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domenica 26 febbraio 2017

PM2. 67P LA COMETA

Oggi vi presento la seconda storia che ho scritto per la rubrica Prospettiva Monka.
L’Editoriale lo trovate al link:
La rubrica Prospettiva monka è © 2016 Stefano di Stasio

Soundtrack consigliata:

© 2016 Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, dell’articolo che segue deve essere autorizzata per iscritto da Stefano di Stasio. Ogni abuso sarà perseguito in termine di legge di salvaguardia del diritto d’autore.


PM267 P / la COMETA



NOTA dell'AUTORE
Questo racconto è ispirato liberamente a fatti reali a me confidati da ELVIRA/Cristina S., una prostituta Moldava esercitante da tre anni in Italia, che parla correntemente 5 lingue. Tuttavia i nomi e le vicende narrate sono frutto di fantasia e ogni collegamento diretto a persone realmente esistenti è puramente casuale. Ringrazio Cristina S. per la sua disponibilità alla correzione delle bozze del racconto stesso, incluso nella raccolta PICCOLE STORIE di VITA BASTARDA Ed. ALDENIA (FI), in tutte le librerie dal 28 Settembre 2017.


  1. Un ratto peloso, incurante di ogni aliena presenza, mordicchiava un’arancia, piccolo sole nel buio della spazzatura. Che cazzo di freddo stasera. Si soffiava con l’alito sulle unghie finte, colorate di smalto semipermanente e si massaggiava le cosce, che assieme allo slip e alla parte inferiore del culo, facevano capolino, sotto a una ridotta minigonna orlata di pizzo a maglie larghe, mettendo in maliziosa evidenza la sua merce sopra a due stivali col tacco alto a spillo. Si tirò su le calze nere autoreggenti, che l’ultimo cliente le aveva sfilato alla ricerca di un orgasmo scomodo e improbabile. Imprecò contro un camionista che passava e la stava salutando dalla cabina del suo mezzo con la sirena, quella che quando uno la sente pensa di stare sul molo che arriva il vaporetto, e ti fa sobbalzare.

  1. Gli asciugava la pelle raggrinzita di liquido amniotico e ancora coperta di sangue. Recise con i denti la placenta, come le aveva insegnato sua cugina Elisabetta, e la ripose nella mangiatoia sul fieno ghiacciato. Le bestie nella baracca, emettevano complici muggiti e fremiti, osservando, con i loro occhi grandi e lucidi, quanto si dava da fare Giuseppe per esserle di aiuto e quanto Maria, quasi a dispetto, non se ne curasse. Fuori i pastori gonfiavano con fiato possente le vele delle zampogne accanto ai loro fuochi notturni.

  1. Si era fermato un SUV nero con al volante un grassone con gli occhiali e l’i-phone in mano, che sudaticcio ancora eruttava i fumi del pranzo di Natale. Quanto? Le chiese. E lei: 20 euro bocca/fica, come sempre. Se mi fai fare senza guanto ti do 30. Vaffanculo! Fu la sua risposta. Poi si ricordò che erano tre ore che stava al freddo e non batteva chiodo. Lui se ne accorse e mediò da vero sciacallo dicendo Facciamo con il preservativo ma ti do 15 euro. Mary, di nuovo, pensò al freddo e alla fame. Mugugnò qualcosa a denti stretti e annuì. Sapeva che non doveva abbassare i prezzi. La sua collega romena, la grassona della baracca a fianco con le mani da uomo, già una volta le aveva stretto le dita al collo. Stronza! Non ci rovinare la piazza, aveva detto, io a casa ho tre bambine da mantenere! Eh sì, parlava bene la balena bionda. Lei i prezzi non li abbassava, era vero, ma lei però faceva i bukkini ai vecchi senza preservativo. Diceva che tanto i vecchi chiavano solo con le mogli e non portano malattie. E così tutti i settantenni che prendevano u’ pinnul’, la pillola blu, un’ora prima, andavano da lei. Lei ci raccomandava di non dire niente a nessuno e, a ognuno di loro, diceva che stava facendo uno strappo alla regola delle puttane solo per lui. Così i clienti non parlavano di questo fra loro, la voce non girava e ognuno tornava da lei. I vecchi, si sa, con il preservativo non riescono ad arrivare, non l’hanno mai usato in vita loro. Mary salì in macchina, sul sedile di fianco al grassone, che intanto già aveva cominciato a sudare copiosamente di volìo e eccitazione, e gli indicò di proseguire sul sentiero buio, fino a una siepe lontano dalla provinciale e anche da sguardi troppo indiscreti. Questi, i clienti, ci avevano tutti la moglie a casa e, cazzo, se temevano che qualcuno, passando notasse la loro macchina e andasse a riferire. Kazzo, ne erano terrorizzati e Mary lo sapeva. Se la moglie scopriva le zozzerie del marito se lo sputtanava davanti a tutti i parenti, ma, soprattutto, lei perdeva un cliente.

