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sabato 12 agosto 2017

CONFESSIONI 3 di una PROSTITUTA MOLDAVA
INCONTRO il 7 di ogni mese il Boss dei Boss che viene da ROMA

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

PUNTATA 1 di “CONFESSIONI di Cristina/Elvira prostituta Moldava”:
PUNTATA 2 di “CONFESSIONI di Cristina/Elvira prostituta Moldava”:

Pubblichiamo la parte 3 dell’intervista a questa giovane Moldava, venuta in Italia sotto copertura dell’attività di meretrice. Ci racconta do come incontrava una volta al mese il boss dei boss della malavita di Aversa trasferitosi a Roma, per pianificare traffici internazionali di cocaina, eroina e armi dalla MOLDOVA fino all’Italia.

“Mi chiamo Cristina Sorocean e sono nata in Moldavia 24 anni fa a Drochia/Soroca. Dalle mie parti commerciano tutti in armi e sostanze stupefacenti che esportano in tutto il Medio Oriente e in Europa.
Sono venuta in Italia due anni fa. Esercito l’attività di prostituta ma con i soldi che prendo ai clienti ci compro solo le sigarette. Il mio ruolo nell’organizzazione di cui faccio parte, è quello che mi dà i soldi veri, quelli a tre zeri. Il mio nome di puttana è ELVIRA…”

Senti giornalista del cazzo: mi sei simpatico e mi fai arrivare come una troia, e allora ti dico un segreto, ma tienilo per te. Io non sono una puttana come le altre, queste Romene zozzose che stanno qua attorno e a San Tammaro. Mio padre è uno dei più grossi trafficanti della MOLDOVA/TRANSNISTRIA. Ha appoggi anche in Russia. Lui è dovuto scappare da Drochia diversi anni fa, perché quando è andato in galera la prima volta la gente ha saputo la verità. Io e mia sorella Victoria eravamo piccole e a scuola i nostri compagni di classe cominciarono e evitarci come delle appestate. Mia sorella ebbe delle crisi nervose per questo, lei è fatta così. Io allora, avevo undici anni, cominciai a pensare che forse era bello fare la fuorilegge e la trafficante.

   © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Mio padre non ci faceva mancare nulla. In pochi anni, lui che sulla carta lavorava in Russia per 500 dollari al mese, riuscì a comprare due belle case, una a Drochia e una nella capitale a Chisinau, una per me e una per mia sorella. Se avesse dovuto comprarle con i soldi del lavoro onesto ci avrebbe messo 150 anni. E cominciai anche a capire che a me piaceva il brivido, a qualsiasi livello. A sedici anni mi fidanzai con uno stronzo un po’ più grande di me, si chiamava Pietro. Lui arrivava subito, non come te, e per farmi arrivare anche a me dovevamo chiavare anche quattro volte. La storia con Pietro non era granché, ma comunque mi fece capire che mi piaceva il cazzo e che mi dava la stessa emozione di quando rubavo e facevo qualche mascalzonata.

Mia sorella a diciassette anni, lei è più grande di me di un anno, si fidanzò con uno di Drochia di venti anni, uno di famiglia Russa, e andò a convivere con lui nella casa che aveva comprato mio padre.
Mio padre, trovò lavoro al fidanzato, per lui è facile, è un boss. Mia sorella non è come me, anche se è molto bella, non gli piace cambiare cazzo spesso. Ci chiavò con questo per due anni, uscì incinta anche, era felice. Anche mia madre, che così aveva incastrato mio padre quando era giovane, era contenta. Da noi se metti incinta una ragazza e non te la sposi, i parenti di lei ti fanno trovare morto. E figuriamoci se fosse successo a mio padre. E invece successe il contrario: la milizia arrestò mio padre, un suo killer lo aveva tradito per danaro. Quando si venne a sapere quale era la vera attività di mio padre e lo seppe anche il padre del fidanzato, gli impose di lasciare Victoria. E mia sorella fu costretta a abortire, lei non si voleva rovinare la vita. E tu, giornalista Italiano del cazzo, me lo insegni, ne abbiamo parlato tante volte, l’hai detto tu: l’aborto per una donna è un boomerang. Quando lo lanci ti risolve i problemi e va lontano, dopo un po’ di tempo ritorna e ti viene in fronte. E così fu. Victoria dopo qualche mese cominciò ad avere problemi psicologici, si depresse talmente che nessuno riusciva ad aiutarla. E fu allora che io decisi di venire in Italia. Parlai con mio padre e gli dissi che mi doveva trovare un ruolo nella sua organizzazione. Mio padre, mi disse di no, che era pericoloso, che i suoi complici a volte uccidevano qualcuno. Ma io fui insistente. E allora lui si mise in contatto con un russo che conosce la malavita Italiana, quella del meridione dico, perché è stato in carcere in Italia.

E così fecero un piano per portare in Italia cocaina, eroina e armi clandestinamente. Mio padre mi disse che dovevo imparare bene l’Italiano prima, e anche il dialetto napoletano, perché quella era la zona di interesse per il nostro traffico. Io dovevo curare personalmente gli interessi della nostra organizzazione Moldava e fare da intermediatore con un grande Boss della camorra.

