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domenica 30 luglio 2017

CONFESSIONI di una PROSTITUTA MOLDAVA Parte 1
Per me l’Italia è il Paradiso

© 2017 Stefano di Stasio per testo e foto. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

L’inviato di PeF, dopo una trattativa durata mesi e dietro lauto compenso della meretrice, ha raccolto in prima persona questa testimonianza che pubblichiamo. VIVA l’ITALIA!

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Mi chiamo Cristina Sorocean e sono nata in Moldavia 24 anni fa, nella Transnistria, quella al confine con l’Ucraina. Dalle mie parti commerciano tutti in armi che esportano in tutta Europa. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è ELVIRA…

No, aspettate, che scema! Ho perso il pezzo iniziale, e sto dicendo la verità.
Scusate, ma a me piace bere la sera e poi, ma solo ultimamente, tiro pure un po’ di cocaina. E così mi scordo anche le cose importanti. Allora, dicevo che questo pezzo iniziale non lo volevo e così ho mandato un SMS all’autore di questo articolo, lo vedete come si chiama, lui è orgoglioso del suo blog Parole e Fotografie, in cui gli dicevo: “…cambia tutto, nome paese, nome di amiche, tutto, amore, e cancella foto che così mi rovini la vita, e poi dici che mi ami, non è vero, è una grandissima palla…”. Lo scrittore è uno stronzo, questo lo so da quando l’ho conosciuto un anno fa. Ma stronzo forte, eh! Però alla fine, rigiro come mi pare anche lui, gli argomenti non mi mancano, li vedi sotto la mia gonna che mi arriva quasi all’ombelico. E quindi lui mi ha dato ascolto, ha degradato la qualità delle foto in modo che io non fossi riconoscibile e ha modificato il testo del pezzo come adesso vi dico.

Una cosa vi voglio dire, se no, non capite un cazzo: io a questo stronzo di scrittore/giornalista non lo amo, come pensa lui, anzi mi fa schifo, però ci chiavo volentieri, perché lui, quando chiaviamo, mi fa fare le cose che mi piacciono a me. Non è mica come con i clienti! Quelli vogliono solo arrivare, 20 euro e vaffanculo. Lui, no, anzi! Da lui mi faccio leccare anche la fica che a me mi piace troppo assai! Certe volte lui mi dice “Amore godi tu, a me piace vederti che sei contenta” e mi fa arrivare prima a me e se lui poi alla fine non arriva nemmeno si incazza, dice che non fa niente e che si fa una sega. Ci siamo fatti più di cento chiavate io e lui in un anno e ho avuto certi orgasmi… Gli piace contare per quanti secondi godo, lui è fatto così, ha una mentalità scientifica. Una volta la mia fica ha avuto contrazioni per una quindicina di secondi. A lui gli piace quando io arrivo, perché, come mi disse quando cominciammo a chiavare quasi un anno fa, dice che una donna che caccia muco come lo sperma di un uomo quando gode, non l’ha mai incontrata. E a me quanto me ne cola di succo dalla fica quando arrivo! Me lo devo asciugare con un fazzoletto di carta!

Allora ritornando al racconto, la versione riveduta e corretta comincia così.

Mi chiamo errata Cristina Sorocean / corrige Nadia Serpentova e sono nata in errata Moldova / corrige Ukraina 24 anni fa, nell’oblast di errata Drochia / corrige L’viv. Dalle mie parti tutti commerciano in oro che esportano di contrabbando in tutta Europa, anche se il nostro oro non è purissimo, contiene un po’ di rame, ma costa la decima parte di quello che costa negli altri paesi dell’ovest. I doganieri polacchi lo sanno bene e fanno sempre i bastardi con gli Ucraini. Sono venuta in Italia a fare la puttana direttamente due anni fa. Il mio nome di puttana è errata ELVIRA/corrige OKSANA.
Prima mi hanno fatto conoscere la mia organizzazione che copre il territorio fra Casaluce, San Tammaro di Aversa e Capua. Loro mi hanno dato un cellulare ultimo modello e una casa, me l’ha affittata uno che lavora nella Polizia di Stato. Mi hanno fatto fare pratica per qualche mese in un locale notturno della movida di Carinaro di Aversa. Io sono brava con le lingue, parlo perfettamente il Romeno, il Russo, l’Albanese, e ora anche l’Italiano.

     © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Perché sono entusiasta dell’Italia? Ora ve lo spiego. Ho un’amica Romena, si chiama errata Ana/corrige Anka, lei fa la puttana da 7 anni, è più grande di me di età, è sulla quarantina. Qualche anno fa fu fermata dai Carabinieri e lei ne aggredì uno, graffiandolo e sputandogli addosso. Sta facendo il processo, ma nel frattempo, sai cosa succede? Quando qualche cliente non vuole pagarla, lei lavora a San Tammaro di notte, Anka gli sfila le chiavi dell’auto nel cruscotto e le lancia fuori dal finestrino per non farlo fuggire. Poi chiama i Carabinieri di Capua. Sì, avete capito bene! Anka chiama i Carabinieri. Questi vengono e intimano al cliente di pagare la signorina puttana, come la chiamano loro. Anka allora cosa fa? Se aveva pattuito per la prestazione bocca-fica 20 euro, dice che si era messa d’accordo per 100 euro e i Carabinieri costringono il malcapitato a pagare i 100 euro. Dove succedono cose così? Solo in Italia! A me sembra di vivere nelle favole.

Da me e da Anka vengono un sacco di poliziotti e carabinieri in borghese, ci fanno sentire protette. Dove abbiamo paura è solamente ai posti di blocco. La mia organizzazione possiede un parco macchine di più di 50 auto “pulite”. Noi prostitute che lavoriamo per loro ce le scambiamo e ce le vendiamo fra di noi, tanto nell’organizzazione ci sono anche le compagnie di assicurazione che ci fanno la polizza anche se noi non siamo il proprietario dell’autoveicolo, sul libretto di circolazione c’è il nome di una persona inesistente. Anche le SIM dei cellulari sono intestate a persone che non esistono o che sono morte.

 

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Io sto qua, ho il compito importante di allargare verso Caserta la zona di controllo della mia organizzazione. Loro sono potenti. Sotto la copertura di puttana, io do una mano ai camorristi a fare carico e scarico di droga. E come faccio? È semplice. Arriva un furgone e lascia un carico di cocaina laggiù, la vedi quella specie di discarica nascosta dalla duna di terra? Io non tocco niente per carità. Faccio da vigile in mezzo al traffico, diciamo che faccio il vigile della cocaina, nel senso che vedo chi consegna, me lo appunto, e mi faccio dire chi deve venire a ritirarla. Naturalmente poi sorveglio che nessun coglione, che non c’entra un cazzo con il passaggio di mano, tocchi il finto sacco di spazzatura che contiene la cocaina nascosta.
Ma per me è facile: io laggiù ci porto a chiavare i clienti, così nessuno si avvicina, nemmeno i Carabinieri, perché pensano “è una signorina puttana che sta lavorando, lasciamo perdere”. Alla fine della mia giornata di puttana, verso le 17 d’inverno e verso le 18 d’estate, appena io vado via, viene chi deve ritirare la merce. Così, io gli spacciatori piccoli non li incontro proprio, e loro non vedono me, che è meglio, non si sa mai. Io conosco solo i corrieri dei grossisti di cocaina, quelli che la portano con il furgone bianco la mattina, e la nascondono in mezzo ai rifiuti.

I contadini qua attorno mi hanno denunciato, anche da Capua due vigili urbani sono venuti cento volte e tutte e cento ho detto loro che ero senza documenti e ho dato un indirizzo falso. Il risultato? 500 euro di multa al cliente Italiano, lui ha un indirizzo vero sulla sua carta d’identità.
E io sto ancora qua, allo stesso posto, a fare la puttana e nessuno riesce a farmi andare via. Poi quei due, lo sai? Mi ha detto Giulia la puttana che sta un chilometro più in là, che qualche volta tornano, ma non con la macchina del comune di Capua, con una macchina vecchia. Vengono in tre e vanno a chiavare con lei, gratis.

Una sola volta i Carabinieri di Capua mia hanno portato in caserma per identificarmi, mi hanno preso le impronte digitali e il giorno dopo ho dovuto mostrare loro il passaporto, hanno preso il numero del passaporto. Io non ho il permesso di soggiorno, sono clandestina, ah, ah, ah! Prendetemi se siete capaci! Ma sai che grande problema! Sono tornata in errata Moldova/corrige Ukraina a Natale e con 100 euro ho corrotto il funzionario della polizia moldava e mi sono fatta rilasciare all’istante un passaporto nuovo fiammante, ovviamente con un nuovo numero di passaporto. Per il permesso di soggiorno, la mia organizzazione è internazionale, ha uomini all’interno dell’ambasciata italiana a errata Chișinău/corrige Kiev, posso avere tutti i visti turistici che voglio. Basta che torno in Ukraina e compro un biglietto aereo di andata e ritorno per l’Italia, vengo qua con il visto di tre mesi, il biglietto di ritorno non lo uso. All’aeroporto di Napoli, invento ogni volta un indirizzo diverso di una mia amica italiana che non esiste, quando la polizia mi chiede presso chi vado a soggiornare in Italia. Mi sento potente, nessuno mi può toccare. A tutte le altre prostitute della zona i carabinieri di Capua hanno consegnato il foglio di via, perché a me no? Eppure avevano l’ordine di notificarlo. Io sono troppo intoccabile, ho scelto bene i miei amici di Aversa.

