Poi continuò la verifica.
Allora. Al rigo E1 era riportato che Morcone aveva speso 2532 euro di spese sanitarie. Il primo, eccolo. Pensò: Egregio signor Morcone il massimo importo ammesso come spesa sanitaria è 2291 euro. Se ha speso di più per curarsi si arrangi, e soprattutto paghi. Il mento tirò il viso leggermente a sinistra.
Procedette. Al rigo 13 del prospetto di liquidazione era riportato che Morcone aveva diritto alla detrazione per figlio a carico. Vediamo. Stato civile “divorziato”. Bene, controlliamo il codice fiscale della ex-moglie. Ah, ah. Eccolo, la tizia ha fatto regolare denuncia dei redditi nel 2007 e ha chiesto anche lei la detrazione per il figlio a carico. Morcone, due a zero per me! Si pettinò i pensieri mentre si congratulava con se stesso. Sapeva benissimo che Morcone certamente versava un assegno mensile di mantenimento per il figlio, come sapeva bene che questo assegno non era detraibile dal reddito. In quel momento tutti i suoi più turpi desideri trovavano sfogo. Nel 2007 Morcone aveva già versato alla ex-moglie per il mantenimento del figlio forse quattro cinquemila euro e, ora, avrebbe dovuto pagare interamente le tasse su questa cifra che era transitata sul suo conto in banca più o meno come una farfalla che svolazzava di fiore in fiore. Un figlio a carico del padre per l’esborso e a carico della madre per la detrazione. Quel pensiero deliziò a tal punto Zecca che cominciò a fischiettare, sfregandosi le mani. Gli piaceva fare delle sorprese terrificanti al contribuente. L’irrazionale era la sorpresa più efficace. Compilò al computer la cartella con gli importi per differenza che erano dovuti. Fece la somma. Cinquecentotrentasei euro. Lazzaro Morcone dovrà scucirli tutti. Preparò il modulo F24 predeterminato con l’importo da pagare e il numero della cartella. Vedeva già il malcapitato che si avviava sconsolato all’Ufficio Postale e versava quella somma che aveva pensato di poter impegnare in altro modo, che so, per comprarsi una macchina fotografica o un computer nuovo. Un’idea si affacciò alla sua mente. E se Morcone i soldi non li avesse avuti disponibili? Cavoli suoi. Sarebbe scattato il pignoramento della macchina, del motorino o di qualche altra cosa. Al massimo glieli avrebbero sottratti direttamente in busta paga. Era questo che rendeva gli impiegati statali prede così attraenti. E se Morcone fosse venuto a presentare una domanda di rateizzo? Peggio per lui, le disposizioni erano chiare. Era lui, il dottor Augusto Zecca, ad essere responsabile dell’intero procedimento esattivo, spettava a lui concedere o non concedere il rateizzo. Immaginò Morcone seduto alla sua scrivania che lo supplicava di dividere l’importo in quattro rate. Immaginò la sua subdola espressione compassata, il suo sguardo falsamente dispiaciuto e solidale, mentre nell’intimo godeva estasiato dell’umiliazione che era riuscito a infliggere al poveretto. La capisco, signor Morcone, anche io ho una famiglia – si figurava di dire, mentre pensava che solo un pazzo oggi in Italia poteva contrarre un matrimonio e solo un pazzo spostato poteva permettersi il lusso di avere dei figli. Se poi il pazzo era anche divorziato, beh allora, non era più nemmeno un uomo. Era carne fresca da macellare, tutte le leggi l’avrebbero permesso. Tanto poi si sarebbe detto che così finisce un uomo che divorzia, è il castigo di Dio.
Alzò la cornetta e richiamò la signora Cantelle.
“Signora, mandi questa al protocollo e poi al servizio di notifica” sospirò soddisfatto della prima vittima della giornata. Poi soggiunse
“Non dorma, estragga un’altra lettera!”.

