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lunedì 15 agosto 2016

Nuovo record di accessi, ieri sabato 10 Settembre, al racconto+foto+soundtrack

"RèG 8.  Il tempio degli esseri viventi":


GRAZIE! Obrigado


Il calice di Iskur etnologia della vite e del vino

EDITORIALE
http://paroleefotografie.blogspot.it/p/blog-page_18.html



RèG  15.  ITALIAN GYPSIES


Aeroporto di Gatwick. Tabellone delle partenze. Gate available at 17:45. Un rapido conto. L’aereo partiva alle 18:25. Le porte di accesso all’imbarco aereo erano piu’ di cento.
C’era un cartello in alto. A seconda del numero della gate veniva indicato il tempo necessario al viaggiatore per raggiungerla a piedi. Un tempo di percorrenza di 10-15 minuti a partire dal salone principale. Bisognava pensarla bene. Avevo un bagaglio a mano pesante. Decisi allora di aspettare nei pressi del tabellone posizionato ad un estremo dell’immenso salone di attesa. Avevo notato un papa’ che giocava con la figlia, una bambina di circa un anno. La bambina stava imparando a camminare e perciò spesso cadeva sulla moquette dell’aeroporto. Il padre la seguiva attento e cercava di insegnarle qualche parola. Seduto su una poltroncina c’era il fratellino della bimba di circa tre anni più grande. L’uomo se la cavava benissimo in questo menage, forse accudiva da solo i bambini. Poi all’improvviso la scoperta. Da uno dei negozi del salone spuntò una donna e chiamò. Era la mamma dei bambini. Cercava disperatamente di risolvere il suo problema del momento. Stava provando dei cappelli di paglia a falda larga. Voleva l'opinione del marito su quale scegliere. Chiamava da lontano e a intermittenza cambiava il cappello che indossava. Il marito non si scomodo’ e le grido’ «Take the smaller ! » continuando a giocare con la figlia.
Mentre aspettavo le fatidiche 17:45 mi guardavo intorno.
«Ciaaooo! » sentii alle mie spalle. C’era una donna matura con accento romano che aveva ricevuto una telefonata. Era in partenza da Londra e una sua amica con la quale si era intrattenuta, evidentemente rimasta a Londra, la chiamava per sapere come stava.
La tizia parlava a telefono con foga. Ringraziava la sua amica perché le aveva fatto dei bellissimi regali. Agenda, penne, rubrica. Ora le veniva da piangere pensando di dover lasciare Londra. Poi all’improvviso si era confidata a voce alta con l’amica: «C’era qui seduto un signore che parlava italiano. Il fatto di sentir parlare italiano mi ha fatto subito stare male…»
A quel punto mi rigirai sulla sedia e dissi a me stesso «Attento a non farti scappare nemmeno una parola».
La tizia continuo’ con la sua seduta di psicoanalisi a voce alta:
«Perché non dobbiamo scoraggiarci…abbiamo fatto tutto questo per che cosa…e poi molliamo adesso?».
 «Perché se lo decidiamo noi nessuno ci può fermare, si vive una volta sola»
Continuava ad urlare nel telefono i suoi incoraggiamenti a sé e all’amica. Alla fine, mio malgrado, compresi che l’amica stava traslocando. Ma c’era dell’altro. La donna che parlava, seduta dietro di me, aveva un problema molto serio. Aveva perso il lavoro in Italia.
«Non dobbiamo farci impressionare da nessuno, e se poi ti licenziano, chi se ne frega»
Continuava a sfogarsi come un fiume in piena
«E poi…c’è sempre Londra».
Era stata licenziata ed era venuta a trovare l’amica in Inghilterra. Forse aveva trovato anche un lavoro temporaneo mentre stava a Londra. Ora tornava in Italia, diceva che andava a stare dai suoi genitori. Mi sentii profondamente ferito.
Avevo osservato la signora inglese pochi minuti prima. Sembrava di ceto medio, niente di particolarmente sfarzoso nei modi e negli abiti. Indossava i cappelli mentre il marito accudiva i suoi bambini. Era più giovane di questa donna Italiana accanto a me, ma aveva potuto avere una famiglia, dei figli. Poteva addirittura viaggiare con i suoi bambini.
Invece la mia vicina, questa donna Italiana, non aveva potuto. Non aveva una famiglia sua, forse non aveva nemmeno un uomo. Ringraziava mille volte l’amica londinese per  i regali ricevuti, primo fra tutti quello di averle ridato la speranza e, con essa, la dignità. Di averle fatto capire che poteva farcela. Aveva appena tirato fiato e già si rituffava nella fossa dei leoni. Tornava in Italia. Nel paese dove l’assurdo diventava diritto, dove la legge  non valeva niente. Dove era stata licenziata, forse dopo anni di onesto lavoro. Che fare ? Nelle ultime settimane sui mezzi di informazione avevo ascoltato i commenti di alcune persone jet-set. Benché appartenenti a vischiosi sistemi di potere, raccomandavano ai figli di recarsi all’estero per poter vivere onestamente. Era irritante. Mi ricordavo dei miei genitori che avevano fatto tanti sacrifici per fare studiare tre bambini, dei miei nonni con cinque figli. Del loro entusiasmo quando calcavamo gli stessi banchi di scuola dei figli dei ricchi e, quasi sempre, avevamo voti più alti di loro. Adesso alcune persone, potenti, si ricordavano della vera natura del nostro paese. Del fatto che stava precipitando. E raccomandavano alla propria discendenza di lasciare l’Italia. Ero sicuro che i loro figli non conoscevano l’umidità delle stazione di periferia prima dell’alba e il tanfo delle carrozze ferroviarie e delle metropolitane. Probabilmente, non avevano mai preso un treno alle cinque del mattino per andare a sostenere un esame. Dunque i loro figli non avevano mai sofferto fino a questo momento. Senz’altro non erano mediocri, non si poteva discutere di questo. Dunque solo quando i padri potenti non potevano più aiutarli, perché non c’era più nessuno da scavalcare, nessuna possibilità per nessuno ma solo il deserto, era divenuto necessario rispolverare le bandiere della lealtà, del merito e del rispetto.
Ripensavo ai miei sacrifici e a quelli di tanti compagni, figli di gente comune. Dei quali sentivi la puzza del sudore e della barba lunga perché non c’era tempo di sistemarsi la mattina prima di prendere l’autobus, e poi il treno e poi la metro. E poi a piedi. Tanti di loro erano di mente acuta, ma soprattutto erano brave persone. Tanti di loro non erano riusciti a finire l’università. Qualcuno aveva anche dato di matto.

