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lunedì 3 febbraio 2014

SURTOUT LA CUISINE: Reinventare la tradizione delle ricette classiche

“SURTOUT LA CUISINE”, in Italiano “Soprattutto la Cucina” è una nuova rubrica di Parole e Fotografie che nasce per questa forma di arte silenziosa con volío giocoso e senza pretese di exploit, ma con l’intenzione precisa di regalare ai lettori uno strumento facile e di costi contenuti. È una rubrica per coloro che pensano alla cucina come espressione di “amore materiale” per le persone che si amano, oltre che come cultura del quotidiano. Il titolo è in parte in Francese perché da sempre la tradizione d’oltralpe fa scuola in questo settore e, tuttavia, vedremo che il carattere di questa “ottava arte” è da sempre inter-etnico. Esempi sono La Nouvelle Cuisine, la cucina Siciliana e le cucine dei paesi del Maghreb, che nascono come arricchimento, contaminazione e presentazione dei piatti (il dressage) la cui ricetta originale proviene dall’estremo oriente, dalla cultura di dominazione Saracena e dagli scambi con in sub-Sahara per mezzo delle carovaniere che commerciavano il sale passando per Timbuctu.
Ci piace, a riguardo, immaginare la storia di un ragazzo di famiglia modesta e non corrotta, francese, siciliano o del Marocco che ha studiato fra mille difficoltà ed è riuscito a laurearsi grazie alle cure dei propri genitori. Che non trova uno straccio di lavoro nel suo paese e che parte per essere assunto oltre frontiera come  garzone di cucina di uno Chef severissimo. E che lo Chef ne capisce le frustrazioni e le doti, che gli insegna ciò che non ha mai pensato di rivelare ad alcuno, le ricette degli Eloin. Ma questa è una leggenda. Ve la racconto un’altra volta…


Le ricette che presenteremo sono state tutte verificate e realizzate in diverse varianti. Potete scrivere al redattore all’indirizzo stefano.distasio1600@gmail.com.

© SURTOUT LA CUISINE: Reinventare la Tradizione delle ricette classiche è un progetto di Stefano di Stasio



Surtout la Cuisine n° 1 / LE PAROLE...

LA PASTA BRISÉE

Il primo numero di “SURTOUT LA CUISINE” è dedicato alla pasta brisé (brisée in francese). Si tratta di un impasto che viene usato da sempre nella preparazione delle quiche o tarte, in francese, ovvero di torte salate o dolci in italiano, dove, però, i due termini non trovano la giusta distinzione.

Per la preparazione della pasta brisé occorrono 200 g di farina, 70 ml di acqua molto fredda, 90 g di burro e, nella versione francese, un uovo. La farina va mescolata con il burro tagliato a tocchetti sottili, e un pizzico di sale e di pepe. Si miscela a secco per formare una sable, una sabbia in italiano. Poi si aggiunge a poco a poco l’acqua si lavora e si aggiunge, se si vuole il rosso dell’uovo battuto, serbando da parte il bianco e lavorando velocemente. Quando la pasta non attacca alle mani si avvolge nella pellicola trasparente e si ripone in frigorifero per un’ora a compattarsi. Dopo si imburra e infarina uno stampo da quiche in ceramica del diametro di 28 cm circa. Si stende la pasta con un margine tale da arrivare al bordo superiore dello stampo in ceramica, agganciando i bordi alla parte posteriore dell’orlo. Attenzione a non frantumare la pasta nello stenderla, né a renderla troppo sottile. Con una forchetta si punzecchia il fondo della sfoglia. Si usa poi un foglio di carta da forno che si stende sulla pasta nello stampo in ceramica ricoprendolo di fagioli o ceci secchi per assicurarne la tenuta. Si inforna a 180°C per 20 min. Questo tipo di cottura viene detto di cottura cieca e serve a impedire che la pasta di sollevi o formi delle bolle durante la cottura. Dopo 20 min si rimuove la carta da forno e i fagioli o i ceci che si possono conservare per altre preparazioni di pasta brisè, e si spalma sul fondo il bianco dell’uovo. Di nuovo in forno per 10 min. Si toglie dal forno  e si decide quale delle due ricette seguenti si desidera preparare (è molto meglio deciderlo prima, comunque).



QUICHE ai PEPERONI ROSSI e FORMAGGIO di CAPRA

Per questa ricetta è necessario aver grigliato nel forno 4 peperoni rossi e callosi (1.5 kg circa) per 1 ora. Dopo che sono abbrustoliti, si inseriscono in una busta di plastica, si chiude bene e si lascia raffreddare. Questo procedimento ha l’effetto di facilitare il distacco della pelle dei peperoni dalla polpa. Dopo aver pelato i peperoni ed eliminato i semi si tagliano in filetti e si asciugano con la carta assorbente (di solito contengono ancora molta acqua). Riservare un filetto per la decorazione e mixare il resto dei peperoni, con un cucchiaio di aceto balsamico, uno spicchio d’aglio e la scorza di un limone grattata finemente. Salare  e pepare. Miscelare la crema di peperoni con un formaggio fresco, preferibilmente al latte di capra, uno yogurt bianco naturale intero di 125 ml e due uova battute. Aggiungere noce moscata grattata e coriandolo finemente tritato. Salare e pepare.
Versare nell'incavo di pasta brisè estratta dal forno come prima indicato. Guarnire la superficie con i filetti di peperone riservati. Infornare per un’ora. Servire caldo con un'insalata di indivia belga, parmigiano e aceto balsamico.
Abbinamento: un vino rosso (per esempio un Aglianico DOC del Taburno Arces-Torre dei Chiusi o Aglianico DOC Sannio-Aia dei Colombi).


TARTE AL LIMONE e LIME

Per  questa ricetta occorrono 250 g di ricotta, ) meglio se di bufala, 250 g di formaggio molle (tipo Philadelfia, 4 uova, 125 g di panna da cucina, 100 g di zucchero di canna, un cucchiaio raso di Maizena (amido di mais), due limoni appena colti, un lime del Brasile (al supermercato), mezzo baccello di vaniglia, semi di papavero.
Grattare finemente la scorza dei limoni, quindi premere il lime e battere a freddo il succo con il cucchiaio di Maizena fin quando l’amido di mais si solubilizza completamente.
Rompere le uova e separare i bianchi dai rossi. Battere i rossi in una ciotola con lo zucchero, poi aggiungere la ricotta, il formaggio molle, la scorza grattata dei limoni, il succo di lime unito alla Maizena, un pizzico di sale, la panna e i semi del mezzo baccello di vaniglia. Se necessario utilizzare il battitore elettrico fino ad ottenere una crema liscia.
Riprendere la pasta brisé come già preparata in forno nella prima sezione di questo numero. Montare a neve ferma i 4 bianchi d’uovo prima riservati. Mescolare con una spatola di legno o silicone i bianchi a neve con l’impasto di formaggio e ricotta prima preparato. Versare questa miscela nella pasta brisé e decorare la superficie con i semi di papavero.
Infornare per 45 min finché la superficie non sarà rassodata (basta toccare con un cucchiaino). Servire a temperatura ambiente con una confettura fresca di mandarini e litchi.
Abbinamento: un vino bianco (come la Falanghina di Roccamonfina Vendemmia Tardiva-Telaro) o un vino liquoroso (per esempio Anghelu Ruju-Sella & Mosca).

