Cerca nel blog

martedì 30 maggio 2017

RèG 20.  PAPAVERI ROSSI

testo © 2017 Stefano di Stasio, foto © 2017 Stefano di Stasio

Mi chiamo Udo Svengborg e da mio nonno Erik ho ereditato il dono della premonizione. Mio nonno credeva ancora nei vecchi Dei e sul comodino teneva un’immagine votiva di Thor, raffigurato mentre uccide un drago a martellate. Lui mi diceva che nella nostra famiglia c’è sempre stato qualcuno che sapeva leggere il futuro tramite l’osservazione attenta della natura, dal verso degli animali selvatici oppure da un volo di uccelli o dalla forme cangiante del fuoco. La nostra famiglia è molto antica, veniamo dalla Scandinavia. Anche mia madre, che si chiama Giovanna ed è nata a Maddaloni, vicino Caserta, tiene sul comodino una figurina votiva, da quando mio pade Frederik è morto di infarto, tanti anni fa. L’immaginetta raffigura San Michele Arcangelo che uccide un drago con la lancia. Quando si dice le coincidenze!
Beh, non c’è dubbio, senza il destino favorevole, io non sarei nato neppure. Mio padre Erik quando era un ragazzo, conobbe mia madre Giovanna, detta Giannetta, durante una estate assolata di 50 anni fa. Lui era in vacanza con la famiglia a Baia Domizia, vicino Napoli, nel cosiddetto Villaggio Svedese. Mia madre faceva la commessa da un fruttivendolo, pure lui di Maddaloni, che aveva aperto un negozio vicino Mondragone sul litorale Domizio, dopo Pozzuoli andando verso Formia. Mio padre andava matto per la frutta e i meloni che si coltivano a Sud Italia. Conobbe mia madre, si piacquero. Lui andava al negozio tutti i giorni e anche qualche sera dopo la chiusura. La  mise incinta, e se la sposò, e poi nacqui io. Per partorire mio padre tornò in Scandinavia, da mia nonna Inge a Göteborg, in Svezia nella contea di Västra Götaland, la “Terra degli Dei”.  Mi diedero il nome Udo, a mio padre piaceva un cantante tedesco che si chiama così. Che cazzo di nome, però!

Mio padre Frederik Svengborg era pescatore di merluzzi, aringhe e saraghi. Con la sua barca di legno e un vecchio motore diesel, ha percorso durante tutta la sua vita i fiordi della costa meridionale della Norvegia Con quella, prima di conoscere mia madre in Italia ha percorso molti dei fiordi aperti sulle coste meridionali della Norvegia, , da Bergen a Bodø. Era capace, d’estate, di partire da Göteborg  e di stare via in mare per due settimane di fila, mio padre. D’estate ci portava con tutta la famiglia, io, mia madre e i miei due fratelli, alle isole Lofoten per la pesca del merluzzo artico, la Lofotfisket.

Noi altri avevamo una hytte, una casetta, là sul fiordo di Røsk. Mio padre il merluzzo lo chiamava torsk e diceva che la nostra famiglia l’andava a pescare da cinquecento anni e forse anche di più. Diceva che il mare era pieno zeppo di merluzzi che venivano a riprodursi alle isole Lofoten dopo aver svernato nelle acque gelide del mare di Barentz. Era uno spasso per noi bambini andare al porto e chiedere il permesso ai pescatori di tagliare le lingue dei grossi merluzzi, ce le rivendevamo alla signora Annika del ristorante nel porto che le faceva fritte per i suoi clienti e i turisti,le lingue fritte di torsk erano una specialità locale. D’estate la sera, in giugno, c’erano solo 4 ore di oscurità e poi il sole risaliva lentamente sulla linea dell’orizzonte. Dopo cena mio padre continuava a affumicare il merluzzo, e io con i miei fratelli giocavamo sulle rive dei fiordi o andavamo a pescare nelle barche di legno. Inventavamo delle storie. Fu così che mi accorsi di avere il dono della premonizione, raccontando quello che mi passava in mente fra i riflessi dorati del sole di mezzanotte, prossimo alla line di confine fra cielo e terra. D’altra parte le isole Lofoten ispirano la fantasia, il nome significa la zampa della lince, la disposizione delle isole nel mare grigio e potente ricordarono questo animale ai nostri antenati. Successe che mio fratello Markus, uscì di sera in barca, aveva una lanterna per attirare i pesci. Lui aveva quindici anni, io undici. Preferivo rimanere con mia sorella Linda la sera, a raccontarci le storie attorno al fuoco, e lo lasciammo andare da solo. Stavo raccontando una storia che mi aveva narrato mio nonno, su una nuvola che non speva far piovere e si disperava, poveretta, cercando di imparare a  piangere finché Odino le disse che solo l’amore l’avrebbe guarita. E così fu, la nuvola si invaghi di un cirro, un bel cirro con tanti riccioli che al tramonto si illuminavano di viola e grigio, nelle notti d’estate. Poi il cirro fu rapito dal vento e la nuvola ne ebbe tanto dolore che cominciò a piangere a dirotto per la perdita dell’amato. Mia sorella Linda mi ascoltava con attenzione e alla fine si intristì anche lei, non era una storia allegra, io cercavo di consolarla. Poi, nel fuoco, vidi per la prima volta quello che stava succedendo a Markus. Lo vidi distintamente come se fosse lì accanto a noi, le lame di fuoco mi portarono nel fiordo a largo dove stava in quel momento mio fratello. E vidi. Vidi la lanterna che si capovolgeva e il kerosene che si riversava nella barca avvolgendola nelle fiamme. Vidi Markus che cercava di spegnere l’incendio ma era avvinghiato nella rete che si era portato dietro. Ebbi un sobbalzo e avvertii mio padre. Mio padre corse alla sua barca a motore e si allontanò in fretta ripercorrendo il fiordo. Fece appena in tempo, la barchetta di Markus aveva appena preso fuoco, mio padre riuscì a spegnere l’incendio con il suo idrante, quello che usa per pulire il ponte della sua imbarcazione.
Da allora divenni popolare fra i ragazzi di Västra Götaland, venivano da me per sapere le cose più strane, ma soprattutto per sapere delle ragazze che conoscevano nei loro viaggi. Si rivolgevano a me, quando le fidanzate li lasciavano per qualcun altro, e loro soffrivano pene d’amore per sapere se il destino avrebbe chiesto loro conto. Io li accontentavo e cominciai a sfornare premonizioni sanguigne che almeno li consolavano, figuriamoci se gli dei stessero a sentire tutti i cuori infranti, hanno altro a cui pensare. Ma noi eravamo giovani, nel Götaland a quei tempi.
Una volta venne un mio amico Sven costola rotta, perché si era fratturato una costola due volte. Era umiliato, la sua ragazza gli aveva dato un appuntamento nel bosco di betulle vicino aa un cascata e si era fatta trovare a scopare con un altro, e mentre lui si avvicinava, aveva cominciato a gemere forte di piacere adulando l’asta dura del suo nuovo partner. Tutti lo sapevano che Sven costola rotta ce l’aveva piccolo e a quella troia non gli bastava evidentemente. Ma Sven aveva buon cuore, e allora l’ira del vento volò fino all’anima mia e cominciai a parlare sommessamente:
“Vedo nel cielo grandi corvi che volteggiano in circolo, percorrendo orbite sempre più strette. E sulla terra la ragazza che ti ha abbandonato. E vedo lei sdraiata con la schiena a terra e incatenata, nuda, e le formiche, sì le formiche, un milione di formiche che percorrono affamate i suoi orifizi, anale e vaginale e si insinuano negli occhi per abbeverarsi dei suoi umori. E poi i corvi si poggiano ai piedi della ragazza e cominciano a beccare incuriositi le formiche. Quindi si avvicinano al volto di lei, che è ormai nero perché si è ricoperto dalla miriade di formiche e le beccano gli occhi, che per i corvi sono cibo prelibato, glieli cavano completamente e attorno alla ragazza che urla la sua disperazione e la sua impotenza scende la tenebra, buia, spessa come la pece. Questo io vedo…”
Sven prima si consolò, poi di dispiacque, anche se era una troia, l’aveva voluta bene. Era un bravo ragazzo Sven, davvero.
Anche Jan, che è più anziano e lavora alla falegnameria, era stato lasciato da una donna, una donna perversa e laida, tutti la conoscono, e tutti la evitano. Ma Jan ha la testa dura, e tutti lo sanno. Aveva iniziato una relazione con lei, la donna piano piano l’aveva spogliato di tutti i suoi beni. Jan aveva cominciato a bere, per consolarsi della sua rovina e la donna non l’aveva più voluto vedere, si era messa con l’aiutante della guardia costiera, che gliele aveva suonate a Jan, suonate di santa ragione. Anche per Jan, fui percorso dal vento divino e cominciai a lamentarmi, sommessamente, e a dire:
“Vedo nell’acqua del torrente che scende dalla montagna bucata, una pioggia, pioggia rossa, una moltitudine sterminata di gocce di sangue e ogni goccia che racconta una storia di come la donna che così ti ha ridotto, soffrirà mille e più di mille pene, prima di morire. E vedo un milione di vermi rossi e neri che le divorano la lingua e il clitoride, e di come si intrecciano tessendo la tana nella sua vagina e nel suo intestino, e di come là, in queste due cavità del suo corpo si riproducono ancora di più e di come invadono tutto il suo corpo. E vedo che la donna urla, e urla ancora, ma nessuno la ascolta, e vedo solo la civetta che ne ha pietà e che le risponde con un acuto verso intermittente, da sopra a un ramo nelle tenebre illuminate dalla lune, in fondo al bosco. Questo io vedo…”.
Eh sì, così andavano le cose, quando eravamo giovani a Götaland.
Quando ebbi 16 anni, mio padre Frederik si stufò di uscire a pesca tutti i santi giorni e decise di mettersi nel commercio del baccalà. Adesso gli altri pescavano ed essiccavano il torsk, lui curava l’amministrazione della cooperativa di pescatori. E venne il giorno che mio padre decise di mettersi in proprio e di lasciare la Norvegia per trasferirsi a Roma, aprendo la sua ditta import-export di prodotti del mare sul litorale laziale vicino a Civitavecchia.