Venni in Italia a 22 anni, prima lavorai qualche mese in un bar di camorristi a Carinaro di Aversa, per imparare l’Italiano. Mi misi anche con un camorrista che lavorava nell’edilizia, si chiamava Lorenzo. I cazzi italiani mi piacevano assai, la sera mi ubriacavo e chiavavo con il primo che mi andava bene.
Lorenzo mi lasciò, quello stronzo era pure geloso! E allora lasciai il lavoro del bar e mi misi a fare la puttana, tanto per avere una copertura. Mi resi conto che in Italia, per me che dovevo organizzare e gestire un traffico internazionale di droga e armi, non ci poteva essere copertura migliore. La mattina al bar dove si vedono ogni mattina a colazione tutte le puttane che battono qua, e nella zona di Capua/San Tammaro, venivano pure i carabinieri di Capua e ci facevano l’occhiolino. Alla Ucraina che mi accompagnava prima e all’Albanese cocainomane che mi ha accompagnato poi, tutte e due ex prostitute, non hanno mai perquisito la macchina. E figurati che l’Albanese è sotto processo per detenzione illegale e spaccio di droga. Ma questa è un’altra storia, lei dice che gliela ha messa nella macchina la moglie di uno con cui lei chiava. Questo tizio fa la guardia del corpo, si chiava l’Albanese da anni, è sposato e ha due figli con la moglie.

Comunque, da quando sono entrata in contatto con i vertici della malavita, ogni mese, il 7 di ogni mese, viene un boss importante da Roma.
La prima volta, era il 7 Giugno, non si è fidato e non è venuto direttamente al posto in campagna dove faccio la puttana. Mi sembra che già te l’ho raccontato. Ha mandato un carabiniere in pensione di Piedimonte d’Alife a prendermi e questo mi ha portato lontano verso Cassino, in un albergo vicino all’autostrada Roma-Napoli. Là mi sono incontrato con il boss. Era la prima volta, per rompere il ghiaccio ha voluto che gli facessi solo un bucchino. Poi abbiamo parlato di affari. Io gli ho spiegato mio padre e il suo amico Russo che cosa potevano far arrivare in Italia e quanto volevano. Lui mi ha chiesto più cocaina che armi, io gli ho detto che avrei parlato con mio padre e glielo avrei fatto sapere. Lui stabilì già dalla prima volta, che mi sarei dovuta mantenere libera dai clienti il 7 di ogni mese nel pomeriggio dalle 16 alle 19. Io gli dissi che mi andava bene.
La seconda volta, il 7 di Luglio, è venuto direttamente dove faccio la puttana. Mia ha fatto salire nel suo SUV e io gli ho indicato un albergo qua vicino dove porto i clienti. Il boss questa volta era arrapato e fatto di cocaina. Ha voluto chiavarmi in tutti i modi e senza preservativo. Che vuoi? A me fa schifo lo sperma, da quando abortii la prima volta, qua in Italia, Lorenzo o qualcun altro non lo saprò mai, mi avevano messa incinta. Ma con il boss mi sono sentita importante e mi sono fatta sborrare volentieri nella fica, mi sembrava che questo era il modo giusto di celebrare un patto criminale internazionale CAMORRA/MOLDOVA.

 
    © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Il boss mi ha detto che adesso tutti i camorristi più giovani, la nuova generazione, sono tutti imprenditori, ingegneri e architetti. Le famiglie storiche di camorristi sono state decimate dagli arresti. È stato questo il motivo che ha spinto la camorra a cambiare strategia. Adesso, il camorrista tipico è un geometra o un ingegnere, comunque un tecnico che lavora nell’edilizia, che fa la spola fra Aversa e Roma.
A Roma dal 2005, quando il boss Bardellino di trasferì da Aversa nel quartiere Tuscolano, esiste la centrale operativa della camorra. Si assicurano grossi appalti nelle gare, partecipando con il nome di ditte pulitissime, quelle che non stanno nella lista delle imprese colluse con la malavita, per legge è obbligatoria una certificazione anti-camorra per iscriversi a una gara per un appalto di un’opera pubblica.
Una volta vinta la gara con qualche trucchetto, la ditta madre insospettabile “spacchetta” il lavoro in centinaia di sub-appalti che affida tutti a ditte che fanno parte o pagano l’organizzazione. Assumono persone nei cantieri, le pagano e così si assicurano il consenso sociale. La manodopera la chiamano direttamente da Aversa. E i tecnici, vanno a Roma quasi tutti i giorni, prendono il lavoro e poi se ne tornano a casa a Aversa a lavorare. Tanto usano tutti il computer.

Quindi, come vedi, caro giornalista del cazzo, io in Italia sono venuta a fare del bene e non a delinquere come scrivi tu sul tuo blog di merda, Parole e Fotografie! E lo sai perché?
Primo, io e mio padre, trafficante dalla MOLDOVA creiamo posti d lavoro. È vero sono posti di lavoro per giovani aspiranti camorristi, ma questo è un dettaglio. Al sud Italia fate la fame, questo è comunque lavoro.
Secondo, io agli Italiani gli do la fica, ed è una bella fica, mi hai visto bene? È vero la do per 3-4 minuti non per 20-30 come le mie colleghe Romene zozzose, ma che vuoi? Io NON SONO UNA PUTTANA, FACCIO LA PUTTANA.

Questi 20 euro del cazzo che mi dà un cliente li uso per comprarmi le sigarette. A me mi paga direttamente il boss di Roma quando viene ad incontrarmi il giorno 7 di ogni mese. Sono una importante io, hai capito, stronzo di un giornalista, con chi hai avuto la fortuna di parlare?