© Articolo realizzato da Stefano di Stasio e pubblicato su Parole e Fotografie il  3 Febbraio 2014. Tutti i diritti sono riservati.



giovedì 23 gennaio 2014

Intervista a Paolo Pajer, autore di "IL PUNTO ESTREMO"

a cura di Stefano di Stasio






Dalla quarta di copertina:

Tre vite legate fra loro da un corso circolare del tempo. Un libro, scolpito pazientemente con una prosa quasi zen, che racconta della vita e della morte con l'ironia e la curiosità  che ci permettono, giorno dopo giorno, di spingere lo sguardo dietro l'angolo.


Buongiorno Paolo. Comincerei dal titolo: Il Punto Estremo. È un libro interessante perché come si legge dalla quarta di copertina si tratta di un esperimento linguistico oltre che letterario. Lo si potrebbe vedere come una partitura  a tre voci, oppure un monologo a tre voci, oppure una sola voce con tre toni o timbri diversi, Zero, Claudio e Adele. In realtà la percezione è quella di un unico umano dolore.  Perché la scelta del titolo?

Buongiorno a te, Stefano. Il punto estremo rappresenta concettualmente il punto esperienziale più lontano che nella vita possiamo raggiungere, che potrebbe anche coincidere con l’ultimo. Per chi ci crede in questo caso coinciderebbe anche con il primo di un altro tipo di esperienza metafisica e spirituale.
Il punto estremo è anche, simbolicamente, il punto più alto da scalare in una montagna, il punto più lontano dalle cose e dalle persone. Ma è anche il punto più profondo in una disperazione, la soglia ultima del dolore, il confine fra aiuto ed oltraggio, fra pudore e diritto di non esistere.
Attraverso l’esperienza di Adele e Claudio ho cercato di presentare anche questo tipo di punto estremo.
Zero, invece, trova il punto estremo nella sua breve, immatura ed acerba conoscenza del mondo che ha appena sfiorato nei suoi brevi istanti.


Colpisce il lettore la lucidità con cui è stata concepita l’architettura della meta-narrazione. I tre personaggi Zero, Claudio e Adele appaiono e scompaiono ognuno con un tempo proprio di scansione di vita: istanti, ore, giorni. Anche la punteggiatura e le pause sono estremamente “volute e precisate”, come per esempio i punti scanditi come rintocchi di orologio nelle cinque righe finali. Come è nata l’idea di questa “grammatica”?

La storia del libro è particolare. Inizialmente volevo esplorare l’evento-morte, la perdita. Mi affascina perchè non riesco a comprenderne bene la portata assoluta e al tempo stesso sono curioso di scoprirlo. Inoltre è uno dei grandi tabù della società moderna, che si spinge tecnologicamente in prospettive velocissime ed inimmaginabili. La morte è la sconfitta della scienza, ma a volte è solo il trionfo della vita.
Avevo pensato di avvicinare il tema da tre angolazioni distinte ma convergenti: dall’inizio della vita, a metà e alla fine.
Ecco allora la scelta di tre protagonisti: un feto, una donna e un vecchio.
Ho scelto il feto soprattutto perchè rappresenta al meglio il momento assoluto dell’inizio. È un po’ il punto estremo dell’inizio.
Durante la scrittura mi sono accorto che, trattandosi di esperienze soggettive, e nel caso di Zero di un’esperienza totalmente immaginaria, avrei potuto mescolare aspetti quotidiani con elementi temporali diversi, attraverso legami di vario tipo e intervallando il ritmo della narrazione, creando un effetto-palcoscenico che chi lo legge visualizza facilmente.
C’è una specie di ritmica che dirige i tempi in quelle pagine. Come in ogni melodia anche le pause possono essere parte della ritmica. Il gioco dei puntini è, anche graficamente, l’avvicinarsi della conclusione, uno scandire il conto alla rovescia che può essere il battito del cuore, il respiro, la fine del tempo. È venuto un po’ per caso ma risiede nella cura con cui ho cercato di lavorare specialmente ai dettagli di questo piccolo libro.
Ho cercato di usare un numero molto basso di pagine, asciugando quasi all’estremo (ecco un altro punto estremo) la narrazione ed avvicinandomi a volte alla poesia, anche per cercare un effetto contrario alla saturazione che fanno i libri molto lunghi.
Chiedo al lettore di evocare le proprie emozioni per arricchire ciò che legge.
È un senso di perdita anche avere conosciuto solo pochi tratti di Zero, Claudio e Adele.


La foto di copertina e la dedica. Qual è la relazione fra l’altipiano di El Alto con sullo sfondo la Cordillera Real e “a chi resta, a chi resiste, a chi se ne va” ?

La foto è stata scattata in Bolivia a gennaio 2008, in uno dei luoghi più straordinari che abbia mai visto, a suo modo un luogo estremo.
La dedica rappresenta un pensiero a tutti coloro che vivono, suddividendoci in coloro che scelgono di restare, cioè di vivere, in chi cerca di resistere, o chi se ne va, anche per propria decisione.
In questo libro parlo di morte, ma anche di scelte.
La morte può essere una scelta, che alcune persone possono vivere come liberatoria.
In altri casi invece ci si prova, a vivere, affrontando le giornate una per volta. Ecco perché a chi resiste.
Ho cercato di esplorare il dramma interiore di Adele e di Claudio, drammi che credo ogni uomo prima o poi potrebbe sperimentare durante la vita.


L’incipit del lavoro si può pensare coincidere con l’istante 1 di Zero. Personalmente, lo ritengo più una poesia su “l’istante della creazione di un’anima” che una narrazione in prosa. Però citerei la parte finale: “…Non ho sensi per raccogliere qualcosa: sono un filo appena visibile appeso nel buio./ E mi sono appeso nel buio sbagliato. / Che culo”. A parte la forte empatia che nasce spontanea per tanta franchezza, la domanda è: come si combinano casualità, esistenza e volontà?

Non lo so, forse in maniera molto semplice. L’idea di Zero è nata dalla ricerca dell’inizio della vita, altrettanto affascinante e misteriosa come la fine.
Zero, effettivamente, ha dei tratti che non sono propri di un bambino: ha una maturità di pensiero e di emozioni che lo collocano in una fascia di età evidentemente più elevata, ma che forse consente al lettore maggiore empatia.
L’ho “condannato”, collocandolo in un buio sbagliato, cioè in una gravidanza extrauterina che va tolta chirurgicamente e in fretta per evitare la morte della madre.
Al tempo stesso gli ho dato una capacità di pensiero (che lui paradossalmente sa di non poter avere) come regalo estremo per lasciare una traccia flebile nel suo piccolo percorso.