E allora mi misi a pensare al mio paese. A come lo volevano quelli che soffrivano in questo momento, come la donna Italiana seduta dietro di me. Alle brave persone che, come me e come la mia sconosciuta vicina di aeroporto, non l’avevano mai abbandonato definitivamente perché là avevano i propri genitori e le proprie radici. Era venuto il momento di urlare «Vergogna! » a quelli che stavano affondando la nave e ora raccomandavano «Si salvi chi può! ».

© 2016 Stefano di Stasio. Ogni riproduzione anche parziale deve essere autorizzata per iscritto dall’autore. Eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge sul diritto dì autore


Suggerimenti per una traccia sonora di lettura:

© 2016 Foto di Stefano di Stasio.


sabato 16 luglio 2016

RèG 14.  Via FORIO CALLING.  Intervista ad un giovane ambulante


Vi presentiamo, in questa breve intervista, la storia di Salvatore un giovane del nostro Sud come se ne vedono tanti, ancora senza un'occupazione definitiva. Ma per PeF incontrare Salvatore è stato come rivedere un vecchio amico mai conosciuto prima, il compagno di tante battaglie mai combattute. La positività e la saggezza di questo giovane imprenditore fai-da-te ci ha colpiti, specie quando ha rivelato di aver avuto insieme alla consorte, una piccola bambina dal nome bellissimo che ora ha 1 anno.
Che aggiungere? Che vi possa arrivare, anche una piccola fiammella dell'incendio che spinge, ogni giorno, Salvatore a diventare artefice valoroso del suo destino.

© 2016 Stefano di Stasio
per iPeFl blog Parole e Fotografie



PeF
Buonasera, Salvatore e grazie di aver rilasciato questa intervista a Parole e Fotografie per la rubrica Ribellarsi è Giusto RèG. Ci hai detto che per vivere ti sei inventata la professione di venditore ambulante, di fatto da casa tua ogni giorno vai a vendere sulle strade del centro storico di Napoli. Comincerei se sei d’accordo a chiederti quali erano le tue attività lavorative prima di questa.


SC

Salve in precedenza ero imbianchino presso una ditta, ma ho fatto pure il muratore, falegname, barista, e facevo, e faccio, il tuttofare. Poi ho vissuto di espedienti ma negli ultimi due anni ho iniziato a fare l’ambulante. 



PeF

Prima durante il nostro colloquio mi hai brevemente parlato della tua bella famiglia e del fatto che recentemente tu e tua moglie avete avuto una bambina. Qual è stata la tua emozione rispetto al fatto che, nonostante le avversità della vita, eri stato capace di assicurare la sopravvivenza quotidiana anche al frutto del tuo amore per una donna?


SC

Volere è potere… e se ti impegni e in qualche modo tiri avanti… l’emozione è stata molto forte perché essere padre è una cosa meravigliosa e vale la pena affrontare le mille sfide quotidiane…molti sacrifici, ma lo si fa perché chi é volenteroso ed onesto fa questo ed altro.



PeF

Ti chiedo di quantificare, se possibile, il tuo impegno lavorativo (il numero di ore al giorno dedichi alla tua attività di micro-imprenditore) e il guadagno netto che trai dal tuo lavoro. Lo stato, gli organi regionali e le organizzazioni ecclesiastiche e/o di volontari, ti hanno mai dato una mano nella giungla di tasse e complicazioni per chi in Italia vuole avviare un’attività in proprio?
Qual è il tuo rapporto con le Associazioni Cattoliche?


SC

Lavoro dalle 12 alle 16 ore al giorno e guadagno all’incirca 350-400 euro al mese, se tutto va bene. Ho provato ad informarmi su come lavorare legalmente ma tra scartoffie e lungaggini ci ho rinunciato per non parlare dei troppi soldi che mi costerebbe, soldi che non ho.
Le associazioni cattoliche oltre qualche pacco di pasta non ti danno e dicono che c’è chi sta peggio.




PeF

La storia del Sud sta venendo fuori sempre più prepotentemente, in particolare rispetto alla invasione dei Savoia e di Garibaldi mercenario dei Savoia. Fioccano spettacoli teatrali, libri storici, canzoni ecc. per ricordare le ruberie, i massacri e le rappresaglie dell’esercito Sabaudo. Come sai in 5 anni di resistenza dei nostri patrioti (1861-1865), i Piemontesi sterminarono circa 100000 donne, uomini, vecchi e bambini nel meridione che si ribellava alle loro gabelle e razzie.
Tu che cosa ne pensi?