  1. Il bimbo vagiva più forte. Maria fece per allattarlo, sperava si chetasse, ma era inutile, aveva ancora acqua nei polmoni di neonato e non riusciva a deglutire. Maria, lasciami fare una volta! - le sussurrò Giuseppe. Per una volta gli diede retta. Il padre sollevò le piccole braccia del figlio dell’Uomo e gli battette delicatamente la schiena. Immediatamente i vagiti disperati si tacquero e fu silenzio.

  1. Fammi prima il bukkino, se no non intosto! Mary si accucciolò sul ventre pingue dell’uomo e andò alla ricerca del piccolo cazzo sperduto fra i rotoli di grasso dell’addome. Lo trovò, nascosto come una lumaca che si ripara dal sole attaccata sotto una foglia di lattuga. Smanacciò un poco, almeno quel tanto per riuscire a sostenere il preservativo e riuscire a srotolarcelo sopra. Cominciò a succhiare schifata. Le veniva il vomito, ma non tanto per quel boccone di traverso, quanto per l’odore putrido dell’uomo, che, forse, non riusciva nemmeno a usare il bidè tanto era obeso. Andava di sotto e di sopra, lavorando di grosso e di fino con la lingua e nel frattempo il grassone, con gli occhi chiusi, riempiva l’abitacolo del suo SUV del cazzo di fremiti di piacere dai toni bassi e quasi di lamento, simili ai latrati di un cane.

  1. Giuseppe restituì l’infante chetato alla madre. Per una volta si era sentito utile l’oscuro falegname di Nazareth, lui che per mestiere era utile e necessario e che, invece, per volere di un dio minore della sua tribù, da quando aveva conosciuto quella ragazza gravida di un altro, era stato costretto all’esilio per fuggire il disprezzo e lo scherno di quanti conosceva e stimava. Avrebbe dovuto ripudiare la promessa sposa secondo l’usanza ebraica. Aveva cercato di farlo in segreto. Ma non ne aveva avuto il coraggio, era un brav’uomo, non era abituato a farsi rispettare. Così si era chiesto se davvero questo fosse il disegno di un dio.


  1. Mmm, aah, vengo! Il chiattone era venuto dopo nemmeno un minuto di coito e quando ancora ce l’aveva mezzo moscio. Che buffone! - pensò Mary - voleva fare senza guanto ed è bastato che sentisse l’odore della fica per qualche secondo per arrivare! Stronzo, dammi i miei 15 Euro! Dammi il resto di 100. E dove cazzo lo prendo, sei il primo stasera. Aspettami nella baracca, vado al distributore di benzina e mi faccio cambiare la banconota da 100 euro. Mary imprecò in albanese, la sua lingua natale, mentre il SUV si allontanava veloce. Quando era incazzata veramente, davvero non riusciva a imprecare in italiano. Sapeva che quello stronzo figlio di puttana non sarebbe mai tornato per pagarla. E fu allora che, disperata, alzò gli occhi verso il buio pesto del cielo, per trovare conforto e quasi per chiedere a chi sta in alto, il perché di quello che le capitava, facendo quella vita di merda. Aveva la vista acuta Mary, fin da quando, bambina sui monti di Albania, avvistava l’aquila, mentre badava al pascolo dei tacchini fra i boschi. Ma stasera c’era una cosa strana a destra della costellazione del piccolo carro. Sembrava una piccola striscia d’argento. Aguzzò lo sguardo, e fu allora che comprese l’oggetto che stava osservando. Cazzo era una cometa. Brillava fulgida sulla volta celeste ed era il giorno di Natale di duemila anni fa.

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