Claudio dice “Quando vali poco sei un peso, non ti importa se la gente ti ride dietro”, ora 1. E ancora, ora 4: “Dovremmo stabilire, ognuno per sé, quale sia il limite fra la vita e l’oltraggio…”. E la condivisione dov’è finita? Dove ce la siamo persa? E la “compassione” per dirla come Ghandi? E la “misericordia” di cristiani e mussulmani?

Ho cercato di esplorare il concetto di compassione visto dal punto di vista del destinatario.
Nessuno di noi si immaginerebbe che l’età avanzata, desiderata perché sinonimo di lunga vita, possa essere invece un epilogo triste, immobilizzati in un letto o su una sedia a rotelle. Mi sono chiesto se chi vive questa condizione, ed ha ancora una relativa lucidità mentale possa rivedere i propri schemi valoriali, le proprie priorità.
Io non so se vorrei restare aggrappato a tutti i costi ad una vita che mi releghi ad essere totalmente passivo. Ma lo penso qui ed ora. Non so cosa penserei se ci fossi veramente in una situazione del genere.
È un pensiero ed un confine che variano nel tempo e da persona a persona, da cultura a cultura.
Allo stesso tempo credo che nessuno possa però imporre la vita ad ogni costo, atteggiamento che alla fine forse ha prodotto il tabù della morte che stiamo vivendo oggi.
È perdita solo la morte o anche una vita che una persona non considera tale?
Io non ho risposte, ho cercato solo di esplorare le domande.


Zero, istante 4. Il pianto della madre, di nuovo una delicata e tenera poesia. Secondo te, solo prima di nascere l’uomo è poeta sul serio?

Se intendiamo per poesia la trasparente ed armonica manifestazione delle proprie emozioni no.
Ma, forse, è solo prima di nascere che l’uomo è incontaminato, quando ha una relazione esclusiva e totale con il luogo (la persona) dove ha avuto inizio. Prima di nascere l’uomo non è contaminato dal mondo. In questo ambito si cela uno dei misteri che l’uomo, inteso come maschio, non potrà capire mai. Io pertanto ho solo provato a immaginare un legame emotivo ed empatico fra madre e figlio che conosciamo in termini biologici, ma che probabilmente esiste anche su altri piani.


Adele si interroga: “Cos’è il tempo per una montagna ?”. Per te Paolo Pajer che cos’è il tempo? E che rapporto hai con le montagne?

Il tempo è una variabile strana: è una certezza, è assoluto, è a prescindere. È l’uomo, come sempre, che lo interpreta, pertanto abbiamo un tempo veloce, un tempo tiranno, un tempo buono e uno cattivo. Un tempo lento. Personalmente credo che il tempo sia un alleato molto forte per i momenti negativi: non può che lavorare a favore.
Il mio rapporto con la montagna è molto profondo. Ho alcune montagne che rappresentano per me il ritorno alle origini, e l’ambiente della montagna, i suoi silenzi che non sono mai silenzi assoluti ma rumori di sottofondo, è la rassicurazione di fronte alle pochezze umane.
La montagna per me è la dimensione della solitudine più proficua, più condivisa.
Adele compie una scelta molto forte, estrema, e sceglie la montagna come ambito dove compierla. La montagna è simbolicamente la mano estrema ed accogliente che la proteggerà, il grembo dove potrà tornare. 


L’introspezione: con le parole di Claudio, ci si chiede come facciano talune persone a vivere una vita intera basandosi su ciò che non vogliono vedere, una vita parallela. Ti chiederei: quanto del coraggio di voler vedere può aiutarci a vivere senza dolore?

La scelta, o la condizione, di vivere vite parallele dove non consideriamo le cose che ci fanno male è proprio una strategia per soffrire meno. A volte il compromesso ha tenuto assieme famiglie per anni, ha permesso di sopravvivere alla solitudine.
Il coraggio di vedere è il coraggio di sapere e di affrontare la sofferenza. Non credo che il coraggio di voler vedere possa far diminuire l’effetto del vedere, forse lo depotenzia.
A volte ci sorprende come le persone siano in grado di vivere due vite parallele, una esteriore e una interiore, e come questo parallelismo riesca a stare in piedi per tanto tempo.
Ma forse è solo una nostra interpretazione, o un limite.


Una domanda a bruciapelo: che cosa dà gioia a Paolo Pajer?

Mi dà gioia sentirmi utile, riconoscermi in un luogo o in persone.
Regalarmi un giorno in montagna, una passeggiata con mia moglie, ma anche lo sguardo di mia figlia quando la sveglio la mattina, la buona impressione che lascia mio figlio sulle persone.
Da un certo punto di vista scrivere mi dà molta gioia, ed è un’attività simile al camminare in montagna.


L’ultima domanda è convenzionale. Me ne scuso ma noblesse oblige: qual è il tuo prossimo “esperimento narrativo”? Vista la riuscita eccezionale del primo, si dovrebbe proseguire. O no?

Nella domanda c’è una considerazione estremamente lusinghiera, della quale ti ringrazio di cuore.
In questo periodo sto scrivendo dei racconti. Trovo che il racconto sia una forma narrativa molto interessante e affine a Il punto estremo, perché permette di tratteggiare in poche righe persone e situazioni, lasciando al lettore il suo spazio vitale.
Non so se riuscirò mai più a fare una cosa complessivamente originale come Il punto estremo, di certo è stato un momento necessario, fortunatamente fatto e che ora, con mia grande soddisfazione, posso annoverare fra le cose buone che sono riuscito a fare.

Grazie e a presto, Stefano.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: IL PUNTO ESTREMO
Autore: Paolo Pajer
Editore: Erga
Data di Pubblicazione: Ottobre 2012
ISBN-13: 9788881637355
Pagine: 48 Formato - Prezzo: Brossura, 6,00 Euro


© Intervista realizzata da Stefano di Stasio il 16 e 22 gennaio 2014. Pubblicata su Parole e Fotografie il 24 Gennaio 2014






sabato 11 gennaio 2014

MOVIE CAMERA: le proposte di visione 2013-2014

Infine, le proposte. Per i migliori auspici dell’anno appena iniziato, MOVIE CAMERA vi propone una rassegna essenziale dei film più interessanti di cui si è avuta notizia in questa stagione 2013-2014, eccezionale per qualità e varietà di tematiche. Un appunto sulle opere che, a parere della redazione della rubrica, possono dare un segno dei tempi oltre che  particolare piacevolezza di visione. 
Qui di seguito trovate dieci suggerimenti di visione per altrettanti film, con una motivazione volutamente sintetica e anche un po' nebulosa, per non incrinare e anzi sollecitare la fiera curiosità dello spettatore alla scoperta di una traccia cinematografica. 
Sono riportati anche alcuni dati tecnici dei film che aiutano a inquadrarne la genesi.
Come sempre la lista non pretende di essere esaustiva e perciò chiunque volesse segnalare un film che reputa meritevole di nota può scrivere al redattore all’indirizzo qui sotto.

stefano.distasio1600@gmail.com

© MOVIE CAMERA è un progetto di Stefano di Stasio


Titolo del film: GIOVANE E BELLA
Titolo originale: Jeune et jolie

Regia: François Ozon


Perché è suggerito da Movie Camera
Un tema e una modalità di narrazione cari ai nostri cugini d’oltralpe, la prostituzione di una giovane donna la cui vicenda è scandita dal ritmo delle quattro stagioni. Una diciassettenne rifiutata dal padre che vive il dramma dell’adolescenza spinta dal bisogno di accumulare ricchezze materiali. Senza giudizi, un ritratto realistico di una ragazza che decide di voler gestire in modalità di mercimonio il proprio capitale di avvenenza.