SC

Sinceramente ero troppo giovane per ricordare. Purtroppo le loro ruberie di allora le rivediamo anche oggi nel mondo, con la scusa della pace derubano, sottomettono, umiliano e uccidono povere persone.



PeF

Salvatore, quello che colpisce è la tua giovane età e la capacità con cui ti sei creato una piccola attività commerciale, se pure sui generis. Quali sono i sogni che fai per te e la tua famiglia?


SC

Spero di trovare un buon lavoro oppure di riuscire a mettere qualcosa da parte per aprire qualcosa in proprio, di far studiare mia figlia in modo tale che lei sia costretta a fare una vita come la mia, di vivere serenamente ed onestamente, pure se con molti sacrifici. Magari un giorno di comprare una casa tutta nostra e vivere una serena vecchiaia.



© 2016 Stefano di Stasio
per il blog Parole e Fotografie






sabato 2 luglio 2016

RèG 13.   DOPO MORTI: le catacombe dei Cappuccini


® © 2016 Stefano di Stasio

Pace e bene.
Salutato il monaco, discendo nello stretto cunicolo. Dopo alcuni metri di dislivello, l’ambiente si apre in una spelonca.
NO FILM, NO FOTO. E’ il cartello in bella evidenza all’inizio della passerella fatta di vetro. Si passa su un ambiente con il pavimento fessurato. A entrambi i lati del passaggio cominciano a vedersi i primi frati esposti. Si vede che il frate piu’ antico che e’ affacciato sul corridoio e’ un tale frate Silvestro da Gubbio, non e’ di Palermo e risale al 1599. Le mummie sono in piedi appoggiate a delle piccole nicchie ricavate sulle pareti e trattenute con del filo di ferro. Molti frati portano un pezzo di fune appoggiata al collo che scende sul davanti aperta. E’ il segno della penitenza. Nello stesso corridoio cominciano le mummie delle persone non religiose. Sono tutte vestite negli abiti dell’epoca. Hanno il corpetto e le scarpe. Di molti si vedono i capelli. Sul corridoio ci sono delle casse da morto aperte di lato con una rete davanti, nelle quali si vedono altre mummie. C’e’ l’ingresso di una stanza con sopra scritto “colatoio”. I morti venivano lasciati la’ dentro per circa otto mesi, poi venivano lavati con aceto e quindi rivestiti e esposti. Su ciascun cadavere c’e’ un cartellino, spesso fatto da un foglio scritto a matita che riporta qualche informazione. Dopo il corridoio dei cappuccini, si intravede un altro cartello “I professionisti”. Cosi’ mi rendo conto che anche da morto non tutti sono uguali. Medici, avvocati, pittori, ufficiali avevano ottenuto il permesso di essere sepolti nel cimitero dai Superiori Generali dell’Ordine. Si spunta in un incrocio con una cappella di fronte chiusa da una cancellata. Capeggia la scritta “ …seguono l’agnello dovunque vada, sono vergini…”. Mi rendo conto che si tratta di donne non sposate, appunto illibate e vergini. Sono vestite di abiti bianchi. Davanti alle vergini sono esposte le piccole mummie di alcune bambine. Tra queste una in particolare perfettamente conservata, Rosalia Lombardo morta nel 1920. Il merito della imbalsamazione della salma fu di un medico palermitano, tale dott. Solafia. Palermo era stata araba per centinaia di secoli. La tradizione degli alchimisti arabi era lunga e costellata di scoperte. Molti elementi erano stati scoperti da alchimisti arabi. Nelle epoche successive Palermo aveva dato i natali al conte di Cagliostro. Il dott. Solafia aveva messo a punto una procedura di imbalsamazione con la quale iniettava delle sostanze chimiche nei cadaveri. Aveva portato con se’ nella tomba il segreto delle sue scoperte a riguardo. Nel corridoio vedo adagiati in orizzontale due ufficiali con la divisa dell’esercito borbonico. Poi il corridoio degli uomini. La’ ci sono mummie di persone morte a tutte le eta’ compresi dei bambini di pochi mesi. Si vedono alcune bruciature. La cripta era stata bombardata nel marzo del 1943. Dopo di questo bombardamento molte teche di vetro erano andate distrutte. Da allora l’ingresso alle catacombe, dietro la sacrestia della chiesa, era stato spostato all’esterno dove e’ attualmente. Poi c’era stato un incendio nel marzo 1966. Trasversalmente c’e’ un corridoio dedicato ai sacerdoti. I cappuccini avevano deciso di tenerli separati dalle loro sepolture. I sacerdoti sono disposti in orizzontale all’interno di casse aperte da un alto. Le loro vesti sono ricche e preziosi i loro copricapi. Si tratta di vescovi e porporati nelle loro vesti originarie. Tutti hanno eleganti pianelle che spuntano sotto l’abito talare. Di tutte le mummie erano tre quelle che mi avevano colpito di piu’. Una era un uomo, in piedi con il busto incurvato da un lato e la bocca aperta, come se stesse guardando qualcosa di orribile da lontano e volesse gridare il proprio terrore per avvertire gli altri. L’altro era la mummia piu’ antica Fra Silvestro da Gubbio. Aveva le mani grandi e disgiunte lungo il corpo. Gli altri frati erano posti di solito con le mani incrociate sul davanti. La terza era una donna e un uomo vicini e in piedi. La donna era rivolta all’uomo e pareva parlasse. L’uomo aveva il capo leggermente reclinato in avanti, sembrava ascoltare cosa dicesse la donna. Doveva essere qualcosa di terribile, perche’ la donna aveva un aspetto serio e l’uomo, benche’ mummificato, sembrava addolorato. Infine mi aveva colpito una scritta, riportata vicino a due mummie di uomini e quella di un bambino. Ricordavano di un tale vissuto nell’ottocento fino alla veneranda eta’ di 85 anni. Vicino c’era la mummia del figlio morto a 25 anni. Accanto quella del nipote morto a pochi mesi.
NO FILM, NO FOTO.
Riguadagno l’uscita, saluto il frate cappuccino. Ridiscendo verso la porta Nuova.
Rileggo su l’ennesimo cartellone pubblicitario la frase:
“… tantu a calari
RU FILA
RI PASTA