 

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Dici, se a me mi piace di fare la puttana e di fare la sorvegliante dello scarico di cocaina?
No, a me mi fanno schifo i clienti Italiani, anche se io vado solo con gli Italiani, con gli stranieri no, quelli picchiano. Gli Italiani ci trattano a noi puttane come delle fidanzate, anche se il 99 percento ha una moglie e dei figli a casa. Figurati che uno dell’esercito, un maresciallo, mi portava la spesa che faceva per me al supermercato, e quando mi hanno portato in caserma ci è venuto dietro perché si preoccupava per me. I contadini mi fanno le denunce, ma poi qualche contadino viene a chiavare con me e mi fa i regali. Da me vengono pure medici dell’ospedale di Caserta e avvocati di Aversa. Servono alla nostra organizzazione e i miei capi me li mandano per farli distrarre e ripagarli con i miei bucchini e la mia fica a pecorina.

E poi un’altra cosa, me la stavo dimenticando: da me mi mandano, i camorristi che stanno agli arresti domiciliari fra S. Maria Capua Vetere – Capua - S. Tammaro di Aversa. Quelli vanno di fretta perché, se i Carabinieri scoprono che non stanno a casa, li mettono direttamente in carcere. I miei amici me li mandano, io gli faccio un bucchino e pecora veloce, e loro se ne tornano dritti a casa agli arresti domiciliari, ma intanto hanno chiavato e sono contenti.
Per il lavoro di vigile della cocaina che ne penso? Non sono cazzi miei, mi hanno detto di fare così e io lo faccio, però a ogni scarico che sorveglio per una giornata mi danno mille euro! E per me non sono pochi, dovrei fare in un giorno cinquanta bucchini pecora, e figurati! Certi giorni viene un solo cliente. Nelle giornate fortunate, ne faccio 12-15.

Quanto faccio in un giorno facendo la puttana? Anche 400 euro, escludendo gli extra che guadagno come vigile della cocaina, ma loro, i grossisti non consegnano spesso, diciamo una volta al mese. A guadagnare comunque guadagno, pure solo con la fica. 

Tu non sai quanti pensionati vengono a spendere la pensione da me. Sono ridicoli, non ce la fanno a chiavare, ma vogliono vivere u’ sfizio/lo spasso, la trasgressione del marito che lascia a casa la moglie anziana e va a puttane. Spesso la moglie è immobilizzata a letto per un ictus o una frattura. Io li assecondo, loro mi pagano 20 euro a botta, mi faccio pagare appena arrivano. Io sono brava, un cliente lo sbrigo pure in tre minuti, dipende da quanto sta arrapato. E se non sta arrapato, dopo cinque minuti di bucchino, gli dico: Tu non sei buono, vattene! E lui si mortifica pure, hai capito come sono gli Italiani? Oppure se un cliente arriva dopo due-tre colpi nella mia fica, a volte se la prende con il suo cazzo e lo chiama “stu strunz’ che teng’ in miez i’ cosce/ Questo stronzo che ho in mezzo alle gambe! (il pene ndr)”.

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio

Gli Italiani sono favolosi e l’Italia per me è il Paradiso. Qua ho potuto comprare borse di 2000 euro e scarpe di 700 euro. La mia famiglia, intendo mia madre e mia nonna, lo sanno che faccio la puttana in Italia e anche la criminale nell’organizzazione di malavitosi. Mio padre e mia sorella errata Victoria/corrige Orissa invece non lo sanno e non lo devono sapere. Mia sorella è una brava ragazza, ha lavorato qualche volta nei supermercati in errata Moldova/corrige Ukraina per uno stipendio che equivale a circa 200 euro al mese. Mio padre lavora come guardiano di una fabbrica e lo pagano 600 dollari al mese, in Russia a Sochi. Poveri scemi, mio padre e mia sorella. Mia sorella è fidanzata con un elettricista, si chiama errata Arthur/corrige Victor. Lei non deve sapere che faccio la puttana, se no Victor non se la sposa. Però i soldi da me li vuole, ogni tanto glieli mando quando lei è al verde.