                                                 Valle di Kathmandu - Nepal. Foto di Stefano di Stasio (1993)

® riproduzione riservata. Testo e foto sono © 2011 Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, deve essere autorizzata per iscritto dall’autore


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sabato 19 marzo 2016

RèG:  3. MISRATÀH


testo e foto di ©  2016 Stefano di Stasio

 Mi chiamo Yussouf Al Kadr, ho 19 anni sono di Bengasi. Frequento il secondo anno di università, ingegneria meccanica. La mia famiglia prima della rivoluzione di febbraio era benestante. Mio padre è medico, mia madre ostetrica, non hanno mai sopportato Muhamar al-Gaddafi. Dicono che è un sanguinario e che sfrutta il popolo. Mio nonno Amed ripete sempre le parole di suo padre, il defunto Mohamed Al Kadr, che combatté contro l’occupazione Italiana negli anni ’30. Il tiranno di oggi è figlio degli invasori Italiani di ieri. Sul suo letto mio nonno ha un ritratto di Omar Al Mukhtar. Lo chiamavano Asad al-Ṣaḥrā “Il leone del deserto". Era della tribù beduina dei Minifa. Aveva settanta anni quando fu impiccato davanti a ventimila persone a Soluch quella mattina del 16 Settembre 1931. Il dittatore Italiano Benito Mussolini telegrafò ai giudici quando processarono Omar Al Mukhtar al palazzo littorio di Bengasi. Raccomandò di emettere una “immancabile condanna”. Fece arrestare il suo avvocato difensore d’ufficio, il capitano Roberto Lontano. Muhamar al-Gaddafi usa gli aerei per bombardare i civili, la sua gente. Ha imparato dagli Italiani che bombardarono per primi con gli aerei l’oasi di Cufra nel 1930. Usarono armi chimiche, incendiarono i villaggi. E avvelenarono i pozzi.
Finora la mia vita è stata tranquilla. Sono alto, ho la carnagione colore dei datteri e i capelli neri lisci. I miei occhi sono chiari, come il mare della Sirte. Mi piacciono molto le motociclette. Infagottato nella mia kefiah, amo la carezza dell’aria bollente del deserto, mentre sfreccio sull’autostrada che da Bengasi porta a Al Maqrun. Ora quella autostrada è bloccata dalle milizie del colonnello. Ci sparano addosso con le batterie di razzi Grad. Ho deciso di aderire alla rivolta. Con altri compagni ci stiamo preparando. Non ero abituato a frequentare la marmaglia della città, quella che chiamano adẓuẓk. Anche loro mi guardano con occhi meravigliati. Perché un ricco è passato con loro? Non importa, dobbiamo combattere ora, se Dio vuole. Salperemo stasera con una piccola imbarcazione per aiutare i nostri fratelli di Misratah. Da otto settimane sono sotto assedio. I mercenari di Muhamar al-Gaddafi hanno avvelenato l’acqua e tagliato la luce. Ci sono cecchini dappertutto. Sparano su donne e bambini. Di notte fanno rastrellamenti per le case, ammazzano e mutilano i cadaveri per impressionare la gente. I feriti non riescono ad arrivare in ospedale, perché bombardano anche le ambulanze. Ma Dio è grande. Il porto di Misratah è ancora libero. Entreremo in città passando da quella parte. Ci hanno addestrato in una settimana, alcuni amici ci hanno insegnato a usare le armi. Dio è grande.