Un ci voli nenti…”.




Racconto e foto sono ® © 2016 Stefano di Stasio. La riproduzione in tutto o in parte di quest'articolo, senza il consenso scritto dell'autore, sarà perseguita a termini di legge.

domenica 19 giugno 2016

RèG 12.  CAPPOTTO a 5 STELLE!


Chiara, Virginia e Paolo cittadini candidati sindaco a Torino, Roma e Carbonia, hanno schiacciato i concorrenti con targa PD. Il M5s vince 19 ballottaggi su 20. Viene da pensare a quanto scriveva il maestro Sun Tsu 2500 anni or sono circa, nella sua "L'arte della guerra" (capitolo 4, capo 18):

Un'armata vittoriosa opposta a una sconfitta è come il peso di una libbra posta su un piatto della bilancia contro un singolo chicco posto sull'altro piatto.

Oggi, 20 Giugno ore 3:30 circa, cambia la storia del nostro paese. Schiacciando e scacciando sicofanti e faccendieri del PD in tre città, in particolare a Roma la capitale politica e Torino la ex-capitale dell'industria automobilistica nonché la porta di Francia, il M5s mette un punto fermo al losco e tracotante corso italiano a targa massoneria, berlusconi e renzi.

Una sola critica ai nuovi sindaci M5s: nessun prigioniero PD, questa è la mia raccomandazione.
Così come fu un errore nell'immediato dopoguerra il condono per tutti i fascisti e i loro crimini commessi contro la popolazione i partigiani e le staffette partigiane, quasi sempre giovani ragazze, allo stesso modo qui e ora, nessun condono per il PD! 

Per una volta, faccio mia con una parafrasi, la politica spietata e sanguinaria dei conquistadores in sud-America e degli yankee in nord-America: L'unico PD buono è il PD che si scioglie
Traditori, quelli del PD, di un partito di traditori, quello del PCI-PDS-PD. Traditori dell'eredità rivoluzionaria dell'Internazionale Socialista, né più né meno di come Stalin tradì Lenin, morto dopo 4 anni dopo la rivoluzione di Ottobre, e sostituì, Stalin, l'inno dell'Internazionale come inno dell'Unione Sovietica, con uno "nazionale" copiato da quello della cavalleria dell'Armata Rossa dei Lavoratori e dei Contadini (in russoРабоче-Крестьянская Красная Армия), Armata Rossa che fu istituita da  Lev Trockij nel 1922 attraverso il Consiglio dei Commissari del Popolo Sovietico.

Il PCI, nel 1948, preferì la strada della Realpolitik, dopo il vile attentato a Togliatti del 14 luglio, invitando i Comunisti, come mio nonno, eroi della Resistenza, a deporre le armi. 
Io vi esorto, compagni cittadini del M5s, non abbassate la guardia! Ricordate Napolitano fra gli iscritti al PCI durante il secondo conflitto oppure negli anni immediatamente successivi al 1945?
La risposta è NO, Giorgio Napolitano non fu compagno di partito nel 1943 di mio nonno Stefano, falegname, antifascista e quinta elementare, autodidatta circa le sue idee politiche e la sua convinta adesione alle idee di Proudon, Marx e Lenin. 

Guardate cosa riporta Wikipedia nella biografia di Giorgio Napolitano:

...Dal 1938 al 1941 studia al Liceo Classico Umberto I di Napoli, dove frequenta quarta e quinta ginnasio per poi saltare alla seconda liceo (erano gli anni della guerra). Nel dicembre successivo si trasferisce con la famiglia a Padova, e lì si diploma presso il liceo Tito Livio.[4] Nel 1942 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università Federico II di Napoli.
Durante quegli anni fa parte del gruppo universitario fascista (GUF), collaborando con il settimanale IX Maggio dove tiene una rubrica di critica teatrale...

Napolitano entrò nel PCI solo a occupazione nazi-fascista finita, nel 1945, fu eletto deputato del PCI nel 1953 e divenne ben presto amico di Bettino Craxi. Per la sua concezione revisionista si scontrò molte volte con Enrico Berlinguer, in rete trovate la lettera degli anni 70 a cui ha fatto riferimento più volte Eugenio Scalfari nei suoi scritti e nelle sue interviste televisive di quegli anni.

Ricordatevi sempre di Simon Bolivar: "PERDURA LO QUE UN PUEBLO DEFIENDE!". Fidel ha imparato presto questa lezione e i suoi concittadini e campesinos lo hanno scritto sui muri di L'Avana, dove campeggia, e sempre figurerà, il ritratto di Ernesto Guevara. 