Ho finito le scuole a Roma, mi diplomai perito agrario. Da allora ho lavorato nella ditta di mio padre finché è morto. Poi ho preso la mia strada, percorrendo le strade del mondo, un po’ per gioco un po’ per conoscere l’animo dell’uomo a diverse latitudini. Sono stato in Sud America. Era il periodo della dittatura in Cile. Vedevo le madri dei desaparecidos che manifestavano il loro dolore a Santiago. Osservavo le righe che le lacrime avevano scavato sui loro volti, le foto che tenevano in mano, come i santini che avevo visto sul comodino di mia nonna quando ero ragazzo. Sentivo i racconti dei bandidos, come li chiamavano i giornali di regime, lassù sulle montagne della cordillera. Mi piacevano i  loro nomi, che cosa c’è di più bello di “sendero luminoso”, il nome del gruppo di guerrilleri maoisti? Mi erano sempre piaciute le lingue e, fra le altre, avevo cominciato a studiare il cinese. Avevo imparato che “ming” significa “uomo illuminato”, e che il carattere cinese che lo rappresenta è il sincretismo dei due caratteri che rappresentano il sole e la luna. La luce di giorno e di notte. Era il mio mondo, quello che parla con il verso degli animali, con i disegni delle nuvole e il suono delle acque. Lo stesso mondo. La stessa battaglia per difenderlo.

Oggi è il primo maggio, e io mi godo la mia veneranda età di 75 anni, facendomi una passeggiata in campagna alla periferia di Ostia, sulla stessa vespa che acquistai 50 anni fa e che mia madre, che ha ormai quasi cento anni, mi ha conservato nella rimessa della nostra casa italiana in tutti questi anni nei quali io sono stato in giro per il mondo a vagabondare. Sono passato sulla striscia di asfalto che taglia  i campi di grano a destra e la pineta a sinistra, la strada provinciale 69. Il sole già picchia duro qua in Italia il primo maggio, non siamo in Norvegia o in Svezia. L’occhio si perde fra il verde del grano non ancora maturo e i clivi che si stagliano al basso orizzonte declinati, talvolta con filari di alberi di noce.
Ho gli occhiali da sole, la luce diretta del sole mi ferisce gli occhi, ho la pelle chiara, io Udo Svengborg.
All’improvviso, nel verde del grano intravedo qualcosa. Non riesco bene a vedere, ma posso pazientare, la SS 69, sale il pendio in quella direzione, mi sto avvicinando con la mia vespa. Ora vedo. Vedo una moltitudine di macchie rosse che fanno capolino fra il verde, sono i papaveri, o rosolacci, ma papaveri e meglio, mi piace di più questa parola in italiano. Mi ricorda mio padre Frederik, papà vero. Li osservo meglio, questa folla di papaveri rossi mi provoca grande gioia nel cuore. Comincio a canticchiare e proseguo la mia corsa in vespa.
“forte il pugno che si alzerà…”
Mi dà fastidio il casco, mi colano gocce di sudore salmastro sulle sopracciglia, qualcuna fino agli angoli della bocca. Me lo tolgo. Il vento mi viene sulla faccia, è fresco, nonostante la potenza del sole.
Vedo, ancora e ancora, dopo aver valicato la collina, distese di papaveri fra l’erba e il grano piegato dal vento lieve.
Rossi, rosso porpora, come le labbra frementi di una donna umida di passione.
“forte il pugno che si alzerà, in ogni paese in ogni città…”
Proseguo sulla SS 69 fra i voli di rondini che gioiscono del sole, con garrulo canto e si piegano, fino a lambire la terra nel fango che è ai fianchi del canale di irrigazione. Mi avvicino ad una pietra bianca, una di quelle che si usano per delimitare i campi. È sommersa fra il rosso purpureo dei papaveri e il lilla chiaro dei fiori di cicoria selvatica. Mi avvicino, per godere di questo spettacolo della natura. Finalmente, io vedo.
I petali dei papaveri, sembrano di carne, sembrano delle dita, le dita di una mano. Quattro dita sono allineate, il dito opponente, il pollice è ripiegato con il polpastrello in orizzontale.
Sono pugni chiusi.
Questo io, Udo Svengborg, vedo oggi, primo maggio, un mare di piccoli pugni colore della porpora che ondeggiano cullati dal vento leggero.