Ah! A proposito: io sono ricca in errata Moldova/corrige Ukraina, abbiamo una fattoria e mio padre ha comprato due appartamenti per me e mia sorella uno a errata Drochia/corrige Truskavetz, da dove veniamo, e uno nella capitale  errata Chișinău / corrige Kiev.

No io non ho bisogno economico di fare la puttana e nemmeno di lavorare con gli spacciatori di cocaina.
Mi piace però avere molti soldi in tasca, mi ubriaco la sera e più di una volta ho sfasciato macchine non mie in incidenti serali. I proprietari? Sono Italiani, non mi hanno detto nulla, si sono preoccupati se io mi ero fatta male.

A Carinaro di Aversa, dove abito clandestinamente a casa del poliziotto, c’è una farmacista che lavora per l’organizzazione. Senza ricetta mi dà tutto quello che voglio, dalla pillola del giorno dopo ai medicinali per il mal di testa e la tachicardia. L’organizzazione ci manda anche da una ginecologa, molte delle sue clienti fanno le puttane. A lei la pagano i nostri capi.

Che cazzo posso volere di più dalla vita? VIVA l’ITALIA!


© 2017 testo e foto Stefano di Stasio. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

venerdì 28 luglio 2017

REPORTAGE sulla PROSTITUZIONE in Italia. 
ELVIRA: il racconto e le incongruenze

Reportage PARTE 1

Reportage PARTE 2

Reportage PARTE 3
© 2017 testo e foto sono di Stefano di Stasio. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

PeF. Elvira/Cristina puoi raccontarci come si svolge la tua giornata?
E/C. La mattina ci vediamo con chi sai tu in un bar fra Casaluce e San Tammaro di Aversa. È il nostro punto di ritrovo, di noi prostitute intendo e dei nostri amici. Facciamo colazione e loro ci danno un po’ di indicazioni per la giornata. Nei processi per camorra per esempio servono due categorie di professionisti: avvocati e medici. Noi serviamo per pagare in natura le prestazioni di questi professionisti. I medici lavorano tutti in ospedali pubblici e ASL, là dove si fanno i referti di medicina d’urgenz o di medicina legale e anche dove vanno quelli che stanno in carcere a fare la visita quando accusano malattie e cercano di allentare il carcere duro o di tentare un’evasione. Ognuno dei nostri protettori ci dà la foto e l’orario di massima di quando il medico o l’avvocato passerà dalla nostra postazioni in strada per riscuotere sesso senza pagare a fronte di un favore fatto ai miei amici.

PeF. E poi? Andate al lavoro verso che ora?
E/C. L’orario in cui ci dobbiamo trovare ai posti che ci siamo scelte è circa le 9:30. L’accordo con l’organizzazione consiste nell’essere disponibili gratis per avvocati e medici e inoltre ci viene chiesta una tassa mensile che varia da ragazza a ragazza ma non è mai meno di 1000 euro. Il primo giro di controllo dei nostri amici, per vedere che non ci allontaniamo dai nostri posti e se tutto è a posto, è alle 10 circa, poi alle 13 e alle 16. Io, prima di entrare nel giro buono, venivo presto la mattina e cominciavo a fare la puttana verso le 8:30. Poi mi trattenevo oltre le 16 che è l’orario concordato con loro, fin verso le 18. Tutto quello che guadagno prima delle 10 e dopo le 16 lo tengo per me senza tassa.

PeF. C’è una sola organizzazione?
E/C. No, diciamo che ogni nazionalità ha il suo riferimento, le albanesi contattano prima gli albanesi, le rumene i rumeni, ma poi sta a te fare carriera, perché il gruppo più potente è uno solo, quello con cui sto io adesso e che mi ha dato una SMART bianca nuova di zecca. Per esempio te le ricordi quelle prostitute romene che stavano con me l’anno scorso? E quella albanese dall’altra parte del fiume? Sono state tutte allontanate. I carabinieri hanno consegnato a tutte il foglio di via. Anche per me era pronto un mio foglio di via, ma come vedi sto ancora qua. È rimasta solo una romena, quella bionda grassa con le zizze enormi, un po’ più grande di età, quella che i clienti ci vanno specialmente perché sa fare bene i bucchini. Quella è una schifosa, chiava senza preservativo e fa anche in culo. Anche i bucchini, se la pagano di più, li fa senza preservativo! Non parlare con lei, mai! Anche se vai a farti fare un bucchino, non ci parlare e non la stare a sentire, ok? È una schifosa!