Interpreti: Marine Vacth, Charlotte Rampling, Frédéric Pierrot, Géraldine Pailhas, Nathalie Richard, Johan Leysen
Genere: Drammatico
Paese, Uscita: Francia, 07/11/2013
Durata: 95 Min



Titolo del film: SORROW AND JOY
Titolo originale: Sorg Og Glæde

Regia: Nils Malmros



Perché è suggerito da Movie Camera
Un dramma familiare che tocca ogni anno, in Italia e nel mondo, migliaia di donne in gravidanza. Vissuto in prima persona dal regista che ha trovato, insieme alla compagna, la forza e il coraggio di raccontarlo.

Interpreti: Jakob Cedergren, Helle Fagralid, Nicolas Bro, Ida Dwinger
Genere: Drammatico
Paese, Uscita: Danimarca, 2013
Durata: 107 min



Titolo del film: IL VENDITORE DI MEDICINE
Regia: Antonio Morabito


Perché è suggerito da Movie Camera
Un cast di eccezione per una fiction sulla realtà dell’informazione scientifica del farmaco e sulla vergogna della pratica del comparaggio.

Interpreti: Claudio Santamaria, Isabella Ferrari, Marco Travaglio, Evita Ciri, Roberto De Francesco, Ignazio Oliva, Giorgio Gobbi, Vincenzo Tanassi, Leonardo Nigro, Ippolito Chiarello, Alessia Barela, Paolo De Vita, Pierpaolo Lovino, Beniamino Marcone, Roberto Silvestri

Genere: Documentario
Paese, Uscita: Italia, 2013
Durata: nd


Titolo del film: I CORPI ESTRANEI
Regia: Mirko Locatelli


Perché è suggerito da Movie Camera
La storia di un padre che vive da solo la disperazione e l’angoscia accompagnando lungo il percorso operatorio il suo bambino di un anno. Il rapporto ostile e violento con un giovane tunisino. Una parabola dell’integrazione fra le diverse nazionalità e provenienze geografiche. Interpretazione di ruolo pur et dur da parte di Filippo Timi nei panni di un personaggio cucito su misura per le caratteristiche uniche di questo grande attore.

Interpreti: Filippo Timi, Jaouher Brahim, Tijey De Glaudi, Gabriel De Glaudi, Dragos Toma
Genere: Drammatico
Paese, Uscita: Italia, 2013
Durata: 98 min.


Titolo del film: IL TERZO TEMPO
Regia: Enrico Maria Artale


Perché è suggerito da Movie Camera
La storia di un adolescente turbolento che trova nel “terzo tempo” di un grande sport, il rugby, cioè nella fase post-partita del riconoscimento cavalleresco del valore reciproco fra le due squadre che si sono affrontate sul campo di gioco, i pilastri imprinscindibili della vita di relazione, il rispetto reciproco e il senso di fratellanza.

Interpreti: Stefania Rocca, Stefano Cassetti, Lorenzo Richelmy, Edoardo Pesce, Margherita Laterza
GENERE: Drammatico
Paese, Uscita: Italia 2013
Durata: 94 min.


Titolo del film: DAL PROFONDO
Regia: Valentina Pedicini


Perché è suggerito da Movie Camera
Un film documentario su un universo senza luce negli abissi marini. Una epopea al femminile di discesa nell’Ade. Tratto da una storia vera. Suggerito con entusiasmo.

Interpreti: nd
Genere / Premi: Documentario / Premio miglior documentario al Festival di Roma 2013
Paese, Uscita: Italia, 2013
Durata: 72 min


Titolo del film: STILL-LIFE
Regia: Uberto Pasolini

Perché è suggerito da Movie Camera
Homo pietatis delle persone morte  in solitudine. Un impiegato comunale con un’occupazione insolita: dare memoria a coloro che non hanno nessuno che li possa piangere dopo il trapasso. Su questo frame denso di liturgie e funerali si innesta una storia che ci richiama alla memoria “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello oppure qualche bizzarra vicenda di cronaca accaduta negli ultimi anni.

Interpreti: Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre
Genere: Drammatico
Paese, Uscita: Gran Bretagna, Italia 2013
Durata: 87 min


Titolo del film: THE LUNCHBOX
Regia: Ritesh Batra

Perché è suggerito da Movie Camera
La lunchbox, ovvero la scatola in cui in India, per esigenze di tutela della propria purezza di casta, gli impiegati portano con sé al lavoro il pranzo cucinato a casa, diventa il veicolo di una vicenda esotica che veicola i colori e la freschezza della nazione, “Il gigante mite”, venuta alla ribalta di recente per lo sviluppo economico e le storie di incredibili violenze sulle donne.

Interpreti: Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui, Denzil Smith, Bharati Achrekar, Nakul Vaid, Yashvi Nagar, Lillete Dibey

Genere / Premi: Dramma, Sentimentale / Premio del Pubblico a Cannes 2013
Paese, Uscita: Germania, Francia, India, 2013
Durata: 105 min



Titolo del film: IL CAPITALE UMANO
Regia: Paolo Virzì


Perché è suggerito da Movie Camera
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Stephen Amidon, che collabora alla sceneggiatura del film, è il ritratto netto e impietoso di un paese, il nostro, che da alcuni decenni sembra aver smarrito il senso della dignità e aver conosciuto l’angoscia e la disperazione. Uno spunto di valore per avviare una discussione improcrastinabile, a partire dalle macerie politico-sociali dei giorni nostri, sulla prospettive etiche, oltreché economiche, delle giovani generazioni in Italia.

Interpreti: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio
Genere: Drammatico, Thriller
Paese, Uscita: Italia, 09/01/2014
Durata: 110 min


Titolo del film: LA VITA OSCENA
Regia: Renato De Maria. 

Perché è suggerito da Movie Camera
Lavoro cinematografico ispirato dal libro omonimo e autobiografico di Aldo Nove, che collabora con il regista nella realizzazione del film. Il nulla stridente e silente, osceno ed esasperato, cosciente e psichedelico di un giovane ragazzo che vive a Milano e che ha perso i genitori. Consigliato insieme alla lettura del libro.