testo © 2017 Stefano di Stasio


foto © 2017 Stefano di Stasio

domenica 23 aprile 2017

LITTLE CHICK HORN racconto
Riprende la serie di PeF "Ribellarsi è giusto" © 2016 Stefano di Stasio.
In questo racconto, il numero 20 della rubrica, l'alchimia delle parole, darà voce a uno dei polli degli allevamenti a batteria, una di quelle pratiche di tortura degli animali da parte dell'uomo che fanno riflettere. maggiori notizie le trovate al link:

Soundtrack consigliate:


RèG 19. LITTLE CHICK HORN

testo di © 2016 Stefano di Stasio.

SETTIMANE 1 e 2
Che vita di merda! Mi tocca beccare una continuazione sotto le lampade rosse questo mangime che sa di piscio salato, e guarda quanti siamo a beccare in queste gabbie basse del cazzo, senza giorno e senza notte. Siamo qua da otto giorni, li ho contati, da quando siamo usciti da quella macchina che faceva un caldo boia, tanto che quando sono riuscito a spaccare il guscio del mio uovo e a scappare fuori ho tirato un sospirone di sollievo. Era buio fuori e da una finestra ho visto pure un disco chiaro che illuminava la notte. Poi ci hanno messi in uno scatolone, eravamo quaranta, e via fin qua. Io qua i giorni li conto perché vengono gli operai a riempire mangiatoie e abbeveratoi e poco prima suona una sirena o come cazzo la chiamano, li ho sentiti parlare. Comunque quello è il segnale che un nuovo giorno di lavoro comincia. Una cosa non la capisco: perché ci danno sempre da mangiare? Ho  ascoltato gli operai, dicono che “il ciclo” è di 50 giorni, ma che cazzo è il ciclo? Pure questo granturco che ci hanno dato dopo la prima settimana non sa di niente! Se lo mangiassero loro, all’anima e chi v’è muort’!

SETTIMANE 3 e 4
A stento riesco a parlare. Due giorni senza notte fa è venuta una donna con il camice bianco. Ha spruzzato qualcosa fra le gabbie. Pasquale, quello più simpatico fra gli operai, ha versato delle gocce bianche nei nostri abbeveratoi, chissà a che servono. Però d allora mi sento gonfio, mi viene da scoppiare, magari sono proprio quelle gocce. Ieri è venuto uno stronzo vestito con un camice blu. Ha cominciato a prendere quelli della prima gabbia, là in fondo. A uno a uno li afferrava per le ali e con i guanti pesanti da lavoro e delle tenaglie affilate, ha cominciato a troncare di netto la punta del becco di quei poveretti. E come se la spassava quel cesso! Poi è passata una signora dell’amministrazione e gli ha detto qualcosa za quello stronzo: perché? E lui ha biascicato qualcosa, ho sentito, “annibalesimo” o “cannibalismo”, qualcosa del genere. Non so che cazzo vuol dire. Ho cominciato a tremare di paura, poi la signora ha detto qualcosa, tipo “legge 2012”  e quello stronzzo ha smesso di amputare becchi. Ancora tremo oggi dopo più di un giorno senza notte e ringrazio il Dio dei pulcini. Qua nella gabbia stiamo crescendo alla svelta e già viene fuori più di un bullo-pollo del cazzo! Io non riesco nemmeno a stendere le ali, lo spazio è troppo poco. Che vita di merda!

SETTIMANA 5
Ci è spuntata una cosa morbida e rossa in testa chissà che cos’è? A qulacuno no però! Mah! Sono diveri da noi, e sono attraenti, secondo me sono pollastrelle! L’ho sentito da Pasquale. Ho fatto amicizia con una di queste che si fa chiamare Polly. Polly ha dei bei occhioni marroni e anche le sopracciglia, sì le sopracciglia e se devo dire la verità, sono proprio le sopracciglia che ci fanno impazzire a noi galletti maschi. Magari ci accoppiamo io e Polly e chi lo sa, qua è un inferno, nemmeno riusciamo a muoverci più ora che siamo diventati più grandi. Uno dei bullo-polli della nostra gabbia ha beccato Pasquale e gli ha fatto uscire un sacco di sangue dalla mano. Qualche volta di questa gliela faccio vedere io a quel bulletto, che si fa chiamare Dock, perché prendersela proprio con le brave persone e per di più senza motivo?

SETTIMANA 6
Le cose si mettono male! Ho sentito Pasquale che parlava con il suo capo, uno con la faccia bitorzoluta e sempre rosso di colorito. Sarà perché sta sempre con la bottiglia di birra fra le mani, 24 ore al giorno senza notte! Diceva che ci taglieranno presto il collo! A tutti! Sì avete capito bene, ci vogliono uccidere daal primo all’ultimo, noi che siamo venuti insieme in questo posto di merda 5 settimane fa. Cosa fare? Ho smesso di litigare con Dock e mi sono fatto insegnare come si becca. E anche come si affila il becco sul bordo dell’abbeveratoio, quel pezzo di lamierino sottile che avanza fra il sostegno e la parete della gabbia. Anche agli altri galletti Dock ha insegnato ad affilare e a beccare duro. A me non mi importa di morire, beccherò fino all’ultimo sangue, ma mi preoccupo per Polly. Però forse, la cambiano di posto e la trasferiscono fra le galline che fanno le uova per venderle all’ingrosso. Spero che possa vivere un altro po’.
Appena verranno a prenderci, per la mattanza, ho sentito che è fissata per stasera, ci ribelleremo come un sol gallo! Facciamo come succede in quel libro di cui parlava Pasquale con l’autista del camion, su degli uomini rossi, anche loro con le piume in testa, che resistettero fino all’ultima piuma rossa di sangue per difendere la loro terra, le colline nere, dagli uomini bianchi avidi di oro. Ho preso un nome di battaglia: mi chiamerò “Little Chick Horn”, così ho capito che si chiamava il posto dove gli uomini rossi fecero a pezzi i bianchi, anche se poi persero la guerra. Pure noi faremo così.