Mi chiamo Ali Ben Jalil, ho 18 anni sono di Tripoli. Sono piccolo, ho la pelle bruciata dal sole e i capelli arricciati dalla sabbia portata dal simùn. I miei occhi sono del colore dello scorpione della notte. Frequento il primo anno di ingegneria elettronica. Vengo da una famiglia povera, mio padre vende gli ortaggi al mercato aiutato da mia madre. Ho tre fratelli e due sorelle. Appena è scoppiata la rivolta la Guardia Nazionale di Muhamar al-Gaddafi è venuta a prelevare me e i miei colleghi studenti. Ci hanno portati nel deserto ai confini con la Tunisia e ci hanno obbligati ad arruolarci nel corpo che chiamano “i guardiani della rivoluzione”. Abbiamo subito un addestramento duro di una settimana, i caporali della milizia erano molto severi. Parecchi di noi sono stati frustati. Ci hanno portato ad assistere a una esecuzione sommaria di alcuni soldati del rais che si erano rifiutati di obbedire agli ordini. Si erano rifiutati di sparare sulla folla in rivolta. Erano tutti con le mani legate dietro la schiena e in ginocchio. Ad uno ad uno sono stati giustiziati con un colpo di pistola alla nuca da un ufficiale della milizia. Ci hanno detto che questa è la fine per i traditori. Hanno sfilato loro gli anfibi dai piedi e ce li hanno consegnati. Dicono che ci serviranno. Dopo l’addestramento ci hanno portati prima a Zliten e poi a Misratah, per distruggere “il covo di cani rabbiosi” come dice il Colonnello. Ci hanno detto di sparare sui nostri fratelli, Dio ci perdoni. Per un po’ l’abbiamo fatto. Poi è successa una cosa. Un nostro compagno, Mustafà, ha fatto un prigioniero, ha scoperto un ragazzino con una bottiglia piena di benzina. L’ufficiale gli ha ordinato di sparare. Mustafà, l’ha guardato negli occhi. Lo conosco Mustafà, abbiamo studiato insieme. Ha due fratelli più piccoli della stessa età del suo prigioniero. Non ha obbedito. Il graduato ha sparato una raffica a lui e al suo prigioniero. Ho fissato la faccia di Mustafà. Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca, gelata in una espressione di paura. Stava lì per terra, immobile, come se abbracciasse il cadavere del ragazzino. Allora, con l’aiuto di Dio, ho capito chi era il mio nemico. Sono uscito allo scoperto. Mi sono lanciato in una corsa senza prendere fiato verso le posizioni degli shebab, protetto da una nuvola di fumo sollevata dai colpi dell’artiglieria pesante. Urlavo di non sparare e agitavo un fazzoletto. Un cecchino mi ha colpito ala gamba sinistra prima che riuscissi ad arrendermi. Ho strisciato nella polvere dietro alla carcassa di un tank. Mi hanno caricato su un pick-up e mi hanno portato in ospedale. Sono qui su una barella rossa, aspetto che venga un chirurgo. Fisso con lo sguardo i miei anfibi. Sopra ci sono ancora le macchie di sangue di Mustafà, il mio amico. Ma sono vivo, grazie a Dio. Allah è grande. Ho sentito un gemito dietro di me. Su una sedia c’è un ragazzo più o meno della stessa mia età. I lealisti del rais l’hanno colpito a una spalla. Non è un soldato di professione, si vede da come si lamenta, da quello che dice. Gli parlo, mi risponde. Si chiama Yussouf, Viene da Bengasi, Anche lui studia ingegneria.

® Riproduzione riservata. Contenuto soggetto a copyright 2016 di Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, deve essere autorizzata per iscritto dall’autore