Interpreti: Clément Métayer, Isabella Ferrari, Roberto De Francesco, Iaia Forte, Andrea Renzi, Duccio Camerini, Anita Kravos, Eva Riccobono
Genere: Drammatico
Paese, Uscita:  Italia, 2014. 
Durata: nd


© Articolo scritto da Stefano di Stasio l'11 Gennaio 2014




mercoledì 11 dicembre 2013

MOVIE CAMERA - Inverno 2013 (continua)

Il numero della rubrica dedicato all'Inverno 2013 prosegue con l'invito alla visione di "Un château en Italie"

© MOVIE CAMERA è un progetto di Stefano di Stasio



MOVIE CAMERA: " Un Château en Italie " – "Un castello in Italia"
Regia di Valeria Bruni Tedeschi

Un cast di eccezione per un film di una eleganza sobria e malinconica diretto e interpretato da una solare e diamantina Valeria Bruni Tedeschi. La narrazione, organizzata in 3 partiture, hiver, printemps, été nel corso di un anno solare si ambienta in share time fra Parigi e un paese del Piemonte (Castagneto) dove il capostipite di una ricca famiglia italo francese ha impiantato una fabbrica e ha fatto fortuna. Dopo la morte di questi, la moglie e i figli rimangono a gestire la ricca villa signorile con annesso giardino, appunto lo Château, detto alla francese. I due figli, Louise e Ludovic, legati da un affetto di carne e di sangue, interpretati dalla Tedeschi e da Filippo Timi, affiancano l’anziana madre (Marisa Borini) rimasta vedova in questo compito arduo, e, tuttavia, si scontrano regolarmente con i tentativi di questa di recuperare moneta e sostanze per arginare la deriva che sta mandando in malora l’economia di famiglia. Sia Louise sia Ludovic sono incalzati da drammi personali. Ludovic ha una salute cagionevole legata al decorso dell’AIDS che ha contratto e alterna scatti di ingiustificata aggressività e rabbia a momenti di gioco innocente con la sorella e con la fidanzata (Céline Sallette); Louise è un’attrice che ha volutamente abbandonato le scene anni prima e con l’arrivo dell’età si ritrova sola, senza un compagno, e con una affannosa voglia di maternità. Si attaccherà al giovane Nathan (interpretato da Louis Garrel), incontrato per caso, anche lui attore controvoglia e figlio di un mediocre regista cinematografico con il quale ha avuto a che fare anni prima. Pur nascondendo questa precedente relazione, si ritroverà a forzare Nathan all’iter di una fecondazione in vitro che, non solo si rivelerà sena successo ma inoltre provocherà il temporaneo allontanamento del compagno.

Una esilarante serie di scene scandite a passo ora di musica classica ora di quella della Pappa al Pomodoro" il serial televisivo RAI di circa 45 anni fa tratto dal libro "Gian Burrasca", al secolo Giannino Stoppani, di cui alcune scene scorreranno sui titoli di coda, arricchisce l’assetto cinematografico del film che a suo modo, si potrebbe dire alla Stoppani, ci narra di ricchezza e povertà, di purezza e vizio, di fratellanza ed emarginazione, come per esempio quando Louise va in pellegrinaggio presso una chiesa di Napoli gestita da monache dove esiste una sedia miracolosa sulla quale le donne sterili possono sedere e chiedere a Dio la grazia di divenire fertili.

Un’opera di tutto rispetto, rigorosa nella grammatica e nella sintassi cinematografica, ma addolcita da quelle note di leggerezza e di eleganza che sanno esprimere Louise, l’anziana madre, Ludovic e un po’ tutti i personaggi del cast.

Dunque una vicenda narrata da "Un chateaux en Italie" non banale, esempio di equilibrio fra rigore stilistico e freschezza narrativa, che, come spesso accade, si sostanzia già nell’incipit del film, quella sequenza all’alba di un monastero Cluniacense perso nella campagna francese, che vede Louise destarsi impaurita al suono dei canti monastici delle preghiere del mattino e precipitarsi mezzo nuda nella cappella dove i fratelli sono riuniti in preghiera.

© Articolo scritto da Stefano di Stasio il 12 Dicembre 2013




SCHEDA DEL FILM
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Sceneggiatura: Valeria Bruni Tedeschi, Noémie Lvovsky, Agnès de Sacy
Attori: Valeria Bruni Tedeschi, Louis Garrel, Filippo Timi, Marisa Borini, Xavier Beauvois, Céline Sallette, André Wilms, Silvio Orlando, Pippo Del Bono, Omar Sharif
Fotografia: Jeanne Lapoirie
Montaggio: Francesca Calvelli, Laure Gardette

Produzione: SBS Film
Distribuzione: Teodora Film
Paese: Francia, Italia 2013
Uscita Cinema: in Francia 30 Ottobre 2013, in Italia 31 Ottobre 2013
Durata: 104 minuti
Formato: Colore

sabato 30 novembre 2013

MOVIE CAMERA - Inverno 2013

Dopo una lunga pausa, è tempo di un nuovo numero di questa rubrica di Parole e Fotografie dedicata all’attualità del cinema. Sulle vele di un entusiasmo mai sopito per la settima arte, gonfie del vento forte di un’annata eccezionale per numero e qualità della produzione cinematografica, avviamo la nostra rassegna con lieta emozione, consapevoli del fatto che gli anni come il 2013 sono davvero simili a quei fenomeni strani e rari che si osservano a volte in natura, aurore boreali di inimmaginabile bellezza, che ci regalano la meraviglia di godere di opere del genio dell’uomo di cui difficilmente si riproporrà la varietà e il livello negli anni a venire.