Come ci insegna il maestro Tucidide, il primo storico che abbia lasciato cronache scritte, nella "Guerra del Peloponneso": ...io vorrei che la mia storia potesse risultare utile a quanti vorranno indagare la chiara e futura realtà ...perché, ciò che un giorno è accaduto, domani potrà pure accadere, secondo l'umana vicenda, in maniera uguale o molto simile...

Godiamoci la festa, cittadini M5s, ma, vi prego, conservate la voce rotta di emozione e pulita di Virginia, Chiara e Paolo. Le centinaia di migliaia di voti che oggi avete ricevuto, sono il martello più implacabile sulla tracotanza di Renzi e del suo entourage. La falce però, amici, tenetela sempre a portata di mano e, ogni tanto, fatela affilare, farà meglio il suo lavoro.

® © 2016 Stefano di Stasio. La riproduzione in tutto o in parte di quest'articolo, senza il consenso scritto dell'autore, sarà perseguita a termini di legge.

PS. Quando sentite, e la sentirete per settimane, la giaculatoria che gli ordini di scuderia hanno ordinato agli araldi PD, ovvero che, secondo loro, nel M5s sono confluiti i voti dalla destra, allora sfoderate la vostra più grassa risata! Nei festeggiamenti M5s si sta cantando "Bella ciao" NON "Giovinezza"!