mercoledì 16 marzo 2016

RèG 2. TUMÀN



testo e foto di ©  2016 Stefano di Stasio

Tumàn. Nebbia. Stava appollaiato su un abete rosso della foresta. Era l’alba di un giorno freddo. Dall’alto poteva vedere i fasci di luce obliqua che diffondevano fra i banchi di minuscole goccioline. Abbagliavano la vista. Sua madre l’aveva chiamato Tumàn perché quando si erano aperti i suoi occhi a un mese dalla nascita era rimasta colpita da un velo sottile biancastro che copriva l’iride a losanga di colore celeste. Adesso intorno a lui il bosco ancora taceva avvolto dall’ovatta.
L’autunno volgeva al termine, presto sarebbe caduta la neve. In lontananza udì dei suoni bassi. Provenivano dalla terra. Erano i daini che cominciavano a brucare l’erba delle radure. Era l’ora di cominciare la caccia. Saltò giù dall’abete, per un attimo sembrò volteggiare nell’aria e rimanere sospeso sullo strato di nebbia. L’impatto col terreno non produsse nessun rumore percepibile. Cominciò ad attraversare la foresta in direzione della preda. Le orecchie si muovevano girando a semicerchio. Stava in guardia per i cercatori di funghi. Spesso portavano con se il fucile. Tumàn procedette guardingo evitando le piste battute e i terreni non coperti di alberi. Arrivò in prossimità della radura. Di la’ dalla nebbia, coperto dai cespugli, scorse quattro piccoli daini, un maschio e tre femmine. Strappavano l’erba a piccoli morsi.  Studio’ il terreno e scelse la preda, la femmina più giovane. Muovendo le sue zampe larghe e coperte di pelo descrisse un movimento a forma di elle per raggiungere l’albero al confine settentrionale della radura. Dopo aver brucato l’erba i daini si sarebbero spostato in cerca di acqua. Tumàn sapeva che a nord dietro quella collina a forma di panettone, c’era una sorgente. Anche i daini lo sapevano. Con un balzo fulmineo raggiunse i primi rami del grosso ippocastano. Scelse il ramo più sporgente. Lo percorse quasi fino all’estremità. Si accovacciò e attese. I daini terminarono il pasto. Il maschio ebbe qualche esitazione, poi si mise in marcia verso la sorgente. Non c’era niente da temere. Il sole stava diradando velocemente la nebbia. I daini potevano vedere lontano. Sfilarono ai margini della radura mentre le residue gocce d’acqua nell’aria facevano una specie di aura attorno alle loro sagome. Come un fulmine Tumàn si lanciò dal ramo sulla preda. L’addentò al collo con i lunghi canini. Una scena grandiosa di vita e di morte nella luce abbagliante del riverbero del sole sull’acqua del prato. Per il giovane daino non ci fu il tempo di reagire. Il cacciatore era venuto dall’alto, al di sopra degli strati di nebbia, dove mai un daino avrebbe annusato l’aria per avvertire il pericolo. Gli altri daini fuggirono via. Per Tumàn questa era solo la prima parte del suo lavoro. Dopo aver finito la preda, doveva scegliere un posto per nasconderla. Sarebbe tornato a sfamarsi ogni giorno, con calma. Trascinò il daino per un centinaio di metri. C’erano tre betulle che si intrecciavano vicino a una piccola scarpata. Quello era il posto buono per fare da dispensa. Facendo forza sui suoi possenti arti posteriori, il cacciatore prima balzò, poi con i denti sollevò e tirò.  Poi di nuovo, saltò e di nuovo tirò per raggiungere quella specie di piattaforma naturale. Era soddisfatto, sistemo’ il daino ben fermo. Fece colazione con la carne di un cosciotto. Si riposò. Aspettò finché il sole si fece troppo caldo per lui. Allora strappo’ delle frasche dagli alberi e copri’ con estrema accuratezza la preda. Sarebbe tornato la notte successiva.
Un balzo e sparì nella zona d’ombra della macchia.
Trascorse il giorno. Il sole cadde con enfasi dietro la collina a ovest, quella a forma di pino. Dalla direzione opposta del cielo comparve sbiadito uno spicchio di luna. Tumàn aveva passato il giorno a sonnecchiare. Fra i canti degli uccelli che  cercano compagnia prima di dormire, l’oscurità calò lentamente sulla foresta e sui suoi abitanti facendo svanire piano piano i contorni degli arbusti e dei tronchi. Si avvicinava l’ora di mettersi in marcia. I suoi occhi vedevano meglio  al buio.
Si leccò la pelliccia. Annusò l’aria. Drizzò le orecchie con i ciuffi e si mise in marcia, camminando sul nulla senza rumore. Inaspettato sentì l’odore della femmina. Si chiese chi fosse, nel suo territorio ce n’erano molte. Incuriosito seguì la scia che lasciava quell’inconfondibile estro. La raggiunse. Entrambi emisero gravi miagolii. Si chiamava Ira. Non l’aveva mai vista. Era molto bella. Aveva da poco lasciato i due figli. Quando erano loro cresciuti i canini dopo dieci mesi dal parto, aveva loro insegnato a cacciare. Poi era andata via, era tempo di  accoppiarsi di nuovo.
La notte avvolse la foresta. Si udivano ogni tanto animali notturni. Rapaci. Fra ringhi sommessi, si accese l’amore di Tumàn e Ira. Trascorse così il tempo fino all’alba.