© MOVIE CAMERA è un progetto di Stefano di Stasio


MOVIE CAMERA: " Sur le chemin de l'école "
Regia di Pascal Plisson

Primo piano su piccole mani nere che raspano con fatica il greto secco di un fiume nella savana in Kenya. L’immagine insiste sul lavorio delle mani, tese a scavare e spostare la sabbia, finché, dopo diversi secondi si intravede il livello dell’acqua che emerge. Con questa sequenza di innegabile raffinatezza Pascal Plisson introduce allo spettatore le riprese del suo  film documentario “ Sur le chemin de l'école” tradotto goffamente in Italiano “Vado a scuola”.
L’autore attraversa le terre di tre continenti, il Kenya, il Marocco, l’India e l’Argentina, per cedere la voce narrante ad altrettanti protagonisti, tutti bambini di famiglie di basso ceto economico. Jackson è un bimbo che vive nella savana con la sua famiglia in una capanna. Per raggiungere la scuola dovrà percorrere insieme alla sorellina Salomé circa 15 km a piedi, trepidando lungo il percorso per evitare il pascolo di un gruppo di elefanti e, impavido, si preoccuperà di non tardare perché a lui quella mattina è stata affidata la cerimonia dell’alzabandiera. Zahira vive sulle montagne dell’Atlas in Marocco e insieme ad altre 2 amiche percorrerà piste di sassi fino al primo centro abitato dove, grazie ad un autista che accoglierà le tre bimbe sul suo camion che trasporta capre riuscirà prima a barattare al mercato una gallina che ha portato con sé e poi a raggiungere la scuola.
Carlos vive nella pampas della Terra del Fuoco con la sua famiglia di allevatori di ovini. Grazie ad un cavallo percorrerà 20 km trasportando dietro di sé in sella anche la sorellina, per raggiungere una scuola. Samuel è un bimbo che vive a con la sua povera famiglia sulle coste della baia di Bengal in India e dalla nascita soffre di una grave malattia agli arti inferiori che gli impedisce di camminare. I due fratellini Gabriel e Emmanuel, spingeranno la sua sedia a rotelle attraverso piste sabbiose fino alla scuola che dista 4 km e 2 ore di marcia.
Il film è un inno alla funzione sociale della scuola intesa come riscatto dei figli delle classi meno abbienti e come via di realizzazione personale e sociale. È un film documentario in questo senso “eroico” laddove nelle civiltà che si reputano progredite si riesce, a volte, a travisare la funzione e l’essenza stessa dell’insegnamento sia da parte dei docenti sia da parte dei discenti. Elogio della semplicità di concetto nella settima arte, l’opera di Pascal Plisson è un sonoro ceffone, secco, senza fronzoli, sul viso addormentato delle vicende del post-consumismo, che risveglia direttamente quella parte dell’uomo che è ancora in grado di lottare quotidianamente per la sopravvivenza e per realizzare i propri sogni. Il film è anche impietosa nemesi e cruda presa di coscienza della brevità e dell’effimero connessi alle vicende umane quando, attraverso le parole di Samuel, il piccolo Bengalese infermo, ci dice “l’uomo viene al mondo con niente e se ne va con niente”.
Dal punto di vista tecnico, quello che colpisce nel film è la naturalezza con la quale il regista intreccia le storie, riducendo al minimo la presenza di sottotitoli scritti e senza alcuna pausa nella narrazione. Così la visione dello spettatore passa in dissolvenza rapida dalle vicende della savana a quelle delle montagne dell’Atlante, da quelle della Patagonia a quelle delle strade di sabbia del Bengala, quasi a sottolineare che ogni uomo è cittadino dell’intero pianeta e che, solo nel fronteggiare estreme e quotidiane difficoltà, questa naturale visione delle cose può essere colta appieno.
La commovente serie di piani sequenza finali in cui ognuno dei piccoli protagonisti parla dei suoi sogni e di come la scuola abbia un ruolo cruciale nella realizzazione di essi è il migliore inno alla fiducia della specie umana, attraverso il coraggio di questi bimbi e la fermezza del loro sguardo in cui non esiste bassezza e paura. E nella mente di chi ha potuto cogliere la raffinatezza di questo capolavoro di Pascal Plisson, riemergono, scandite dall’eco ripetuta di uno strumento etnico africano, le inquadrature di apertura del film documentario: l’acqua è vita e la vita è conoscenza. Trovarla spesso costa fatica quotidiana.

© Articolo scritto da Stefano di Stasio il 28 Novembre 2013

 


SCHEDA DEL FILM
Regia: Pascal Plisson
Sceneggiatura: Marie-Claire Javoy, Pascal Plisson
Fotografia: Simon Watel
Montaggio: Sarah Anderson, Sylvie Lager
Musiche: Laurent Ferlet
Produzione: Winds, Ymagis, Wild Bunch
Distribuzione: Academy Two
Paese: Francia 2012
Uscita Cinema: 26/09/2013
Durata: 75 Min
Formato: Colore




sabato 31 marzo 2012

EHEC

di Stefano di Stasio


"Mi chiamo Jürgen Swartzkopf, il mio numero di matricola è 323567. Appartengo ad una unità speciale del Robert Koch Institute di Hamburg incaricata di svolgere sorveglianza su possibili attacchi batteriologici da parte di terroristi. L’unità di sicurezza biologica fu istituita dopo l’11 Settembre 2001 per prevenire il rischio di attacchi di antrace annunciati dai combattenti della jihad islamica.

Quando questa storia è cominciata pensammo ad una trovata giornalistica per boicottare i prodotti vegetali importati da fuori la Germania. Il nostro paese ha bisogno di comprare vegetali prodotti all’estero solo durante l’inverno. Quando subentra la primavera la nostra produzione è in grado, da sola, di far fronte alla richiesta interna. Per questo pensammo che la notizia del batterio killer fosse una trovata per stroncare l’importazione dei cetrioli dalla Spagna. Era successo un caso analogo per le fragole che provenivano dall’Italia qualche anno fa. Qualunque persona istruita sa che i batteri Escherichia coli sono presenti normalmente nell’intestino degli animali, incluso l’uomo.
La variante O104:H4 fu individuata nel 2004 nell’intestino di una donna Thailandese. A quell’epoca non c’erano prove che fosse infettivo. Noi sapevamo, già dal 1990, che il ceppo O104 possiede due geni che hanno delle caratteristiche spaventose. Sono così mortali che molte persone infettate sperimentano l’insufficienza critica di un organo e semplicemente muoiono perché, per esempio un rene, esplode in una emorragia dei tessuti e smette di funzionare.

Selezionammo campioni prelevati dai rifiuti delle persone infettate qualche mese fa. Il nostro direttore Johan Katz fece chiamare tutto il nostro gruppo nei laboratori di Amburgo. Fu categorico. Herr Katz sa essere estremamente convincente. Ci disse che avremmo avuto al massimo quattro settimane per fare i nostri esperimenti. Poi ci avrebbe costretti, uno per uno, a ingurgitare campioni di tessuto infettato dal batterio. Mentre ci annunciava questa sua irrevocabile decisione, cominciò a tossire senza potersi fermare. Herr Katz è pericoloso quando non riesce più a parlare fluentemente. Diventa tutto rosso, si agita contorcendosi e cerca di inseguire con la bocca aperta quelle parole invisibili che gli scappano sotto il naso mentre la sua gola è sconvolta da colpi di tosse secca a ripetizione. Concluse con difficoltà il suo discorso. Suo padre era stato un generale della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale. La tosse si interruppe e poté continuare: "Il mio onore, l’onore dell’Istituto che ho il privilegio di dirigere, viene prima di tutto. Se dovesse continuare a colpire, non ci sarà posto sufficiente per il batterio assassino e i vostri ridicoli posti di lavoro. Un ricercatore che non riesce a fronteggiare la calamità, sa bene cosa gli rimane da fare! Credo di non dover aggiungere altro."

Mi misi al lavoro. Fuggire non sarebbe servito a niente. Tutti i ricercatori dell’istituto non possedevano averi o denari. Pagavano tutto con una carta di credito dell’amministrazione e dormivano in case il cui affitto era pagato dall’istituto. Anche il passaporto era depositato nella cassaforte della contabilità.
Dopo una settimana io e i miei colleghi ci rendemmo conto di avere a che fare con il peggiore incubo della ricerca in microbiologia. Il batterio O104: H4 era un clone del Escherichia Coli enteroaggregante, perciò possedeva delle sonde che lo rendevano capace di ancorarsi alle pareti intestinali e ne rendevano impossibile l’espulsione per mezzo delle feci. Nei pazienti contaminati la tossina produceva la sindrome emolitico-uremica e da qui la morte.
 