domenica 12 giugno 2016

RèG 11. Kanelbulle, il messaggero di Odino


testo e foto di © 2016 Stefano di Stasio; LUND, Dicembre 2012

In bicicletta nella tormenta. Come riuscivano a non cadere? A terra la neve stava ghiacciando. Osservavo meravigliato quegli studenti che andavano in bici mentre fioccava. Mi coprii il capo con il cappuccio della giacca per ripararmi dal freddo. Era l’inizio di dicembre ma già in Svezia la temperatura era scesa a meno venti gradi Celsius. Avevo accolto l’invito della mia amica Yvonne che stava organizzando una conferenza. Ero andato per darle una mano. Mi aveva colpito il salone degli arrivi dell’aeroporto di Kopenhagen-Karlstrup. In alto c’era un enorme orologio. A destra la biglietteria a sinistra l’ufficio di cambio. Una scala e già eri sul binario per prendere il treno per la Svezia. Un tunnel sotto il braccio di mare che separava la Sjælland, l’isola di Kopenhagen, dalla penisola scandinava. Un tunnel e un ponte avevano definitivamente relegato nel settore dei miei ricordi di gioventù i traghetti che c’erano trenta anni fa. Yvonne era venuta a prendermi alla prima fermata del treno in terra Svedese. Appena sceso dal treno mi ero reso conto che camminare sarebbe stata una sfida. A ogni passo, a ogni minimo movimento, rischiavo di scivolare su uno strato di ghiaccio. Era notte e i fiocchi di neve venivano giù fitti e grossi. Diffondevano nell’aria secca la luce gialla dei lampioni rischiarando il piazzale di sosta della stazione. Il tratto in auto mi sembrò breve. Ogni parola scambiata con la mia amica pareva ovattata. Arrivammo a Lund. Ci accolse il fumo della centrale termica. Dopo un brindisi di benvenuto mi congedai da lei.
In albergo non si vedeva anima viva. Era già tardi. Presi la chiave in portineria e raggiunsi la mia camera. La notte passò lentamente. Dalla spaziosa vetrata posizionata di fronte al mio letto attesi la luce del giorno. Tardò a arrivare. Era l’inverno del Nord. Una luce d’emergenza e un bip-bip distolsero la mia attenzione dalla linea dell’orizzonte. Era lo spalaneve che aveva ripreso a lavorare. Mi vestii in  fretta e raggiunsi la sala della colazione. Sulla porta senza maniglia c’era un cartello che diceva “Per aprire mostrare la chiave dell’hotel”. Pensai a qualche stregoneria tecnologica dell’ ultim’ora. Estrassi dalla tasca della giacca la chiave con la sua targa di bronzo pesante e cominciai a sbandierarla davanti all’ingresso. Però era strano, non vedevo nessuna telecamera. Continuai così per qualche minuto. Niente, la porta non si apriva. Nel tunnel del centro commerciale attiguo all’hotel vidi da lontano avanzare due uomini. Erano vestiti in tuta di lavoro. Intirizziti dal freddo venivano a prendere un caffè. Mi feci da parte. Uno di loro, senza curarsi minimamente del cartello sulla porta, si accostò al lato sinistro vicino ai cardini e premette qualcosa. Mi sentii un incapace. Come ebbi modo di verificare nei giorni seguenti, tutte le porte di quella regione della Svezia erano equipaggiate di una grossa tavoletta metallica che funzionava da apri porta automatico. Era una soluzione intelligente. Così anche se avevi le mani occupate, la porta si apriva da sola e potevi entrare senza lasciare il tuo bagaglio.
Dopo la colazione decisi di fare quattro passi. Era domenica. Raggiunsi in autobus il centro storico e da lì la cattedrale. Era dell’anno Mille. All’interno c’era un grande orologio tutto fatto di legno. Fui colpito dal fatto che alcuni ragazzi distribuissero tazze di tè e caffè all’interno della chiesa. Mentre percorrevo la navata destra incrociai degli individui vestiti in abiti talari. Erano giovanissimi. Poi notai una cosa strana. C’era una donna vestita coi paramenti sacri. Che strano! Pensai che fosse una religiosa di qualche ordine particolare. Ancora una volta, mi sbagliavo. Erano le undici del mattino e cominciò la funzione religiosa. La donna salì sull’altare e iniziò a dir messa. In Svezia c’erano anche le sacerdotesse. Mi sembrò giusto. Pari opportunità. La celebrante lesse la liturgia e si soffermò sulla lettura di un testo sacro. Poi si interruppe. Che cosa aspettava? All’improvviso da un pulpito attaccato a metà della navata di sinistra si udì una giovane voce maschile. Era uno dei sacerdoti che avevo notato poco prima che spiegava l’omelia. Tutti i fedeli si girarono sulla loro sinistra per osservarlo meglio. Non capivo una parola di Svedese, ma dal tono si intuiva che il giovane prelato stava severamente arringando i convenuti sul messaggio evangelico. Si fermava, rimproverava, spiegava. Quando l’omelia fu finita, decisi di uscire anche se la cerimonia stava continuando. Nel parco di fianco alla cattedrale, mi divertii a camminare sullo strato soffice di neve. Scattai qualche foto alle statue che rappresentavano eroi nazionali. Poi su un mucchio di carbone e torba notai un gruppo di corvi. Sembravano interessarsi a me. Mi osservavano e poi comunicavano fra di loro. Chissà che cosa avevano da dirsi.
C’era un museo lì vicino. Entrai. La signorina all’ingresso mi illustrò la tariffa. Faceva la pubblicità di due libri sulle attività archeologiche condotte in un sito non lontano, situato in quella regione della Svezia meridionale, che si chiamava Uppåkra. I testi erano redatti dai professori che avevano curato il recupero dei reperti e stampati dall’editore dell’università. Erano in Inglese. Li acquistai cercando di tirare sul prezzo, ma fu inutile. Uno era dedicato alle monete che erano state rinvenute nel corso di vari scavi. Si intitolava Treasures in Skåneland. E così venni a sapere che quella parte della Svezia era stata a lungo sotto la dominazione dei re di Danimarca e che ogni re cercava di battere la sua moneta. Ma non avevano argento e oro a sufficienza e, per questo motivo, alla fine coniarono monete di rame che, tuttavia, non durarono a lungo. Era anche simpatico il fatto che, come in una lite di famiglia, ogni volta che subentrava un nuovo regnante dichiarava fuori corso le monete precedenti e sequestrava tutti i fabbri in grado di coniare monete per essere sicuro che fossero battute solo le sue. L’altro libro era più interessante, Barbaricum. Parlava di reperti archeologici dell’età del ferro. Alcuni di quei reperti erano esposti nella sala a piano terra del museo. Entrai nella sala, mi accolse una ambientazione multimediale dei fatti e dei luoghi. E così mentre il commento sonoro, fatto di vento e eco di grida, diffondeva dall’impianto stereo, un fuoco finto, dietro una parete di vetro, illuminava la stanza con i suoi bagliori palpitanti. Mi misi a osservare le punte di lancia e di ascia e i monili disposti in bell’ordine nelle teche. Nel sito di Uppåkra, nel corso di scavi recenti, erano stati rinvenuti i resti di un rito di festeggiamento sul nemico vinto. Era consuetudine dei popoli del Nord Europa nel quinto secolo, dopo avere ottenuto la vittoria in guerra, di riportare a casa tutto quello che erano riusciti a strappare al nemico vinto. Armi, merce preziosa, abiti, cavalli e prigionieri. Poi in una specie di rito orgiastico tutto questo veniva distrutto dalla popolazione dei villaggi. Così i prigionieri venivano impiccati, i cavalli affogati nei corsi d’acqua, le lance e le asce ridotte in pezzi. Perfino l’oro e l’argento, prima appartenuti agli avversari, venivano gettati nel fiume. Questo rituale venne in seguito definito “trionfo” dagli antichi Romani. Le cronache di Paulus Orosius, uno storico iberico dell’Anno Domini 417, fornivano i particolari crudi di questi riti. Nel mucchi di reperti del trionfo rinvenuti a Uppåkra c’erano delle punte di lancia ritorte e ossa umane. Nella stanza di seguito c’erano alcune bacheche con monili e collane. Molte erano di ambra. Un tempo gli uomini e le donne erano di statura più bassa rispetto a oggi. Così anche i gioielli erano minuti. La lavorazione era però precisa. C’erano motivi a onda, il serpente e l’orso, le rune. Di fronte ai gioielli c’era il cranio di una donna in una teca. Un’esecuzione. Nel cranio c’erano due buchi uno al centro e uno di lato. Gli esperti avevano ricostruito che questa poveretta era stata giustiziata, dopo essere stata immobilizzata in ginocchio, con due colpi di mazza. Uscii dalla sala, avevo bisogno di bere.