La bruma ancora calava sul bosco. Non tanto fitta come i giorni precedenti. Gli amanti ebbero fame. Si mossero dal loro giaciglio. Tumàn voleva condurre Ira alla sua dispensa sugli alberi di betulla. Attraversarono la radura e si diressero verso la collina là dove c’era la scarpata. Stamattina non incontrarono nessun daino. Anche il corvo che di solito volteggiava in cerca di cibo non c’era. Salirono sulle betulle. Tumàn scostò le frasche che aveva disposto per nascondere il daino e offrì a Ira la sua cacciagione. D’un tratto però avvertì uno strano odore, aspro e penetrante, non era di un animale del bosco. Ma era tardi. D’improvviso una rete calò dall’alto e li intrappolò. Cominciarono a dibattersi emettendo grida acute. Di più la rete avvinghiò la sua preda. Quando il sole fu più alto avvertirono da lontano l’abbaiare dei cani. Di lì a poco poterono vedere degli uomini con la divisa grigio chiara che si arrampicarono sulla collina. Erano le guardie forestali incaricate di sorvegliare quella regione vicina al confine fra cinque stati, dove le foreste dei Carpazi sono più fitte. Tumàn e Ira guardarono con ostilità le guardie che esprimevano la loro soddisfazione. Poi furono fatti entrare in grosse scatole di legno e trasportate a spalla fino alla strada. La puzza dell’aria era per loro insopportabile. Come facevano quelle persone a non sentire quel tanfo nauseabondo e a continuare a far finta di nulla? Le gabbie di legno furono issate su un vecchio camion. Dopo un giorno di viaggio su strade sgangherate arrivarono in un paese dove la puzza odori era più sopportabile. Era fra le colline e la foresta. L’aria aveva un odore salmastro. Truskavetz. Il villaggio del sale. Tumàn e Ira non sapevano che era un centro rinomato da secoli per le cure termali. Così come non sapevano che c’erano una mezza dozzina di palazzoni dove si praticavano cure di ogni tipo che erano chiamati Sanatori. In ogni sanatorio potevano alloggiare fino a mille persone. Era un posto di vacanza premio per i lavoratori di tutta l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Man mano che il camion procedeva nel villaggio osservarono dei grossi edifici bigi a cinque o a nove piani. Fra di essi scappavano e giocavano folle di bambini. L’autista del camion si fermò a comprare le sigarette. Scambiò qualche parola con i passanti mentre fumava soddisfatto del viaggio. In men che non si dica il camion fu preso d’assalto dai bambini che cercavano di vedere fra le fessure delle scatole di legno.  Poi il camion ripartì e si fermò davanti a un grosso Sanatorio. Venne un uomo in camice bianco con due grosse siringhe in mano. Prima Tumàn poi Ira. Furono addormentati. Si risvegliarono dopo un tempo indefinibile. Il sole che tramontava sulle colline gettava intorno a loro un’ombra lunga fatta a piccoli quadri.
Erano stati sistemati in una grossa gabbia nel parco del sanatorio “Carpazi”. All’interno erano stati disposti degli alberi scheletriti e una tana finta. Tumàn cominciò ad esplorare l’ambiente. Non c’erano vie di fuga. La rete era solida. Sul tetto era stata saldata una tettoia. Alla gabbia si accedeva attraverso una cabina fatta di rete di ferro con una doppia porta. Dall’esterno si accedeva all’interno del gabbiotto. Da qui si apriva una porta all’interno della loro prigione. Le porte erano serrate. Niente da fare.
Per tutta la serata Tumàn e Ira si accoccolarono sullo scheletro di pianta e dovettero sopportare i flash dei visitatori.
“Ris. Lynx lynx carpathicus. Lince dei Carpazi. Si stima che siano presenti 2800 esemplari su uno spazio compreso fra Ucraina, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania.” Era scritto in bella mostra su un cartello davanti alla gabbia.
Ogni tanto Tumàn leccava sul muso la compagna su ciuffi di peli ai lati del viso. Cercava di consolarla.
L’indomani conobbero i loro guardiani. Uno era una donna, si chiamava Orissa. L’altro era un uomo, Stepan.Orissa e Stepan erano molto diversi. Tanto odiosa e precisa la prima, quanto simpatico e approssimativo il secondo. Forse era l’alcol che l’uomo beveva quasi in continuazione. Portavano dei pezzi di carne quasi putrida. La donna si introduceva attraverso la porta esterna all’interno della cabina di transito. Poi Stepan chiudeva la porta esterna e Orissa apriva quella interna dalla quale si accedeva all’interno della prigione. Tumàn rizzò i ciuffi di pelo sulle sue orecchie e con calma studiò il da farsi. Venne la mattina del terzo giorno. Cominciava a nevicare. Da lontano Tumàn osservò Orissa e Stepan che si avvicinavano alla gabbia. L’uomo era visibilmente ubriaco, questa volta aveva esagerato con la vodka. La sua collega se ne rendeva conto e ogni tanto lo apostrofava “Vzhe pizno, Stiupka! Pospishay!” cioè “È tardi, Stepan! Sbrigati!” Orissa entrò nel gabbiotto. Tumàn era arrampicato sul tetto, poteva osservare bene la scena. Stepan, barcollando, non aveva richiuso la porta esterna, ma la donna non se ne era resa conto, aveva uno spesso copricapo di lana grezza. Orissa aprì la porta interna e accedette allinterno della gabbia, sporgendosi fuori dalla porta della cabina di transito. Fu un attimo. Tumàn si avventò dall’alto sul collo della donna emettendo urla furibonde. Ira approfittando della situazione sgattaiolò a lato della donna, spinse la porta esterna semiaperta mandando a gambe all’aria Stepan. Poi si fermò per aspettare Tumàn. Ma Orissa era esperta. Con un forcone in mano respinse Tumàn all’interno della gabbia e chiuse la porta fatta di rete metallica. Tumàn guardò Ira. Un attimo bastò piuttosto che per mille parole. Va’ Ira, Va’. Possa lo spirito della foresta accompagnarti nel tuo viaggio. Va’, scappa di là dalle colline. Porta la mia carne, i cuccioli che partorirai là dove ci siamo conosciuti. Dove l’acqua scorre e volteggia il falco, dove regna il silenzio e l’aria profuma di muschio. Abbi cura dei miei figli.
 