Ci cominciammo a chiedere come potesse essere successo. Dovevamo risalire al laboratorio che l’aveva prodotto per capire con quale tipo di coltura era stato generato. Solo studiando un agente di blocco della coltura avevamo speranza di bloccare la proliferazione del batterio killer. Ogni tanto Herr Katz veniva a visitare i laboratori e con un pennarello nero spuntava la data sul calendario, giorno dopo giorno, in una specie di cinico count down dei fatidici ventotto giorni che ci aveva concesso, prima che dovessimo effettuare la "autocontaminazione dell’onore", come l’aveva battezzata.
Franz, che è il mio collega più fidato, mi riferì un particolare che mi fece trasecolare. Disse che una volta nel laboratorio era capitato che lui avesse in mano dei vetrini ottici. Aveva incrociato Herr Katz che aveva improvvisamente cominciato a tossire. Si era dunque recato nel gabinetto di microscopia e, inavvertitamente, aveva notato che qualcosa era stato sparato sui campioni direttamente dalla bocca di Herr Katz. Gli ingrandimenti a quattromila lineari rivelavano che si trattava di microorganismi invisibili a occhio nudo che avevano la forma di un bozzolo cilindrico sostenuto da dieci minuti tentacoli. Non riuscivamo a capire, sembrava che fossero stati generati da una di quelle piante che si propagano per sporogenesi, allorché il frutto maturo dell’infiorescenza esplode e, come un cannone, diffonde nel vento le spore per la riproduzione.

Non eravamo soddisfatti. Decidemmo di andare a fare visita presso l’abitazione del nostro capo approfittando di una sua breve trasferta negli Stati Uniti. Io e Franz scavalcammo la recinzione della sua villetta di Dubendorf alla periferia di Amburgo. Sul retro della casa c’era una specie di serra. All’apparenza sembrava una di quelle che milioni di famiglie usano in Germania per coltivare la lattuga nei mesi invernali. Poi ci sporgemmo bene per vedere. All’interno, disposte in maniera ordinata con dei sofisticatissimi display di sorveglianza, c’erano centinaia di provette in cui crescevano degli strani germogli. Facemmo per entrare. E fu allora che siamo stati catturati.".

Jürgen Swartzkopf fece una pausa. Non aveva più forze. L’interrogatorio era durato diverse ore. Il sudore gli inzuppava la camicia. I lacci con cui era stato immobilizzato, gli avevano acceso dapprima un formicolio nelle gambe giù fino alle caviglie e poi una preoccupante sensazione di paralisi. Era sconvolto. Si decise a tentare di chiedere un bicchiere d’acqua a quello strano essere che lo sorvegliava a vista.

Di fronte a lui, un enorme e viscido organismo a forma di germoglio di soia con due gemme che sembravano occhi e quattro arborescenze laterali che usava come mani, lo osservava senza tradire alcuna emozione. In mezzo alle gemme una piccola fessura da cui sporgeva una lingua blu dalla quale l’essere emetteva ritmicamente dei sibili sommessi. Il germoglio gigantesco si sporgeva in avanti come per studiare le reazioni di Jürgen. Non rispose alla sua richiesta di acqua. Dopo qualche minuto sopraggiunse un altro germoglio gigante. Jürgen lo riconobbe, era lo stesso che gli aveva rivolto le domande dopo la sua cattura. Sembrava una riproduzione ingigantita delle gemme di fagioli neri della varietà Mung. Aveva una infiorescenza rossa sul corpo principale alla base delle alette. Era il capo di quella unità, parlava tedesco. Si rivolse al germoglio soia e disse: "Questo qua ha già vuotato il sacco. Mettetelo nel tritacarne per fare fertilizzante e portatemi l’altro per interrogarlo".


© testo e foto di Stefano di Stasio / ® Riproduzione riservata

venerdì 23 marzo 2012

Finché morte non ci separi

di Stefano di Stasio


Stavo attaccato con il naso sul vetro. Dall’altra parte cinque lettini. Sembrava una navicella spaziale. Su ogni branda una serie di monitor passava allo sguardo distratto del medico in servizio l’eco dei segnali fisiologici dei pazienti del reparto rianimazione. Un tubo abbastanza spesso scendeva come un pitone verso il viso dei pazienti con la bocca spalancata a forma di mascherina, tesa nello sforzo di divorarli. Nessuno dei pazienti si muoveva. Dai picchi del battito cardiaco emergeva il loro stato di viaggiatori, a metà fra questo mondo e l’aldilà. Mi soffermai sul letto a sinistra. Era un uomo. Bruno, di bell’aspetto, alto tanto da sfiorare con i piedi le sbarre all’estremità del letto. Mi voltai alla mia sinistra, là dove sentivo un rumore intermittente. Era una donna che singhiozzava cercando di trattenere il pianto.
"È mio marito" mi disse, quasi si vergognasse del suo sfogo
"Abbiamo due figli ancora piccoli. Ieri sera si è sentito male appena rincasato dal lavoro. È sbiancato e si è accasciato su una sedia. Io non so guidare, ho dovuto chiamare un’ambulanza. Abitiamo in paese. C’è voluta più di mezz’ora per arrivare fin qui. Povero Renzo. Il medico di guardia al pronto soccorso ha parlottato con un infermiere e ha disposto il ricovero. Dice che non se la caverà. Aneurisma dell’aorta."
Ebbe un sussulto, si asciugò le lacrime, poi continuò con un tono di voce più freddo:
"Ci siamo conosciuti quando lui aveva quindici anni e io tredici. Siamo insieme da una vita. Abbiamo affrontato tante difficoltà. Mai un momento di crisi fra noi. Quando è nato il nostro primo figlio, il nostro rapporto è cambiato. Renzo sembrava assente, non riusciva a trovare il suo nuovo ruolo in famiglia. Poi, piano piano, con l’aiuto di Dio, abbiamo ritrovato la nostra unione. È venuto il secondo figlio. Era una bella famiglia, e adesso… "
Si chiamava Elena. Mossa da un bisogno insopprimibile di sfogo, continuava a parlarmi quasi automaticamente, fermandosi a tratti per asciugarsi le lacrime, quando la tensione si scioglieva in un pianto dirotto soffocandole le parole in gola.