Nella caffetteria del museo lì vicino comprai un dolce alla cannella e un caffè. Uscii nel parco. Aveva ripreso a nevicare. Cominciai a mangiare con avidità ma il dolce era veramente grosso e dopo poco non ne ebbi più molta voglia. Mi guardai attorno. Da un muretto un corvo mi osservava attentamente. Lo guardai, mi guardò. Capii che cosa mi stava chiedendo. Staccai un pezzo del dolce di cannella e lo lanciai sulla neve. Il corvo non si scompose. Studiò ancora un po’ le mie intenzioni. Poi, per niente intimorito, volò basso e raccattò il suo pasto. Cominciò a beccare il pezzo di dolce. Continuai a mangiare per inerzia la mia ciambella. Dopo poco il corvo mi guardò di nuovo. Lo riguardai. Scambiammo veloci la sensazione di soddisfazione che condividevamo in quel momento. Lui, come me, era già sazio. Tuttavia a me non andava di sprecare il cibo avanzato. Anche lui era dello stesso avviso. Spezzai in due pezzi ciò che rimaneva nelle mie mani della ciambella. Lanciai verso di lui il primo pezzo. Saltellò sulla neve. Si avvicinò e prese il boccone con il lungo becco. Poi si girò. Si spostò, saltellando a piccoli balzi, verso il muretto. Arrivato nei pressi della base di questo, là dove i mattoni spuntavano dal suolo, affondò il suo capo nella neve. Quando riemerse nel becco non c’era più nulla. Che aveva fatto? Volevo essere sicuro di aver capito bene. Lanciai sulla neve l’ultimo pezzo di dolce. Ancora il corvo si avvicinò. Ancora raccattò il suo boccone. Con un saltello fece un dietro front. Si diresse questa volta verso un segnale stradale che era distante una decina di metri. Raggiunse la base del tubo di sostegno. Di nuovo affondò il capo nella neve fino a scomparire. Di nuovo riemerse senza boccone nel becco. Senza fretta si allontanò anche dal secondo nascondiglio. Tutt’intorno caroselli di fiocchi di neve impazziti nel vento celebravano, come in un rito ancestrale, il trionfo del gelido inverno che sopraggiungeva.

© 2011 Stefano di Stasio. Il plagio sarà perseguito a norma della legge sul diritto d'autore

    foto Stefano di Stasio © 2011 

La vie alternative (in francese) suggerita dal messaggero di Odino, il corvo della Scandinavia, la intuite anche nelle emozioni e nell'entusiasmo a cui fanno riferimento alcuni dei protagonisti della stagione degli hippies, the flower people, e, in particolare, nella narrazione di alcuni di loro, l'uno che disertò l'arruolamento militare, preferendo die Blumen al posto di der Krug, l'altra che descrive la sensazione di libertè total provata dormendo sulla spiaggia e guardando le stelle, e, anche, andando alla toilette dans la campagne.

 https://www.youtube.com/watch?v=-DT4RKWghSA

Con le interviste, le immagini del documentario e la colonna sonora.








martedì 7 giugno 2016

SHEQEL, grani di poesia

Sheqel 01. NOTTE 

di Gianfranco Graziano


 NOTTE 

Il giorno se ne va dietro quel colle
e s'alza il canto tremulo nel nido
fermi gli uccelli e con essi il mondo
quasi volesse contemplare l'infinito

Scure le strade e ombre svolazzanti come spettri
le nuvole bagnate dal debol raggio di una luna
che irradia un calor freddo e tenue
e chi lo avverte sa che porterà fortuna

Le luminarie accese il fumo dei camini
fatto di quercia che riscalda e accende
movendo su e giù l'ambiente che lambisce
che a fissarlo a lungo l'occhio non si pente

In una stanza un bimbo nel giaciglio
sente le voci  ma è il buio la sua paura
si agita e geme vuole la sua mamma
che accorre pronta donandogli sua cura

L'uomo è si stanco dopo il suo travaglio
ma questa notte sembra fatta di sospiri
calma le membra e la mente già s'inebria
alla vision della sua donna che già vuol che lui l'ammiri

Questa è la notte cala all'improvviso
e ad alcuni mette angoscia per altri è bella
ma tutti prima o poi di fuori all'uscio
muti a mirar la luce e il canto di una stella



                              

Copyright 2016 Gianfranco Graziano 

sabato 21 maggio 2016

RèG 10. Cronaca di un massacro

Intervista di Parole e Fografie (PeF) a Fausto Bellone (FB) autore della pièce teatrale "Non rimanga pietra su pietra. Cronaca di un massacro".


© 2016 Stefano di Stasio. L'intervista è a cura di Stefano di Stasio. La riproduzione, anche parziale, dell’articolo che segue deve essere autorizzata per iscritto da Stefano di Stasio. Ogni abuso sarà perseguito in termine di legge di salvaguardia del diritto d’autore.


D1. PeF.

Benvenuto Fausto Bellone alla rubrica Ribellarsi è giusto di Parole e Fotografie.
Ti chiedo, nei limiti del format indicato, di presentare la tua storia teatrale e di descrivere come è nata l’idea della rappresentazione “Non rimanga pietra su pietra. Cronaca di un massacro”, soprattutto di che cosa si tratta, e, se c’è, qual è il riferimento storico.

R1. FB
Grazie a voi, per l’ ospitalità. “Non rimanga pietra su pietra”, nasce dalla proposta dell’ amico Domenico Vastano, già responsabile della Pro Loco del Real sito di S. Leucio che, mesi fa, mi propose di sviluppare una pièce teatrale sull’ eccidio di Casalduni e Pontelandolfo (Bn) da parte dell’ esercito piemontese, capeggiato dal sergente Pier Eleonoro Negri agli ordini del generale Enrico Maria Cialdini; scettico, in un primo momento, mi sono poi catapultato, emotivamente parlando, in una delle stragi più vergognose dell’ Italia post unitaria. Una storia che mi ha spinto ad approfondire il tema attraverso la visita ai luoghi, attenta lettura di biografie e aneddoti storici che mi hanno poi permesso di procedere alla stesura del testo.Il brigante o “zappaterra” che dir si voglia, è il capro espiatorio di una manifesta volontà di eliminare totalmente qualsiasi tentativo di ribellione al “nuovo mondo”, noncurante della società rurale, ma anche industriale che l’ ormai “ex” regno borbonico si lasciava alle spalle.