© 2017 testo e foto Stefano di Stasio


mercoledì 9 agosto 2017

CONFESSIONI 2 di una PROSTITUTA MOLDAVA / Parte seconda
Per me l’Italia è il Paradiso

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

La puntata precedente è al link:

Pubblichiamo la parte 2 dell’intervista che, l’inviato di PeF ha raccolto in prima persona da questa giovane Moldava venuta clandestinamente in Italia per esercitare traffici illegali sotto la copertura dell’attività di meretrice.
“Mi chiamo Cristina Sorocean e sono nata in Moldavia 24 anni fa a Drochia/Soroca. Dalle mie parti commerciano tutti in armi e sostanze stupefacenti che esportano in tutto il Medio Oriente e in Europa.

Sono venuta in Italia due anni fa. Esercito l’attività di prostituta ma con i soldi che prendo ai clienti ci compro solo le sigarette. Il mio ruolo nell’organizzazione di cui faccio parte, è quello che mi dà i soldi veri, quelli a tre zeri. Il mio nome di puttana è ELVIRA…”

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Ti dicevo che quando ho cominciato a fare la puttana a Gennaio 2016 guadagnavo bene, anche 400 euro al giorno. Eravamo tre allo stesso posto, io ero la più giovane e la più carina, e poi ero nuova, tutti volevano assaggiare la mia fica e il mio bucchino, anche se, come sai, io i bucchini non li so fare, il cazzo in bocca mi fa venire da vomitare. Ho fatto la signora, borse firmate, scarpe da 300 euro, che compravo nei centri commerciali attorno a Aversa. A quei tempi mi accompagnava qua in campagna e mi veniva a riprendere una ex-prostituta albanese cocainomane. Prendeva 25 euro al giorno per il passaggio da qua a Carinaro di Aversa, dove mi ha affittato la casa clandestinamente un poliziotto.

Poi ho cominciato a ricevere delle intimidazioni. Una volta, che c’eri pure tu, è venuto un tizio che guidava una macchina rosso semaforo con il cofano dipinto di nero. Erano due, dietro di lui c’era anche una macchina verde chiaro che faceva da esploratore, ha girato un po’ prima che intervenisse quello con la macchina rossa, per vedere che tutto fosse tranquillo. Poi ha dato il via libera al compare. L’hai visto pure tu che avevi il binocolo, mentre noi stavamo appartati lontano dal mio posto di stazionamento. L’uomo con la macchina rossa è entrato come un fulmine nel caseggiato diroccato lungo la strada dove lavoro e ha rubato la mia borsa con le chiavi di casa. Quando la sera sono rincasata, sono andata al bar dove si riuniscono tutti i camorristi che lavorano con le puttane, loro ci chiamano le ragazze. Ho chiesto un po’ ai miei amici di allora e dopo una telefonata ho visto arrivare il tipo con la macchina rossa e il cofano nero. Mi ha fatto “se vuoi indietro le chiavi e la borsa, devi lavorare per noi”. Io non avevo voglia di fare casini con il padrone di casa, quel poliziotto che viene a prendersi l’affitto quando io non ci sono. Gli ho detto di sì.

  
   © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Da allora ho lavorato per un altro giro, più forte. Alle mie due amiche romene sono continuati a succedere guai. Le rapinavano, le minacciavano e cose di questo genere. Lo scopo? Era quello ci farmi rimanere da sola in questa campagna. Poi ho capito perché.

Anzi! Tu lo sai già perché, te l’ho detto nella prima parte dell’intervista. Dovevo fare il vigile della cocaina. Veniva un corriere la mattina, sempre con un furgone bianco, e lasciva un sacco nascosto nella discarica dietro la duna di terra laggiù. Una volta il furgone bianco è sceso nella campagna quando stavamo appartati io e te. L’hai visto anche tu. È arrivato attraversando i campi incolti dove avevano da poco tagliato il grano e si è avvicinato a noi a quasi 20 metri. Ma io ti ho detto di stare giù, e loro non ti hanno visto bene. Gli ho fatto un cenno con il braccio sinistro, quello dove ho il tatuaggio a forma del diavolo caprone, è il segno della nostra organizzazione dalla Moldova/Transnistria. E se ne sono andati. Dopo ho detto loro che tue eri un cliente qualsiasi e che mi ero attardata con te perché ce l’avevi moscio e mi hai dato 100 euro per aspettare che ti facessi arrivare.

Comunque, il furgone bianco lasciava i sacchi ben sigillati con la cocaina nella discarica dietro la duna di terra. Io ci andavo a chiavare con i clienti là dietro, e quindi lo sorvegliavo fino alle 18. Quando io andavo via dopo pochi minuti, si infilava dietro di me che uscivo dalla strada di campagna e andava a recuperare il sacco di cocaina. Qualche volta lasciava anche lui qualcosa, nel caseggiato diroccato dove butto i preservativi e i fazzoletti di carta usati con i clienti.