Come era diversa la sua storia dalla mia. Volsi lo sguardo sul lettino di destra. Dalla maschera a ossigeno emergevano i capelli di Manuela, mia moglie. L’avevo conosciuta quando ancora faceva la prostituta in un quartiere bene di Roma. Aveva venti anni meno di me. Riceveva i clienti solo per appuntamento. Sul suo sito mi aveva colpito perché anziché mostrarsi nuda, aveva riportato la foto di una mela avvolta in una delicata lingerie di colore nero. Sembrava sottintendere con malizia "Mordimi". E così avevo telefonato e concordato un appuntamento. Mi era parsa un po’ impacciata, forse il fatto di mostrarsi in carne e ossa la imbarazzava. Sulle labbra che spiccavano su una carnagione bruna aveva messo del rossetto verde. Questa volta la lingerie era al posto giusto. Il nostro rapporto mercenario era continuato per un po’ finché un giorno mi aveva detto:
"Sono stanca di questa vita. Sono stanca di sorbirmi gli umori dei miei clienti pieni di soldi. Di sopportare le loro fantasie assurde. Pensa che uno ieri voleva fare l’amore e contemporaneamente pretendeva di stringermi la gola con una corda per soffocarmi. Altri vogliono essere frustati. Anche le donne non le sopporto. Vogliono vivere la loro bisessualità. Ma non hanno il coraggio di ammetterlo in pubblico. E si rivolgono a me. Portami via da questo posto, da questa città. Sarò una moglie perfetta, te lo prometto. Sono stufa. Non ce la faccio più a prepararmi con queste creme schifose, a depilarmi tutto il tempo e a fare la fame per mantenere un fisico che possa sempre eccitare. Ho voglia di piacere solo a te. Voglio stare in casa, prepararti da mangiare, avere il tempo di riflettere sulla mia vita"
Lì per lì non seppi rispondere alla sua domanda. Mi chiedeva di condividere la mia esistenza che, per quanto agiata, comunque non era in grado di conferire nelle sue mani quelle cifre a quattro zeri che si procurava facendo la escort. Per qualche giorno non ci sentimmo. Poi alla fine mi dissi:
"Mah, perché non provare, chissà quanti uomini sposano delle prostitute e non lo sanno neppure. Almeno Manuela è stata sincera. Ha voglia di stare con me. Sono solo, vediamo se funziona".

E così ci sposammo con una cerimonia riservata in una piccola cappella abbarbicata sui contrafforti degli Appennini, non lontano dal passo della Futa. Invitai quei pochi amici che mi erano rimasti dopo l’università e che non vedevo da tempo. Mi guardai bene dal raccontare come avevo conosciuto la mia prossima moglie. Andammo a vivere nel mio appartamento. Andò tutto bene. Lei era impaziente di dimostrare a se stessa che poteva essere una donna normale e una sposa devota. Era premurosa. Non capiva nulla di cucina eppure cominciò a studiare su alcuni manuali come poteva prepararmi da mangiare.
Riuscii a dedicare più tempo a me stesso. Cominciai a pubblicare delle recensioni su una rivista di vini. Sentirsi voluti bene ti dà opportunità. Potei perfino non pensare troppo al mio lavoro. Durante la settimana mi assentavo spesso da casa, sbattuto come una pallottola impazzita nei posti dove il mio capo mi diceva di andare, spinto dalle sue intuizioni commerciali che a me sembravano il delirio di un folle. E, tuttavia, riuscivo a sorridere della sua grettezza. La mia nuova vita di coppia mi aveva dato una serenità insospettata.

Quella mattina ero in ufficio a controllare delle pratiche e a inserire gli ordini nel software di contabilità. Mi avevano telefonato dall’ospedale. I vicini l’avevano vista uscire di casa e poi perdere i sensi. Qualcuno aveva chiamato un’ambulanza. Ero corso, l’avevo trovata direttamente in sala rianimazione. Mi avevano spiegato che aveva ingerito dosi massicce di psicofarmaci e antiepilettici. Ma perché lo aveva fatto? Non mi ero accorto di nulla.
Mi trovavo ora a condividere la stessa sorte della mia vicina di postazione, Elena, che piangeva per il marito. Venne la sera. Ci invitarono a uscire. La mattina dopo non trovammo nessuno in sala. Renzo e Manuela erano deceduti nel corso della nottata. Ci dissero che erano stati spostati in obitorio. Con Elena a passo veloce raggiungemmo il seminterrato. Non ci fecero entrare, dissero per motivi di sicurezza. Era la fine che ci aveva preannunciato, nemmeno con tanto tatto, il medico di guardia già il giorno prima. Restammo inebetiti davanti a quella porta di ferro, incapaci di scambiare nemmeno una parola. Poi qualcuno si avvicinò per indicarci dove potevamo contattare il servizio di pompe funebri.
Quello che successe dopo è quello che succede sempre quando c’è un morto in famiglia. Ordinammo la bara. Ci fu una messa nella cappella dell’ospedale. Poi insieme, ai familiari di Elena, accompagnammo le due bare al cimitero che era non distante dall’ospedale.

Non rividi più Elena per diversi anni. La mia vita era corsa come una nuvola sbattuta dai venti. Ero stato incapace di ritrovare quell’amore che Manuela mi aveva regalato negli anni in cui era stata con me. Avevo continuato a inseguire gli stand e le fiere che il mio capo seguitava a programmare nella sua pazzia. Poi, in una mattina d’autunno, stanco del mio lavoro, mi ero diretto al parco. Guardavo gli alberi che si spogliavano lentamente dei loro colori e lanciavano i rami nudi in alto, come urla disperate verso il cielo. Dal di sotto della panchina sentii qualcosa sfiorarmi il polpaccio. Una volta, poi una seconda. Mi sporsi per vedere. Era un piccolo yorkshire che mi fissava con gli occhi scuri e lucenti.
"Stupido cane, vaffanculo! Cosa vuoi da me? Lasciami perdere!" dissi a bassa voce mentre il mio sguardo si appuntava sul ridicolo fiocco legato sul pelo, fra le orecchie. Mi mostrò la lingua, scodinzolando. Intuii le sue intenzioni e feci per muovere una impacciata carezza.
"Briciola, lascia stare il signore!" udii urlare in direzione del vialetto. Era una signora, ben vestita, che si avvicinava con passo spedito. Sul momento non la riconobbi. Si fermò dopo qualche metro, mi fissò un attimo e con un sorriso mi disse:
"Renzo! Cavolo, ne è passato di tempo. Ma tu guarda, che piacere rivederti lontano da quel maledetto ospedale!".
Era Elena. Chissà perché, dopo tanto tempo l’avrei immaginata di aspetto trasandato, con i capelli non curati, vestita di nero. Invece no. Eccola qua, il trucco rifatto, un rossetto perla che gli illuminava il viso nella cornice di una messa in piega perfetta. Un tailleur blu e una sciarpa provenzale le donavano un tocco vanità.
"Ti trovo molto bene. Sono contento per te. Io sto ancora male. E i tuoi bambini? Avrei voluto dirti allora una parola di conforto ma non ne fui capace, scusa".
Mi guardò con aria come stizzita, quasi esitando a parlare. Poi non riuscì più a trattenersi e sbottò:
"Ah, Renzo! Quel bastardo, il marito devoto della mia vita! Mi ha mandato in psicanalisi. Da qualche mese sto cercando di venirne fuori. Aveva combinato tutto con il medico di guardia e l’infermiere. Si era finto morto per filarsela con una donna molto più giovane di lui. Non so dove sia sparito ma di sicuro so che non mi ha mandato più un soldo per i nostri figli. Qualcuno dice che si sia messo con una ex-prostituta, una che aveva la mania di mettere le mele nelle mutandine nere per adescare i clienti. Ci pensi?".


© testo e foto di Stefano di Stasio 2011 / ® Riproduzione riservata