Ribellarsi è giusto e Little big Horn sono copyright di © 2016 Stefano di Stasio. Ogni plagio sarà perseguito in termini di legge.


mercoledì 19 aprile 2017

PM04. Il SERPENTE di FIUME
© 2017 Stefano di Stasio, ogni abuso e plagio, lesivi del diritto d’autore, sarà perseguito in termini di legge
Soundtracks consigliate:

Si guardava, girando le dita e osservando da diverse angolazioni, le unghie laccate di fresco di smalto semi-permanente viola chiaro, che le erano costate una cifra considerevole dall’estetista, eppure era amica sua da tempo. Di tanto in tanto con la mano destra pigiava sul display del suo mobile-phone di ultima generazione alla ricerca di una colonna sonora che le facesse dimenticare, nell’oblio causato dalle note e dal ritmo, le domande che un “cliente” nuovo le aveva rivolto una manciata di minuti prima, circa la sua disponibilità al coito anale mercenario. Ana era così, sembrava sfacciata nella contrattazione quotidiana conseguente alla sua attività di meretricio, là ai bordi della statale 69 che costeggiava il fiume, lungo la riva destra. E, tuttavia, bastava che qualche avventore le richiedesse delle prestazioni particolari per cominciare a imprecare e maledire Dio, per come era stato possibile che una ragazza romena di buona famiglia, con tanto di laurea in lingue e cultura turistica, potesse finire a fare la puttana su una cazzo di strada italiana di provincia.
Non che non fosse stata una sua libera scelta, per carità, ma quando si era ritrovata sbattuta fuori da quello stronzo del padrone del bar, dove lavorava come cameriera ai tavoli, e per di più rigorosamente al nero, e dopo che per tre mesi aveva cercato, senza successo, di trovare un qualsiasi lavoro, allora aveva deciso di vendere quello che agli uomini piace di più. In più, si era resa presto conto che la maggior parte dei clienti che appena intravedevano sotto l’orlo dei suoi abiti succinti colorati di rosso, il nero delle mutande trasparenti e il culo bene in evidenza con l’elastico immerso a scomparsa fra le sue natiche, accostavano di colpo, spesso a rischio di provocare brutti incidenti stradali in diretta proprio lì davanti alla sua sedia di plastica verde.
All’inizio della sua attività aveva pagato il prezzo della sua poca pregressa esperienza di attività sessuali. Laggiù a Iasci, in Romania, aveva avuto un solo fidanzato, Ivan, ma a lui bastava guardargli il sesso con un filo di insistenza e appoggiargli una mano sopra i pantaloni, per farlo arrivare subito. Forse la scopata più lunga che si ricordava era durata due minuti, forse anche meno.
Ma comunque, Ana era una ragazza di 25 anni e attraente, e i clienti non erano mancati nemmeno all’inizio, abituati come erano alle puttane dell’est ultraquarantenni, reduci dal solito divorzio con il solito marito ubriacone, e alla manciata di figli piccoli al paese cresciuti dai nonno e da mantenere da sole con i proventi della loro attività di emigrate del sesso in Italia. Aveva imparato dalle sue colleghe più anziane la sigla della prestazione bocca-fica e il prezzo convenuto sulla piazza della statale 69 che era di 20 euro. Per lei abituarsi a prendere in bocca il pene dei clienti, anche per un solo minuto, in modo che venisse duro, non era stato così semplice perché le veniva da vomitare. E per questo in fondo provava schifo un po’ per tutti quelli che venivano a consumare da lei con il dichiarato volio di bukkino. Come facessero a eccitarsi mentre lei dava di stomaco non lo capiva e nella sua mente li trasformava da manna dal cielo perché portavano soldi freschi, in fogna maledetta tanto che questa perversione la lasciava schifata. Poi qualcuno di loro le aveva detto che la moglie quella parola, bukkino, non la voleva nemmeno sentire e che, quando da fidanzati, ai tempi della gioventù, avevano proposto il rapporto orale si erano ritrovati presi a borsate o posaceneri in faccia. E perciò, gli uomini sposati, che erano quasi il novanta per cento dei clienti, venivano dalle puttane per farsi passare “u’ sfizio” come le aveva riferito tempo fa un settantenne sporcaccione impenitente. Una sua amica, pure lei puttana ma proveniente dall’Albania, le aveva svelato il segreto di mestiere, di accompagnare l’ascensore su e giù di bocca con il lavoro di mano, e lei l’aveva fatto per un po’ finché un giorno, un impiegato delle poste sulla cinquantina si era incazzato e le aveva urlato in testa che lui voleva un bukkino vero non una sega. E così aveva provato a succhierlo anche mentre andava su e giù, tanto per sveltire la prestazione. Non ci voleva un genio della finanza per capire che quanto più breve era la seduta, cioè quanto prima il cliente arrivava, tanti più clienti poteva ricevere là in quella baracca di campagna
oppure appoggiata al cofano della macchina, dietro alla duna che c’era fra il fiume e la strada, laddove non arrivava lo sguardo di quelli che transitavano sulla statale 69. Alla fine della giornata non li contava nemmeno più, se ne faceva un’idea dal numero delle banconote da 20 euro che aveva conservato in borsa, ma nemmeno il conteggio era affidabile, perché qualche cliente tirato spuntava la sua prestazione anche per 15 Euro nelle giornate di magra.
Era stata una mattinata senza fortuna, quel giorno di inizio primavera. Quando era arrivata la nebbia ancora saliva dal fiume e il freddo si attaccava alla maglietta che lasciava scoperte le generose tette e al culo che sciabordava dagli slip. Ana stava seduta sulla sua sedia di plastica verde e aspettava che con il sole di mezzogiorno spuntassero altri clienti. Di prima mattina, erano andati a trovarla due anziani perché loro sono abitudinari consumatori di pillole blu, e dunque, dopo un’ora sanno che fa effetto e loro prima di una certa ora si devono ritirare perché ci hanno la siringa di insulina per il diabete e la moglie che cucina a orario. Che brutti tempi che erano venuti in quel marzo del cazzo, dopo il fulgido inizio dell’anno scorso, quando aveva cominciato a fare la puttana, con un andirivieni pressoché continuo e un guadagno giornaliero che a volte arrivava a 500 euro, che significa, dividendo per la tariffa standard, 25 clienti. E non era nemmeno un record a quei tempi, Sara la sua amica bionda e prosperosa di clienti ne aveva avuto anche 30 in un solo giorno di luglio dalle 9 di mattina alle 20 di sera. Adesso tirava aria di crisi e se Ana si ritirava con 60 euro a casa la sera si riteneva fortunata. Sara, dal canto suo, aveva abbassato i prezzi, glielo aveva detto un cliente, pur di guadagnare, ma lei aveva tre figli bambini a casa da mantenere. E Sara era instancabile, questo Ana glielo riconosceva, era capace di spompinare anche per un quarto d’ora senza fermarsi.