 
   © 2017 foto Stefano di Stasio              © 2017 foto Stefano di Stasio

Adesso, dopo che ho avuto la SMART, ho fatto progressi in questa organizzazione internazionale che si occupa di traffico di stupefacenti. Una volta al mese viene a parlare con me il boss grosso, quello che è insospettabile. La prima volta è venuto il 7 Giugno, era mercoledì, ma non è venuto lui personalmente la prima volta. Ha fatto venire a prendermi un ex-carabiniere in pensione di Piedimonte Matese, quello che ha la macchina di 100 mila euro. Siamo andati lontano, in un albergo dalle parti di Cassino, forse il Boss veniva da Roma non so. Là il Boss mi ha voluto prima chiavare bene, si è sniffato anche un paio di piste di cocaina e poi abbiamo parlato. Sono stata fuori quasi tre ore. Quando sono tornata al mio posto di puttana, ho trovato te che ti sei pure incazzato, perché ti avevo dato appuntamento e mi avevi aspettato per più di due ore.
Un’altra volta il Boss grande di Roma è venuto più vicino, aveva cominciato a fidarsi di me. È stato venerdì 7 Luglio, era venerdì. Siamo andati all’hotel “Il Cavallino”, quello cha sta a due km da qua.
Siamo sati un’ora e mezza, stesso andamento del nostro incontro precedente. Nella stanza di albergo, ha sniffato un po’ di cocaina e questa volta ha preteso che lo facessi pure io. A me girava un po’ la testa, ma poi sono diventata euforica e mi è piaciuto.
Gli ho fatto un grande bucchino e mi sono fatta chiavare come una troia. Anche in culo. Da allora la sniffo anche io. D’altra parte, la cocaina non la pago, diciamo che è inclusa nel prezzo con cui mi pagano come vigile e custode della merce.

Perché ti sto dicendo queste cose? Te lo dico: ci conosciamo da un anno, io chiavo con un sacco di gente. Ma tu mi fai arrivare, mi hai fatto arrivare come una troia decine e decine di volte. E allora, sento che qualcosa te lo devo. Ma non ti illudere! Appena trovo un altro che mi fa arrivare, ti scarico, perché tu sei troppo curioso e parli troppo, anche con la mia collega rumena, Miriam, che sa tutti i cazzi miei, ma questi altri fatti non li sa e non li deve sapere, caro giornalista del cazzo!


© 2017 testo e foto Stefano di Stasio

domenica 30 luglio 2017

CONFESSIONI di una PROSTITUTA MOLDAVA Parte 1
Per me l’Italia è il Paradiso

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

L’inviato di PeF, dopo una trattativa durata mesi e dietro lauto compenso della meretrice, ha raccolto in prima persona questa testimonianza che pubblichiamo. VIVA l’ITALIA!

SOUNDTRACK consigliata:


Mi chiamo Cristina Sorocean e sono nata in Moldavia 24 anni fa, nella Transnistria, quella al confine con l’Ucraina. Dalle mie parti commerciano tutti in armi che esportano in tutta Europa. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è ELVIRA…

No, aspettate, che scema! Ho perso il pezzo iniziale, e sto dicendo la verità.
Scusate, ma a me piace bere la sera e poi, ma solo ultimamente, tiro pure un po’ di cocaina. E così mi scordo anche le cose importanti. Allora, dicevo che questo pezzo iniziale non lo volevo e così ho mandato un SMS all’autore di questo articolo, lo vedete come si chiama, lui è orgoglioso del suo blog Parole e Fotografie, in cui gli dicevo: “…cambia tutto, nome paese, nome di amiche, tutto, amore, e cancella foto che così mi rovini la vita, e poi dici che mi ami, non è vero, è una grandissima palla…”. Lo scrittore è uno stronzo, questo lo so da quando l’ho conosciuto un anno fa. Ma stronzo forte, eh! Però alla fine, rigiro come mi pare anche lui, gli argomenti non mi mancano, li vedi sotto la mia gonna che mi arriva quasi all’ombelico. E quindi lui mi ha dato ascolto, ha degradato la qualità delle foto in modo che io non fossi riconoscibile e ha modificato il testo del pezzo come adesso vi dico.

Una cosa vi voglio dire, se no, non capite un cazzo: io a questo stronzo di scrittore/giornalista non lo amo, come pensa lui, anzi mi fa schifo, però ci chiavo volentieri, perché lui, quando chiaviamo, mi fa fare le cose che mi piacciono a me. Non è mica come con i clienti! Quelli vogliono solo arrivare, 20 euro e vaffanculo. Lui, no, anzi! Da lui mi faccio leccare anche la fica che a me mi piace troppo assai! Certe volte lui mi dice “Amore godi tu, a me piace vederti che sei contenta” e mi fa arrivare prima a me e se lui poi alla fine non arriva nemmeno si incazza, dice che non fa niente e che si fa una sega. Ci siamo fatti più di cento chiavate io e lui in un anno e ho avuto certi orgasmi… Gli piace contare per quanti secondi godo, lui è fatto così, ha una mentalità scientifica. Una volta la mia fica ha avuto contrazioni per una quindicina di secondi. A lui gli piace quando io arrivo, perché, come mi disse quando cominciammo a chiavare quasi un anno fa, dice che una donna che caccia muco come lo sperma di un uomo quando gode, non l’ha mai incontrata. E a me quanto me ne cola di succo dalla fica quando arrivo! Me lo devo asciugare con un fazzoletto di carta!

Allora ritornando al racconto, la versione riveduta e corretta comincia così.

Mi chiamo errata Cristina Sorocean / corrige Nadia Serpentova e sono nata in errata Moldova / corrige Ukraina 24 anni fa, nell’oblast di errata Drochia / corrige L’viv. Dalle mie parti tutti commerciano in oro che esportano di contrabbando in tutta Europa, anche se il nostro oro non è purissimo, contiene un po’ di rame, ma costa la decima parte di quello che costa negli altri paesi dell’ovest. I doganieri polacchi lo sanno bene e fanno sempre i bastardi con gli Ucraini. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è errata ELVIRA/corrige OKSANA.
Prima mi hanno fatto conoscere la mia organizzazione che copre il territorio fra Casaluce, San Tammaro di Aversa e Capua. Loro mi hanno dato un cellulare ultimo modello e una casa, me l’ha affittata uno che lavora nella Polizia di Stato. Mi hanno fatto fare pratica per qualche mese in un locale notturno della movida di Carinaro di Aversa. Io sono brava con le lingue, parlo perfettamente il Romeno, il Russo, l’Albanese, e ora anche l’Italiano.

     © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Perché sono entusiasta dell’Italia? Ora ve lo spiego. Ho un’amica Romena, si chiama errata Ana/corrige Anka, lei fa la puttana da 7 anni, è più grande di me di età, è sulla quarantina. Qualche anno fa fu fermata dai Carabinieri e lei ne aggredì uno, graffiandolo e sputandogli addosso. Sta facendo il processo, ma nel frattempo, sai cosa succede? Quando qualche cliente non vuole pagarla, lei lavora a San Tammaro di notte, Anka gli sfila le chiavi dell’auto nel cruscotto e le lancia fuori dal finestrino per non farlo fuggire. Poi chiama i Carabinieri di Capua. Sì, avete capito bene! Anka chiama i Carabinieri. Questi vengono e intimano al cliente di pagare la signorina puttana, come la chiamano loro. Anka allora cosa fa? Se aveva pattuito per la prestazione bocca-fica 20 euro, dice che si era messa d’accordo per 100 euro e i Carabinieri costringono il malcapitato a pagare i 100 euro. Dove succedono cose così? Solo in Italia! A me sembra di vivere nelle favole.

Da me e da Anka vengono un sacco di poliziotti e carabinieri in borghese, ci fanno sentire protette. Dove abbiamo paura è solamente ai posti di blocco. La mia organizzazione possiede un parco macchine di più di 50 auto “pulite”. Noi prostitute che lavoriamo per loro ce le scambiamo e ce le vendiamo fra di noi, tanto nell’organizzazione ci sono anche le compagnie di assicurazione che ci fanno la polizza anche se noi non siamo il proprietario dell’autoveicolo, sul libretto di circolazione c’è il nome di una persona inesistente. Anche le SIM dei cellulari sono intestate a persone che non esistono o che sono morte.

 

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Io sto qua, ho il compito importante di allargare verso Caserta la zona di controllo della mia organizzazione. Loro sono potenti. Sotto la copertura di puttana, io do una mano ai camorristi a fare carico e scarico di droga. E come faccio? È semplice. Arriva un furgone e lascia un carico di cocaina laggiù, la vedi quella specie di discarica nascosta dalla duna di terra? Io non tocco niente per carità. Faccio da vigile in mezzo al traffico, diciamo che faccio il vigile della cocaina, nel senso che vedo chi consegna, me lo appunto, e mi faccio dire chi deve venire a ritirarla. Naturalmente poi sorveglio che nessun coglione, che non c’entra un cazzo con il passaggio di mano, tocchi il finto sacco di spazzatura che contiene la cocaina nascosta.
Ma per me è facile: io laggiù ci porto a chiavare i clienti, così nessuno si avvicina, nemmeno i Carabinieri, perché pensano “è una signorina puttana che sta lavorando, lasciamo perdere”. Alla fine della mia giornata di puttana, verso le 17 d’inverno e verso le 18 d’estate, appena io vado via, viene chi deve ritirare la merce. Così, io gli spacciatori piccoli non li incontro proprio, e loro non vedono me, che è meglio, non si sa mai. Io conosco solo i corrieri dei grossisti di cocaina, quelli che la portano con il furgone bianco la mattina, e la nascondono in mezzo ai rifiuti.

I contadini qua attorno mi hanno denunciato, anche da Capua due vigili urbani sono venuti cento volte e tutte e cento ho detto loro che ero senza documenti e ho dato un indirizzo falso. Il risultato? 500 euro di multa al cliente Italiano, lui ha un indirizzo vero sulla sua carta d’identità.
E io sto ancora qua, allo stesso posto, a fare la puttana e nessuno riesce a farmi andare via. Poi quei due, lo sai? Mi ha detto Giulia la puttana che sta un chilometro più in là, che qualche volta tornano, ma non con la macchina del comune di Capua, con una macchina vecchia. Vengono in tre e vanno a chiavare con lei, gratis.

Una sola volta i Carabinieri di Capua mia hanno portato in caserma per identificarmi, mi hanno preso le impronte digitali e il giorno dopo ho dovuto mostrare loro il passaporto, hanno preso il numero del passaporto. Io non ho il permesso di soggiorno, sono clandestina, ah, ah, ah! Prendetemi se siete capaci! Ma sai che grande problema! Sono tornata in errata Moldova/corrige Ukraina a Natale e con 100 euro ho corrotto il funzionario della polizia moldava e mi sono fatta rilasciare all’istante un passaporto nuovo fiammante, ovviamente con un nuovo numero di passaporto. Per il permesso di soggiorno, la mia organizzazione è internazionale, ha uomini all’interno dell’ambasciata italiana a errata Chișinău/corrige Kiev, posso avere tutti i visti turistici che voglio. Basta che torno in Ukraina e compro un biglietto aereo di andata e ritorno per l’Italia, vengo qua con il visto di tre mesi, il biglietto di ritorno non lo uso. All’aeroporto di Napoli, invento ogni volta un indirizzo diverso di una mia amica italiana che non esiste, quando la polizia mi chiede presso chi vado a soggiornare in Italia. Mi sento potente, nessuno mi può toccare. A tutte le altre prostitute della zona i carabinieri di Capua hanno consegnato il foglio di via, perché a me no? Eppure avevano l’ordine di notificarlo. Io sono troppo intoccabile, ho scelto bene i miei amici di Aversa.