D2. PeF

Chi ti intervista è un appassionato di storia in generale e di storia del c.d. brigantaggio in Italia meridionale post unità. È noto, credo a molti, che i meridionali si opposero all’occupazione piemontese, che lo stato dei Savoia era il più indebitato d’Europa, che le truppe di occupazione espropriarono i depositi d’oro della banca di Sicilia e del banco di Napoli e che, infine, dalla Reggia di Caserta furono depredati 18 vagoni ferroviari di preziose suppellettili e arredi, nonché che dal sito di San Leucio, sede dell’esperimento sociale del 1799 di socialismo illuminato, furono rapinati e venduti ai ricchi mercanti di salumi del Veneto, gli antichi telai in legno composti da migliaia di incastri e ruote dentate mosse ad acqua, che avevano fatto lo splendore della provincia di Terra di Lavoro con il commercio di seta pregiate. Da allora questi mercanti cominciarono a produrre tessuti, ancora oggi apprezzati, con un marchio italiano che divenne in seguito famoso nel mondo.

La domanda è:
quale prospettiva, dopo 15° anni, per un’azione legale di richiesta di indennizzo dei danni e dei crimini di guerra commessi durante la guerra patriottica di resistenza delle nostre terre, per esempio avverso le regioni Piemonte e Veneto? Anche se ciò non fosse possibile, ricordo che in un’intervista il compositore e cantante Angelo Branduardi, veneto di nascita, confidò che se fosse stato il meridione a invadere il veneto, la sua posizione sarebbe stata radicale nei confronti della ribellione all’invasione. Di conseguenza, tu Fausto, come giustifichi la mitezza e la pacatezza con cui i nostri corregionale della Campania, e i vicini della Lucania, Puglie, Calabria e Sicilia, affrontano a soli 150 anni di distanza, questa questione?

Viene quindi naturale chiedersi: chi apprezzerà Non rimanga pietra su pietra. Cronaca di un massacro, o, almeno, chi riuscirà ad orientarsi e a parteggiare nel frame storico a cui si riferisce la vostra pièce teatrale?

R2. FB

Dall’ intreccio incrociato, nasce una messinscena che punta a commemorare le vittime innocenti di uno dei tanti massacri dell’ Italia Post unitaria. Vincitori e sconfitti, ma sicuramente tutti “vittime” di una malsana logica di potere ed assoggettamento che non lascia scampo ad umanità o redenzione alcuna. L’ obiettivo della pièce è proprio questo: commemorare. Sensibilizzare. “Colpire”, con un pugno diretto all’ anima dello spettatore, testimone involontario di un massacro, ma anche e soprattutto di un’ invasione. La pièce non vuole essere pretestuosa rispetto la reale vicenda storica, ma sicuramente si pone in chiave revisionista rispetto la storia raccontata didatticamente nelle scuole. Rispetto alla nostra pacatezza rispetto tale questione, rilancio con una riflessione di Stellario Panarello: “O la storia è una cattiva maestra. O i suoi alunni troppo asini. O entrambe le cose”.



D3. PeF

Questa domanda è lapidaria. Parafrasando la famosa frase di Massimo D'Azeglio: l’Italia è fatta ora bisogna fare gli Italiani. Esistono davvero gli Italiani? Ovvero, che cosa abbiamo da spartire noi campani, lucani, pugliesi, calabresi e siciliani con chi (l’esercito dei Savoia) nel solo primo anno di occupazione, il 1861, ha commesso stragi uccidendo 15,000 persone, e nel totale dei sei anni di resistenza, dal 1861 al 1866, ha sterminato circa 100,000 uomini, donne, vecchi e bambini delle nostre terre? Perché mai dovremmo perdonare o, peggio, non parlare di questa barbarie piemontese?

R3. FB

Assolutamente. Credo bisogna parlarne, gridare e divulgare questi dati alla società italiana tutta, per non cadere nell’ errore di IGNORARE. La storia è sempre stata scritta dai vincitori, così come la nostra storia. Personalmente, anche perché di identità cristiana, credo si debba sempre rivolgere l’ animo verso il perdono, ma senza dimenticare ciò che è stato. Certamente, abbiamo diritto di replica, anche perché, come afferma il giornalista Giampaolo Pansa "Se la storia la facciamo raccontare solo a chi ha vinto, che storia è?".



D4. PeF

Quali pensi siano state le conseguenze più gravi dell’invasione e degli stupri dei Savoia sulle nostre popolazioni, a parte la scelta tragica post-resistenza dopo la resa del 1866, fra sottomissione e/o prigione oppure emigrazione all’estero?


R4. FB
La conseguenza più grave è stata la perdita di memoria storica che, negli ultimi anni, faticosamente si sta cercando di recuperare come pezzi di un puzzle scomposto e sbiadito. La storia è la memoria di un popolo e, privo di memoria, l’ uomo è ridotto al rango di un animale inferiore.



D5. PeF

Fausto, che cosa diresti a uno dei 500000 giovani brillanti laureati e specialisti che negli ultimi cinque anni hanno transitato per l’aeroporto di Capodichino per cercare lavoro a Londra e in UK, con un biglietto di sola andata?

R5. FB
Non emigrate all’ estero, ma abbiate il coraggio e l’ (in?)coscienza di restare e lottare per i vostri diritti nella vostra terra, seppur questa fosse maligna. Non è idealismo, ma tutela e rivendicazione di una radice culturale e storica, in un momento storico di grande disorientamento e annientamento dell’ identità territoriale.