Ana aveva riflettuto su come rendere più competitiva sul mercato del bukkino della statale 69 la sua prestazione. Era arrivata alla conclusione, che poteva usare di più la lingua. E così si era esercitata ad avvolgere la lingua sul cono gelato, prima di arrivare alla convinzione che quella simulazione alimentare si poteva effettivamente tradurre in una profittevole pratica lavorativa. I risultati l’avevano sorpresa. Bastava che attorcigliasse in un movimento a spirale la lingua attorno al glande dei clienti, e questi s ne venivano subito dopo una manciata di secondi, casomai urlando che l’avevano fatta impazzire o che un bukkino così non l’avevano lai avuto. Il che per lei significava meno conati di vomito e più soldi. L’uovo di Colombo. Quello che poi era esilarante, visto che lei, come tutte, si faceva pagare in anticipo, era che i clienti, venuti per scopare, a loro dire almeno 20 minuti, erano là con il cazzo moscio in mano umido di sperma che fuoriusciva dal preservativo, dopo massimo 2 minuti di bukkino a serpente. E se la prendevano con il cazzo, lo eleggevano totem capace di ascoltare le loro imprecazioni su come li avesse traditi, arrivando all’eiaculazione praticamente a tradimento dopo qualche attimo di inebriante passione a pagamento. Ana si mostrava solidale rispetto alle loro lamentele, ma dentro si sé se la rideva alla grande, era meglio guadagnare 20 euro al minuto che 20 euro in 20 minuti di sforzi tesi all’erezione e all’orgasmo tardivo di quegli stronzi, si capisce. E il cliente, con il cazzo ormai ammosciato, era disarmato e patetico, e si vergognava pure un po’ perché nel suo immaginario di maschio, aveva deluso la partner, anche se era una puttana. Comunque la considerava una figura di merda arrivare dopo mezzo minuto.
Da pochi minuti era arrivato un cliente nuovo. Non aveva fatto nessuna storia sul prezzo, e questo era già tanto. Contadini, fruttivendoli e camionisti le chiedevano sempre lo sconto. Ma questo no. Capelli brizzolati sui quarantacinque anni, al volante di un suv, portava sul parabrezza la croce e, dunque, era un medico. Ana era salita a bordo della ampia vettura. Lui aveva reclinato leggermente il sedile, mettendosi comodo e si era sbottonata la giacca e scostando la cravatta, aveva tirato giù la zip dei pantaloni in lana misto lino. Ana glielo aveva tirato fuori dai boxer e aveva cominciato a spompinare, e siccome questo ce l’aveva abbastanza piccolo e lei aveva la lingua corta, era financo riuscita ad avvolgergli tutta la capocchia. Il dottore, aveva cominciato ad ansimare forte. Emetteva un mugghio misto di lamento e mormorava a voce sempre più forte “dai troia, fammi impazzire, sei una puttana di merda, dai continua così”. Nemmeno  si era accorto nel suo ottuso godimento, che Ana aveva cominciato a lavorare anche di mano, tanto per truffare un po’, e si continuava a guardare le unghie mentre stringeva l’asta con la mano destra. Se la rideva di brutto dentro di lei e dapprima non ci fece caso, quando le unghie a smalto semipermanenti cambiarono da viola chiaro a grigio con macchioline celesti. Continuava a spompinare, e questa volta sì, si rese conto che le dita della mano destra si erano ricoperte di un velo strano, lucente a scaglie sempre di colore grigio chiaro e celeste.
Ma non si fece prendere dal panico, anzi. Era come se, finalmente, si sentisse se stessa. Il movimento della sua lingua attorno al cazzo del medico sembrava adesso che la coinvolgesse con tutto il corpo, che si rotolava e srotolava attorno al membro con fluidità inaspettata. Si guardò attorno e si ritrovò in quella strana scatola di metallo, illuminata, che si apriva come un buco del terreno con quelle porte rivestite di pelle. Ma sì, che le importava adesso. Con la pupilla a losanga guardò verso la baracca. Che inutile messa in scena. Fingersi una donna a sangue caldo che fa la puttana. Era venuto il momento di cambiare pelle. Adesso la verga dell’uomo si era fatta ammosciata ma lei la sentiva ancora bollente. Continuò a serrare quel pezzo di carne fra le sue spire, mentre il dottore urlava a squarciagola il suo terrore con gli occhi sbarrati e le braccia e le gambe paralizzate. Aveva irrigidito i glutei mentre quella serpe di fiume indugiava fra le sue cosce avvolgendosi sulle spire e soffiando infastidita. Ana con la testa a triangolo, si divertiva a saggiare le vibrazioni dell’aria nella scatola di ferro, eiettando e ritirando ritmicamente la lingua bifida. Adesso non ci vedeva più bene come prima quando era travestita da puttana di provincia. La vena dorsale del cazzo dell’uomo pulsava come un cuore aperto offerto ad un dio minore. Serrò ancora di più le spire, il dottore non riusciva a emettere parole di senso compiuto, la paralisi gli era arrivata anche alla lingua, la sua lingua questa volta, che frustava l’aria calda della tarda mattinata tesa come una corda al di fuori della bocca aperta. Ana provò, come quando era arrivato da lei, schifo per quell’uomo ridicolo. Aspettò che l’uomo impazzisse, voleva impazzire, l’aveva detto lui stesso poco prima. Tanto lei non poteva udirlo, riusciva a sentire poco adesso. Poi si sciolse da quello che era diventato il cadavere di un pene, tanto era livido e molliccio, e strisciò fuori della portiera sull’erba già alta verde smeraldo, mentre il sole faceva luccicare come un gioiello il suo corpo di silfide grigio a scaglie celesti, finché scomparve sotto un mucchio di canne secche poco lontano.
© 2017 Stefano di Stasio, testo e foto. Ogni abuso e plagio sarà perseguito in termini di legge

lunedì 13 marzo 2017

PM3. U’ PINNULO / La pillola

© Prospettiva Monka PM e i racconti ivi riportati sono Copyright e ® Stefano di Stasio 2016 e 2017.