 

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Dici, se a me mi piace di fare la puttana e di fare la sorvegliante dello scarico di cocaina?
No, a me mi fanno schifo i clienti Italiani, anche se io vado solo con gli Italiani, con gli stranieri no, quelli picchiano. Gli Italiani ci trattano a noi puttane come delle fidanzate, anche se il 99 percento ha una moglie e dei figli a casa. Figurati che uno dell’esercito, un maresciallo, mi portava la spesa che faceva per me al supermercato, e quando mi hanno portato in caserma ci è venuto dietro perché si preoccupava per me. I contadini mi fanno le denunce, ma poi qualche contadino viene a chiavare con me e mi fa i regali. Da me vengono pure medici dell’ospedale di Caserta e avvocati di Aversa. Servono alla nostra organizzazione e i miei capi me li mandano per farli distrarre e ripagarli con i miei bucchini e la mia fica a pecorina.

E poi un’altra cosa, me la stavo dimenticando: da me mi mandano, i camorristi che stanno agli arresti domiciliari fra S. Maria Capua Vetere – Capua - S. Tammaro di Aversa. Quelli vanno di fretta perché, se i Carabinieri scoprono che non stanno a casa, li mettono direttamente in carcere. I miei amici me li mandano, io gli faccio un bucchino e pecora veloce, e loro se ne tornano dritti a casa agli arresti domiciliari, ma intanto hanno chiavato e sono contenti.
Per il lavoro di vigile della cocaina che ne penso? Non sono cazzi miei, mi hanno detto di fare così e io lo faccio, però a ogni scarico che sorveglio per una giornata mi danno mille euro! E per me non sono pochi, dovrei fare in un giorno cinquanta bucchini pecora, e figurati! Certi giorni viene un solo cliente. Nelle giornate fortunate, ne faccio 12-15.

Quanto faccio in un giorno facendo la puttana? Anche 400 euro, escludendo gli extra che guadagno come vigile della cocaina, ma loro, i grossisti non consegnano spesso, diciamo una volta al mese. A guadagnare comunque guadagno, pure solo con la fica. 

Tu non sai quanti pensionati vengono a spendere la pensione da me. Sono ridicoli, non ce la fanno a chiavare, ma vogliono vivere u’ sfizio/lo spasso, la trasgressione del marito che lascia a casa la moglie anziana e va a puttane. Spesso la moglie è immobilizzata a letto per un ictus o una frattura. Io li assecondo, loro mi pagano 20 euro a botta, mi faccio pagare appena arrivano. Io sono brava, un cliente lo sbrigo pure in tre minuti, dipende da quanto sta arrapato. E se non sta arrapato, dopo cinque minuti di bucchino, gli dico: Tu non sei buono, vattene! E lui si mortifica pure, hai capito come sono gli Italiani? Oppure se un cliente arriva dopo due-tre colpi nella mia fica, a volte se la prende con il suo cazzo e lo chiama “stu strunz’ che teng’ in miez i’ cosce/ Questo stronzo che ho in mezzo alle gambe! (il pene ndr)”.

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Gli Italiani sono favolosi e l’Italia per me è il Paradiso. Qua ho potuto comprare borse di 2000 euro e scarpe di 700 euro. La mia famiglia, intendo mia madre e mia nonna, lo sanno che faccio la puttana in Italia e anche la criminale nell’organizzazione di malavitosi. Mio padre e mia sorella errata Victoria/corrige Orissa invece non lo sanno e non lo devono sapere. Mia sorella è una brava ragazza, ha lavorato qualche volta nei supermercati in errata Moldova/corrige Ukraina per uno stipendio che equivale a circa 200 euro al mese. Mio padre lavora come guardiano di una fabbrica e lo pagano 600 dollari al mese, in Russia a Sochi. Poveri scemi, mio padre e mia sorella. Mia sorella è fidanzata con un elettricista, si chiama errata Arthur/corrige Victor. Lei non deve sapere che faccio la puttana, se no Victor non se la sposa. Però i soldi da me li vuole, ogni tanto glieli mando quando lei è al verde.

Ah! A proposito: io sono ricca in errata Moldova/corrige Ukraina, abbiamo una fattoria e mio padre ha comprato due appartamenti per me e mia sorella uno a errata Drochia/corrige Truskavetz, da dove veniamo, e uno nella capitale  errata Chișinău / corrige Kiev.

No io non ho bisogno economico di fare la puttana e nemmeno di lavorare con gli spacciatori di cocaina.
Mi piace però avere molti soldi in tasca, mi ubriaco la sera e più di una volta ho sfasciato macchine non mie in incidenti serali. I proprietari? Sono Italiani, non mi hanno detto nulla, si sono preoccupati se io mi ero fatta male.

A Carinaro di Aversa, dove abito clandestinamente a casa del poliziotto, c’è una farmacista che lavora per l’organizzazione. Senza ricetta mi dà tutto quello che voglio, dalla pillola del giorno dopo ai medicinali per il mal di testa e la tachicardia. L’organizzazione ci manda anche da una ginecologa, molte delle sue clienti fanno le puttane. A lei la pagano i nostri capi.

Che cazzo posso volere di più dalla vita? VIVA l’ITALIA!