 

® Riproduzione riservata. Contenuto soggetto a copyright 2016 di Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, deve essere autorizzata per iscritto dall’autore




sabato 12 marzo 2016

Ribellarsi è giusto (RèG)

RèG 1. Diario di un pacifista

testo e foto di ©  Stefano di Stasio 2016


Rumore di passi percorre il sentiero
Estranea ti è la violenza
Sospeso è il tempo, vivi, cammini sereno.

Sogni volare con ali leggere su candide nuvole,
e scorgi villaggi e cascate, e boschi e ruscelli,
case di legno, gente intenta alla propria magione.

Zefiro ti scuote, algido, le torpide membra.

Improvvisa odi mesta una nenia, lontana, ovattata:
ti porti vicino al tiepido suolo, con ala potente.
Sapere vuoi, curioso, di che cosa stia divenendo.

E là sulla quercia puoi ora vedere
un gruppo di anziani dai bianchi capelli, i volti scavati.
E piangono, e schivi si fanno, singhiozza il pianto gentile.

Chi scuote le lacrime di padri severi e madri canute?
Di che cosa si nutre la tragica legge, lo stupro di anime,
la fiducia tradita e beffata?

Perché stia accadendo non sai,
di come sia giunta nefasta sentenza
per uomini pii, tramonto di vita, angoscia di ghiaccio.

E dentro di te, di me, di essi
con avido uncino tagliente
si genera e fosca si accresce.

È rabbia, rabbia, sì rabbia.
Il vento soffierà forte, di nuovo.
Per i figli nostri.


® Riproduzione riservata. Contenuto soggetto a copyright 2016 di Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, deve essere autorizzata per iscritto dall’autore.




domenica 6 marzo 2016

"Ribellarsi è giusto"




Editoriale

Inizia oggi questa rubrica in forma di una serie di racconti senza iperboliche pretese, pensata soprattutto, ma non solo, per gli adolescenti, per quella irrequietezza argentina, che agita il corpo e l’intelletto dell’individuo, prima della definitiva e, a volte, funeraria certezza e inerzia proprie talvolta dell’età adulta.
In tempi recenti, a partire dalle primavere arabe del 2011, che fecero spirare un insolito vento di libertà nelle monarchie del nordafrica, gli adolescenti sono stati protagonisti e vittime delle rivolte contro i tiranni. Questa parentesi colorata dei colori verdi della giovinezza, appartiene anche alla storia della nostra resistenza negli anni 1943-1945, quando giovanissimi uomini e donne, spesso minorenni, non esitarono a dare il proprio contributo di sangue contro il nazi-fascismo.
Dunque anche oggi sembra opportuno rivolgere ai nostri adolescenti e a quelli di tutte le nazioni della terra, il messaggio di questa rubrica, il cui titolo è la traduzione italiana dal francese del noto libro di Jean-Paul Sartre, Philippe Gavi e Pierre Victor (1975), oltre che essere la titolazione di un libro più recente di Massimo Ottolenghi (2011).
Come vento del deserto contro i soprusi, le violenze e le occupazioni dell’invasore di turno.

La storica foto del fotografo vietnamita Nick Út, pseudonimo di Huỳnh Công Út che gli consegnò il premio Pulitzer 1973 (foto scattata in Vietnam, l’8 giugno 1972 a Trang Bang, periferia di Saigon dopo un bombardamento USA con bombe al Napalm).  video