Soundtracks consigliate:

Mi chiamo Alfonso Capotosta, ma tutti quanti al mio paese mi conoscono come U’ Kiuov’ perché alla tenera età di 7 anni, per scommessa con un mio compagno delle scuole elementari, mi ingoiai un chiodo da 12 cm. Mi ricordo ancora papà che si cacò sotto e mi accompagnò all’ospedale, per fortuna riuscirono a tirarmelo dallo stomaco con una calamita.
Di mestiere ho fatto l’ambulante, ora sto in pensione. Ci ho settanta anni e non me li porto tanto bene, anche se mia figlia mi dice sempre che sembro un giovanotto. Sì sì. U’ cazz’ u’ giovanott’! Mia moglie si chiama Concetta, è una donna casa e chiesa. E quello è il fatto e pure il problema, per me. Aspettate e fatemi parlare pekké , se no, mi scordo quello che vi voglio dire.
Le scommesse sono sempre state la rovina della mia vita. Vuie mi dicite e per quale motivo? E adesso ve lo conto.
Io stavo in grazia di Dio quando ero giovanotto, poi mia madre si mise nelle orecchie e disse che mi dovevo trovare una mugliera, tenevo ventiquattro anni. E va bene, io pensai, e dove la vado a prendere una mugliera?
La domenica tutte le donne del mio paese andavano a messa. O’ non ce nestava una che mi piaceva, erano tutte cesse sti’ bardasce, queste ragazze in età da marito.
Allora, siccome la messa si dice alla domenica anche negli altri paesi, mi accattai una lambretta, io lavoravo da quando tenevo sedici anni e i soldi ce li avevo, e mi misi a girare per tutte le chiese e le congreghe della mia zona,  e pure più lontano. In una giornata sola mi facevo pure cento chilometri.
 Così conobbi mia moglie, mio padre teneva la terra e, di quello che mangiavamo in casa comprava solo la pasta. Mia moglie c’aveva il padre che teneva il mulino vicino al fiume e la pasta non la pagava perché il pastificio, quando andava a ritirare la farina, gli regalava al padre un bel po’ di pasta, che tante volte nella sua famiglia non sapevano che farsene. Così io pensai: accussì nun accatt’ chiù nient, non comprerò più niente e perciò mi fidanzai con Concetta. E poi me la sposai pure e facemmo quattro figli: Anita, che è quella che mi dice u’ giovanott’, Assunta, Carmelina e Pasqualino, che è il più piccolo di età. Crescettimo i figli poi le mie figlie si cominciarono a sposare e a figliare e io addiventai nonno, che pe’ n’omme è na bella cosa!
Mia moglie si cominciò a fare anziana e certe cose non le voleva fare più. A me mi prodeva ancora, stu strunz’ che tengo in miez’ i’ cosce! Questo stronzo che tengo in mezzo alle gambe. Andavo al bar e mi lamentavo con i miei amici, io sono sempre stato una persona lamentosa assai. Mi lamentavo pure cu Pepp’, kell’ata faccia e’ cazz’. E Peppe, che non ce la faceva più,  e grazie! perché lui si è preso una moglie venti anni meno di lui.
Peppe una volta mi dicette:
 Affo’ neh ma pekké nun ti vai a fa’ na puttana?
Gesù, ci risposi, e sai quante malatie mia ammisca a me?
Ma che cazz’ dici Affo’, chelle usano tutte quante u’ preservativo, so’ finuti i tiempi dei bordelli! Sono finiti i tempi in cui esistevano i bordelli!
 Si’ sicuro, oi Pe’?
Ma stai pazziann’, e chisti tiempi si truovi a una che fa’ senza t’ pav’ quatt birre!  E po’ m facc’ dicer’ a te addo’ sta che c vak pur’io!
Mi feci la scommessa con Peppe. Mi giocai quattro birre e una stecca di sigarette di contrabbando che io ci andavo. Se non ci andavo gliele davo a lui e se io andavo con le puttane me le dava lui a me!
Io tenevo un fratello Pasquale Capatosta, che era tanto un brav’uomo. Pure lui casa, lavoro e chiesa.
 Ue’, ma vuie u’ sapite che la prima volta che andai dalle puttane che si mettono nella campagna vicino al fiume, contemporaneamente, ma che dico, nello stesso momento che io arrivavo con Teresa, una di queste che si faceva chiamare Terri, ma io l’ho sempre chiamata Teresa, e vi dicevo negli stessi ora e minuto, Pasquale avette un infarto e schiattò, così senza dire niente a nessuno, e, diversamente da me che mi lamento sempre, non ebbe il tempo di lamentarsi che era già muort’.
Cos’ a sci’ pazz’, una cosa da dare di matto!
Comunque io, una volta cominciato ad andare con le puttane, ci continuai ad andare per 4-5 anni. Poi mi feci un po’ vecchio e, semp’ stu strunz’ che tengo in miez’ i’ cosce, cominciò a non funzionare più bene. Cioè funzionava, ma siccome mi veniva la voglia quando stavo a casa e Concetta ormai aveva chiuso le porte e non mi faceva fare niente più, per mentre che andavo da casa mia fino al posto dove stava a faticare a 20 euro la botta, ma a me qualche volta mi faceva pure lo sconto a 15 euro, quello si ammosciava e Teresa, che ormai ero entrato in confidenza mi diceva Affo’ tu ti devi prendere qualcosa se no, adesso siamo amici, butti solo i soldi con me perché se non si indurisce non entra. Io non posso farci nulla. Un po’ di pompino te l’ho fatto, un bel po’ di sega pure, che altro posso fare? Teresa era dell’Albania e aveva fatto l’università a Roma, parlava l’italiano meglio di me, pure se nun ci vuole assai, u’ssaccio, questo lo so!
Andai dal medico della cassa mutua che si chiama dottor Porrone ma tutti dicono che si chiamava Porcone e che ha pagato e si è fatto cambiare la “c” con la “erre” nel cognome.
Buonasera, dottor Porrone, io tengo un problema! E lui: accomodatevi, Affonzo, e ditemi tutto sono a vostra disposizione. Gli raccontai il fatto e lui annuiva e pareva che non si meravigliasse, mi sono scordato di dirvi che più o meno, il dottore c’ha la stessa età mia.
Mi fece una prescrizione di una pillola da prendere un’ora prima delle “prestazione sessuale” come dice lui, cioè della sciammerika, come dico io. Però si raccomandò: Affonzo, voi avete quasi settanta anni, ve ne potete prendere una alla settimana, non di più. E così feci. Andai da Teresa, che mi voleva bene e dissi: è arrivato il momento della vendetta! Teresa all’inizio non capiva, poi toccò da sopra al pantalone e fece: e che è successo? Bocca-fica, come dice Teresa, e pure le altre, e così mi feci una sciammerika che non mi ricordavo quanti anni prima me l’ero fatta, una così.
Mi infervorai. Così una settimana andavo da Teresa detta Terri, e quella dopo da una giovane, una dell’est che teneva venti anni, così diceva, che diceva si chiamava Natalia detta Chantal. E all’inizio me ne sono visto bene.
Poi successe una cosa. Mi pigliai u’ pinnulo un’ora prima e andai sul posto dove stava questa giovane. Pioveva. Di solito, pure se all’inizio non si vede, lei lascia la sedia sulla strada per dire che sta con un altro cliente e che torna dopo 15-20 minuti. La sedia però non ci stava. Aspettai lo stesso, perché era domenica e Teresa la domenica si riposa. Dopo 1 ora e mezza che mi ero preso u’ pinnulo, cominciai a sudare freddo e mi veniva da vomitare pure. Maronn’ , madonna, come mi sentii male quel giorno. Tornai a casa e mia moglie mi fece pure una cazziata perché aveva trovato la scatola delle pillole, e lei è casa e chiesa, ma mica è deficiente!
La domenica dopo, mi pigliai un’altra pillola e questa volta la trovai a Chantal. Glielo dissi, tu mi fai murì! M’ero pigliat u’ pinnulo domenica scorsa e nun t si’ fatta trova’. A Chantal pure gli dispiacque, ma sai quella che se ne fotte veramente? È giovane, ma è tanto bellella! Poi mi fa bene i bucchini, cosa che mia moglie, se glielo chiedevo quando aveva la sua età, l’età di Chantal dico, che già eravamo fidanzati io e Concetta, mi sputava in faccia e, perciò, io non glielo ho mai chiesto.
Chantal mi stava pure a sentire dopo la sciammerika,  io sono lamentoso e le dicevo sempre: mio fratello Pasquale è già muort da cinque anni, e io me lo sento, secondo me è l’ultima volta che ci vediamo, sto pe muri’ pur’io!
Chantal si metteva pure  a ridere, ma io me lo sentivo veramente. Però questa cosa che stavo per morire gliela dicevo già pure a Teresa quando andavo da lei, che ci posso fare se poi non morivo, io me lo sentivo così.