© 2017 testo e foto Stefano di Stasio. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

venerdì 28 luglio 2017

REPORTAGE sulla PROSTITUZIONE in Italia. 
ELVIRA: il racconto e le incongruenze

Reportage PARTE 1

Reportage PARTE 2

Reportage PARTE 3
© 2017 testo e foto sono di Stefano di Stasio. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

PeF. Elvira/Cristina puoi raccontarci come si svolge la tua giornata?
E/C. La mattina ci vediamo con chi sai tu in un bar fra Casaluce e San Tammaro di Aversa. È il nostro punto di ritrovo, di noi prostitute intendo e dei nostri amici. Facciamo colazione e loro ci danno un po’ di indicazioni per la giornata. Nei processi per camorra per esempio servono due categorie di professionisti: avvocati e medici. Noi serviamo per pagare in natura le prestazioni di questi professionisti. I medici lavorano tutti in ospedali pubblici e ASL, là dove si fanno i referti di medicina d’urgenz o di medicina legale e anche dove vanno quelli che stanno in carcere a fare la visita quando accusano malattie e cercano di allentare il carcere duro o di tentare un’evasione. Ognuno dei nostri protettori ci dà la foto e l’orario di massima di quando il medico o l’avvocato passerà dalla nostra postazioni in strada per riscuotere sesso senza pagare a fronte di un favore fatto ai miei amici.

PeF. E poi? Andate al lavoro verso che ora?
E/C. L’orario in cui ci dobbiamo trovare ai posti che ci siamo scelte è circa le 9:30. L’accordo con l’organizzazione consiste nell’essere disponibili gratis per avvocati e medici e inoltre ci viene chiesta una tassa mensile che varia da ragazza a ragazza ma non è mai meno di 1000 euro. Il primo giro di controllo dei nostri amici, per vedere che non ci allontaniamo dai nostri posti e se tutto è a posto, è alle 10 circa, poi alle 13 e alle 16. Io, prima di entrare nel giro buono, venivo presto la mattina e cominciavo a fare la puttana verso le 8:30. Poi mi trattenevo oltre le 16 che è l’orario concordato con loro, fin verso le 18. Tutto quello che guadagno prima delle 10 e dopo le 16 lo tengo per me senza tassa.

PeF. C’è una sola organizzazione?
E/C. No, diciamo che ogni nazionalità ha il suo riferimento, le albanesi contattano prima gli albanesi, le rumene i rumeni, ma poi sta a te fare carriera, perché il gruppo più potente è uno solo, quello con cui sto io adesso e che mi ha dato una SMART bianca nuova di zecca. Per esempio te le ricordi quelle prostitute romene che stavano con me l’anno scorso? E quella albanese dall’altra parte del fiume? Sono state tutte allontanate. I carabinieri hanno consegnato a tutte il foglio di via. Anche per me era pronto un mio foglio di via, ma come vedi sto ancora qua. È rimasta solo una romena, quella bionda grassa con le zizze enormi, un po’ più grande di età, quella che i clienti ci vanno specialmente perché sa fare bene i bucchini. Quella è una schifosa, chiava senza preservativo e fa anche in culo. Anche i bucchini, se la pagano di più, li fa senza preservativo! Non parlare con lei, mai! Anche se vai a farti fare un bucchino, non ci parlare e non la stare a sentire, ok? È una schifosa!

                                                      © 2017 foto Stefano di Stasio

Mentre lei raccontava la sua giornata tipo, mi rendevo conto che il suo racconto non quadrava. Avevo visitato altre prostitute della zona e mi ero fatto un profilo tipico più o meno valido per tutte: rispetto per il cliente per non spedirlo dalla puttana concorrente, bassa scolarità, spesso divorziate e con figli, nessuna difficoltà alle pratiche base del mestiere, bocca/fica, prestazione di almeno 20-25 min. Viceversa, Elvira/Cristina era istruita, parlava correntemente Romeno, Albanese, Russo, Bulgaro e Italiano, aveva due diplomi universitari in economia, disprezzava i clienti, contava con il cellulare 5-7 minuti di rapporto sessuale, cazzo in bocca pochi secondi e poi nella fica ma solo a pecorina, se il cliente le chiedeva qualche minuto in più oppure qualche fantasia particolare, anche minima, come di dirgli delle parole zozze o di accarezzarlo un po’, era capace di rispedirlo a casa in bianco senza farlo arrivare, aveva problemi con le pratiche base di una puttana, diceva che il bucchino, una pratica che le faceva schifo anche se le piaceva farsi leccare la fica, la faceva vomitare, si faceva chiavare solo alla pecorina e solo in piedi, perché diceva che le macchine di molti clienti campagnoli erano sporche, e infine, chiavava anche male. Insomma sembrava non importarle affatto né di perdere i clienti, né dei soldi che diceva di aver bisogno di guadagnare con la sua presenza ossessiva dalla mattina presto fino al tramonto al suo “negozio” quel caseggiato diruto di fianco a quel viottolo di campagna, pieno zeppo di preservativi usati, fazzoletti imbevuti e ratti. Voleva o doveva essere presente ai bordi della strada per qualche altro motivo. I suoi clienti erano per circa il 70% pensionati, per un 15% operai che andavano a chiavare con lei spesso con il furgone della ditta, un 10 % campagnoli e venditori ambulanti e per il rimanente 5 % medici e avvocati, con l’eccezione di uno studente universitario, che poi alla fine scelse la concorrente rumena, la bionda grassoccia e prosperosa, probabilmente esasperato dal cronometro di Elvira e dalle sue limitazioni cogenti. Un’altra differenza con le altre puttane era che cambiava cellulare spesso. Mi mostrava gli i-phone con lo schermo spaccato e inventava le scuse più assurde: diceva che c’era un topo in casa, che le era caduto. In realtà, come seppi in seguito, Elvira/Cristina la sera nei locali della movida di Carinaro di Aversa era solita imbottirsi di alcoolici, aveva persino distrutto un’auto che le avevano prestato. E tuttavia tanti i-phone distruggeva e nuovi i-phone comparivano dopo al massimo 48 ore nuovi di pacco, sempre però con la stessa SIM. Lei diceva che la SIM gliela avevano data i suoi amici camorristi e che a quel numero non era associato nessun nome utente.
Due cose di lei colpivano l’immaginazione: il tatuaggio che aveva sull’interno dell’avambraccio sinistro, sembrava una di quelle effigi medioevali del diavolo raffigurato come un caprone, e un paio di misteriosi clienti importanti che la visitavano una volta al mese circa e con i quali andavano a chiavare o nell’albergo “il cavallino” nei paraggi oppure in alberghi a 30-40 km di distanza. Con questi Elvira, così attenta al cronometro staccava la spina e, a volte, ci si tratteneva anche da 1 ora e mezza fino a 3 ore, dicendo che da entrambi veniva remunerata con 100-150 euro. Figuriamoci se erano clienti normali!
Negli stessi intervalli di tempo Elvira era capace di passarsi da 10 a 20 clienti, che significava, senza regali extra, da 200 a 400 euro. E lei, invece, si era diplomata in matematica presso l'università del suo paese del cazzo, la Moldova.
Conclusi che l’attività di puttana era per Elvira/Cristina una copertura ben congegnata, e che la sua parte, nella potente organizzazione di cui mi parlava, non era di pagatrice di pizzo e di prestatrice di manodopera per bucchini e chiavate gratis ad avvocati e medici conniventi, ma era ben altro.

    © 2017 foto Stefano di Stasio                      © 2017 foto Stefano di Stasio

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FINE REPORTAGE PARTE 3. CONTINUA

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mercoledì 26 luglio 2017

REPORTAGE sulla PROSTITUZIONE in Italia: 
INTERVISTA a ELVIRA


Reportage PARTE 2

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Dopo mesi di diffidenza iniziale, riuscii a entrare in contatto con quella che pensavo essere la personalità della prostituta Moldava che si faceva chiamare Elvira. Le facevo delle domande e a lei piaceva rispondermi, mi diceva “Io non sono puttana, faccio la puttana”, “con te mi sento Cristina, non Elvira”, Cristina era il suo vero nome. Mi parlò del suo primo fidanzato Pietro in Moldavia e del primo in Italia, tale Lorenzo. Mi diceva che lei non tradiva, che erano gli altri che l’abbandonavano. Mi disse che, quando era arrivata in Italia nel 2015 a 22 anni, aveva affittato una casa dalle parti di Carinaro di Aversa, senza contratto dal proprietario che faceva il poliziotto che veniva a ritirare l’affitto quando lei non c’era. Mi diceva che aveva cominciato a esercitare il mestiere di prostituta nel Gennaio 2016 perché, dopo il suo arrivo ad Aversa aveva lavorato in un bar e aveva perso il lavoro perché il gestore del bar la teneva al nero. Anche diceva che era stata mesi senza lavorare e che poi, alla fine, aveva conosciuto una prostituta Romena che, impietosita della sua condizione economica le aveva proposto di lavorare con lei e l’aveva accompagnata la prima volta per insegnare come si faceva. Mi parlava della sua famiglia in Moldavia, padre, madre e una sorella, e mi mostrava le foto. In quel periodo durante l’estate e l’autunno del 2016, ogni santo giorno era solita salire e scendere senza riposo dalle macchine dei clienti che si alternavano facendo la fila, una roba da far venire il capogiro. Quindici, venti clienti al giorno, tariffa per prestazione standard bocca-fica 20 euro. Mi confidava che lei si rifiutava di fornire prestazioni “particolari”, come gli chiedevano i clienti Italiani, visto che lei andava solo con gli Italiani e con gli immigrati dell’est, come lei, o con gli africani no. Diceva che la sua prestazione consisteva nel fare al cliente pochi secondi di pompino, perché il cazzo in bocca le faceva venire da vomitare, e poi diceva che assumeva la posizione detta pecorina per farsi chiavare, con le cuffiette nelle orecchie e il cellulare in mano per contare i minuti di prestazione. Il suo limite massimo per un cliente di 20 euro era, in quel periodo, di 15 minuti, là in campagna nella macchina del cliente, oppure di 30 minuti, ma con un pagamento di 50 euro, in uno degli alberghi per puttane dei paraggi.
Mi diceva anche altre cose con una disinvoltura pazzesca e una proprietà di linguaggio e padronanza dell’Italiano parlata e scritta che mi facevano dubitare che lo avesse imparato nei pochi mesi che diceva di aver lavorato in quel bar a Casaluce/Carinaro di Aversa.
Non ci misi molto a scoprire che mentiva benissimo e che il 90 percento delle cose che mi confidava Elvira/Cristina erano palesemente false. Me ne accorsi le prime volte per deduzione logica, poi per caso, poi considerando sempre nella mia mente, come seconda opzione, che la realtà fosse l’esatto contrario di quando diceva e andando a verificare di persona, quando era possibile.


FINE REPORTAGE PARTE 2. CONTINUA

  
   © 2017 foto Stefano di Stasio                                 © 2017 foto Stefano di Stasio

 
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FINE REPORTAGE PARTE 2. CONTINUA



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