© 2016 Prospettiva Monka e tutti i racconti di questa rubrica sono copyright Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale deve essere autorizzata per iscritto dall’autore. Eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.

domenica 26 febbraio 2017

PM2. 67P LA COMETA

Oggi vi presento la seconda storia che ho scritto per la rubrica Prospettiva Monka.
L’Editoriale lo trovate al link:
Come sempre i fatti e i particolari vi appariranno veri e verosimili,  mutuati, come sono, dalla inchiesta sul campo da me condotta sul tema della prostituzione sulla strada, il “meretricio” come diceva uno sceriffo che ho conosciuto. I personaggi, viceversa, sono opera di fantasia.
Ma tant’è, provate a capovolgere per un attimo la prospettiva e a tornare a 2000 anni fa…
Buona lettura!


La rubrica Prospettiva monka è © 2016 Stefano di Stasio

Soundtrack consigliata:


© 2016 Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, dell’articolo che segue deve essere autorizzata per iscritto da Stefano di Stasio. Ogni abuso sarà perseguito in termine di legge di salvaguardia del diritto d’autore.


PM267 P / la COMETA



  1. Un ratto peloso, incurante di ogni aliena presenza, mordicchiava un’arancia, piccolo sole nel buio della spazzatura. Che cazzo di freddo stasera. Si soffiava con l’alito sulle unghie finte, colorate di smalto semipermanente e si massaggiava le cosce, che assieme allo slip e alla parte inferiore del culo, facevano capolino, sotto a una ridotta minigonna orlata di pizzo a maglie larghe, mettendo in maliziosa evidenza la sua merce sopra a due stivali col tacco alto a spillo. Si tirò su le calze nere autoreggenti, che l’ultimo cliente le aveva sfilato alla ricerca di un orgasmo scomodo e improbabile. Imprecò contro un camionista che passava e la stava salutando dalla cabina del suo mezzo con la sirena, quella che quando uno la sente pensa di stare sul molo che arriva il vaporetto, e ti fa sobbalzare.

  1. Gli asciugava la pelle raggrinzita di liquido amniotico e ancora coperta di sangue. Recise con i denti la placenta, come le aveva insegnato sua cugina Elisabetta, e la ripose nella mangiatoia sul fieno ghiacciato. Le bestie nella baracca, emettevano complici muggiti e fremiti, osservando, con i loro occhi grandi e lucidi, quanto si dava da fare Giuseppe per esserle di aiuto e quanto Maria, quasi a dispetto, non se ne curasse. Fuori i pastori gonfiavano con fiato possente le vele delle zampogne accanto ai loro fuochi notturni.

  1. Si era fermato un SUV nero con al volante un grassone con gli occhiali e l’i-phone in mano, che sudaticcio ancora eruttava i fumi del pranzo di Natale. Quanto? Le chiese. E lei: 20 euro bocca/fica, come sempre. Se mi fai fare senza guanto ti do 30. Vaffanculo! Fu la sua risposta. Poi si ricordò che erano tre ore che stava al freddo e non batteva chiodo. Lui se ne accorse e mediò da vero sciacallo dicendo Facciamo con il preservativo ma ti do 15 euro. Mary, di nuovo, pensò al freddo e alla fame. Mugugnò qualcosa a denti stretti e annuì. Sapeva che non doveva abbassare i prezzi. La sua collega romena, la grassona della baracca a fianco con le mani da uomo, già una volta le aveva stretto le dita al collo. Stronza! Non ci rovinare la piazza, aveva detto, io a casa ho tre bambine da mantenere! Eh sì, parlava bene la balena bionda. Lei i prezzi non li abbassava, era vero, ma lei però faceva i bukkini ai vecchi senza preservativo. Diceva che tanto i vecchi chiavano solo con le mogli e non portano malattie. E così tutti i settantenni che prendevano u’ pinnul’, la pillola blu, un’ora prima, andavano da lei. Lei ci raccomandava di non dire niente a nessuno e, a ognuno di loro, diceva che stava facendo uno strappo alla regola delle puttane solo per lui. Così i clienti non parlavano di questo fra loro, la voce non girava e ognuno tornava da lei. I vecchi, si sa, con il preservativo non riescono ad arrivare, non l’hanno mai usato in vita loro. Mary salì in macchina, sul sedile di fianco al grassone, che intanto già aveva cominciato a sudare copiosamente di volìo e eccitazione, e gli indicò di proseguire sul sentiero buio, fino a una siepe lontano dalla provinciale e anche da sguardi troppo indiscreti. Questi, i clienti, ci avevano tutti la moglie a casa e, cazzo, se temevano che qualcuno, passando notasse la loro macchina e andasse a riferire. Kazzo, ne erano terrorizzati e Mary lo sapeva. Se la moglie scopriva le zozzerie del marito se lo sputtanava davanti a tutti i parenti, ma, soprattutto, lei perdeva un cliente.

  1. Il bimbo vagiva più forte. Maria fece per allattarlo, sperava si chetasse, ma era inutile, aveva ancora acqua nei polmoni di neonato e non riusciva a deglutire. Maria, lasciami fare una volta! - le sussurrò Giuseppe. Per una volta gli diede retta. Il padre sollevò le piccole braccia del figlio dell’Uomo e gli battette delicatamente la schiena. Immediatamente i vagiti disperati si tacquero e fu silenzio.

  1. Fammi prima il bukkino, se no non intosto! Mary si accucciolò sul ventre pingue dell’uomo e andò alla ricerca del piccolo cazzo sperduto fra i rotoli di grasso dell’addome. Lo trovò, nascosto come una lumaca che si ripara dal sole attaccata sotto una foglia di lattuga. Smanacciò un poco, almeno quel tanto per riuscire a sostenere il preservativo e riuscire a srotolarcelo sopra. Cominciò a succhiare schifata. Le veniva il vomito, ma non tanto per quel boccone di traverso, quanto per l’odore putrido dell’uomo, che, forse, non riusciva nemmeno a usare il bidè tanto era obeso. Andava di sotto e di sopra, lavorando di grosso e di fino con la lingua e nel frattempo il grassone, con gli occhi chiusi, riempiva l’abitacolo del suo SUV del cazzo di fremiti di piacere dai toni bassi e quasi di lamento, simili ai latrati di un cane.

  1. Giuseppe restituì l’infante chetato alla madre. Per una volta si era sentito utile l’oscuro falegname di Nazareth, lui che per mestiere era utile e necessario e che, invece, per volere di un dio minore della sua tribù, da quando aveva conosciuto quella ragazza gravida di un altro, era stato costretto all’esilio per fuggire il disprezzo e lo scherno di quanti conosceva e stimava. Avrebbe dovuto ripudiare la promessa sposa secondo l’usanza ebraica. Aveva cercato di farlo in segreto. Ma non ne aveva avuto il coraggio, era un brav’uomo, non era abituato a farsi rispettare. Così si era chiesto se davvero questo fosse il disegno di un dio.


  1. Mmm, aah, vengo! Il chiattone era venuto dopo nemmeno un minuto di coito e quando ancora ce l’aveva mezzo moscio. Che buffone! - pensò Mary - voleva fare senza guanto ed è bastato che sentisse l’odore della fica per qualche secondo per arrivare! Stronzo, dammi i miei 15 Euro! Dammi il resto di 100. E dove cazzo lo prendo, sei il primo stasera. Aspettami nella baracca, vado al distributore di benzina e mi faccio cambiare la banconota da 100 euro. Mary imprecò in albanese, la sua lingua natale, mentre il SUV si allontanava veloce. Quando era incazzata veramente, davvero non riusciva a imprecare in italiano. Sapeva che quello stronzo figlio di puttana non sarebbe mai tornato per pagarla. E fu allora che, disperata, alzò gli occhi verso il buio pesto del cielo, per trovare conforto e quasi per chiedere a chi sta in alto, il perché di quello che le capitava, facendo quella vita di merda. Aveva la vista acuta Mary, fin da quando, bambina sui monti di Albania, avvistava l’aquila, mentre badava al pascolo dei tacchini fra i boschi. Ma stasera c’era una cosa strana a destra della costellazione del piccolo carro. Sembrava una piccola striscia d’argento. Aguzzò lo sguardo, e fu allora che comprese l’oggetto che stava osservando. Cazzo era una cometa. Brillava fulgida sulla volta celeste ed era il giorno di Natale di duemila anni fa.

martedì 7 febbraio 2017

Editoriale dei 22000 accessi

Cari lettori di PeF, ebbene sì: sento il peso della responsabilità, ora che il blog, ma io direi il giornalaccio, alla toscana, da me diretto, ha raggiunto i 22000 accessi. Vi do alcune delle percentuali di provenienza:


Italia
12277    56% 
Stati Uniti
2917      13%
Russia
1467        7%
Germania
1334        6%
Francia
757          3%
Polonia
455          2%



Questo nella storia di sempre, cioè dalla fondazione del giornalaccio a Maggio 2010. C'è da dire che, negli ultimi mesi, il numero di utenze da Stati Uniti, Germania e Russia, ciascuno preso singolarmente, ha superato, e talvolta di molto, i collegamenti da Italia. Chi vivrà vedrà. Per ora grazie a tutti, Italiani, Tedeschi, Russi, Americani ecc. ecc.


Vi annuncio due novità di PeF: 

la primaSta per partire una rubrica di recensione di libri, si chiamerà Book Target © 2017 di Parole e Fotografie.

la secondaA breve, saranno pubblicate storie del tutto inedite, a continuazione della rubrica Prospettiva Monka di cui potete leggere l'editoriale e la prima storia ai link:

Sono storie minime, ma sono storie vere. Ogni dettaglio non è frutto di immaginazione ma di una massacrante, anche per il portafoglio, inchiesta sul campo svolta dal sottoscritto, durata 10 mesi, sul tema della prostituzione ambulante, cioè sulle prostitute che esercitano ai bordi delle nostre strade. 
Un consiglio spassionato: non ve le perdete queste storie di Prospettiva Monka! © 2016 di Parole e Fotografie.
Queste cose, su o da altre fonti, non le leggerete MAI! Scommetto quello che volete. Grazie!

Stefano di Stasio