                                                      © 2017 foto Stefano di Stasio

Mentre lei raccontava la sua giornata tipo, mi rendevo conto che il suo racconto non quadrava. Avevo visitato altre prostitute della zona e mi ero fatto un profilo tipico più o meno valido per tutte: rispetto per il cliente per non spedirlo dalla puttana concorrente, bassa scolarità, spesso divorziate e con figli, nessuna difficoltà alle pratiche base del mestiere, bocca/fica, prestazione di almeno 20-25 min. Viceversa, Elvira/Cristina era istruita, parlava correntemente Romeno, Albanese, Russo, Bulgaro e Italiano, aveva due diplomi universitari in economia, disprezzava i clienti, contava con il cellulare 5-7 minuti di rapporto sessuale, cazzo in bocca pochi secondi e poi nella fica ma solo a pecorina, se il cliente le chiedeva qualche minuto in più oppure qualche fantasia particolare, anche minima, come di dirgli delle parole zozze o di accarezzarlo un po’, era capace di rispedirlo a casa in bianco senza farlo arrivare, aveva problemi con le pratiche base di una puttana, diceva che il bucchino, una pratica che le faceva schifo anche se le piaceva farsi leccare la fica, la faceva vomitare, si faceva chiavare solo alla pecorina e solo in piedi, perché diceva che le macchine di molti clienti campagnoli erano sporche, e infine, chiavava anche male. Insomma sembrava non importarle affatto né di perdere i clienti, né dei soldi che diceva di aver bisogno di guadagnare con la sua presenza ossessiva dalla mattina presto fino al tramonto al suo “negozio” quel caseggiato diruto di fianco a quel viottolo di campagna, pieno zeppo di preservativi usati, fazzoletti imbevuti e ratti. Voleva o doveva essere presente ai bordi della strada per qualche altro motivo. I suoi clienti erano per circa il 70% pensionati, per un 15% operai che andavano a chiavare con lei spesso con il furgone della ditta, un 10 % campagnoli e venditori ambulanti e per il rimanente 5 % medici e avvocati, con l’eccezione di uno studente universitario, che poi alla fine scelse la concorrente rumena, la bionda grassoccia e prosperosa, probabilmente esasperato dal cronometro di Elvira e dalle sue limitazioni cogenti. Un’altra differenza con le altre puttane era che cambiava cellulare spesso. Mi mostrava gli i-phone con lo schermo spaccato e inventava le scuse più assurde: diceva che c’era un topo in casa, che le era caduto. In realtà, come seppi in seguito, Elvira/Cristina la sera nei locali della movida di Carinaro di Aversa era solita imbottirsi di alcoolici, aveva persino distrutto un’auto che le avevano prestato. E tuttavia tanti i-phone distruggeva e nuovi i-phone comparivano dopo al massimo 48 ore nuovi di pacco, sempre però con la stessa SIM. Lei diceva che la SIM gliela avevano data i suoi amici camorristi e che a quel numero non era associato nessun nome utente.
Due cose di lei colpivano l’immaginazione: il tatuaggio che aveva sull’interno dell’avambraccio sinistro, sembrava una di quelle effigi medioevali del diavolo raffigurato come un caprone, e un paio di misteriosi clienti importanti che la visitavano una volta al mese circa e con i quali andavano a chiavare o nell’albergo “il cavallino” nei paraggi oppure in alberghi a 30-40 km di distanza. Con questi Elvira, così attenta al cronometro staccava la spina e, a volte, ci si tratteneva anche da 1 ora e mezza fino a 3 ore, dicendo che da entrambi veniva remunerata con 100-150 euro. Figuriamoci se erano clienti normali!
Negli stessi intervalli di tempo Elvira era capace di passarsi da 10 a 20 clienti, che significava, senza regali extra, da 200 a 400 euro. E lei, invece, si era diplomata in matematica presso l'università del suo paese del cazzo, la Moldova.
Conclusi che l’attività di puttana era per Elvira/Cristina una copertura ben congegnata, e che la sua parte, nella potente organizzazione di cui mi parlava, non era di pagatrice di pizzo e di prestatrice di manodopera per bucchini e chiavate gratis ad avvocati e medici conniventi, ma era ben altro.

    © 2017 foto Stefano di Stasio                      © 2017 foto Stefano di Stasio

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FINE REPORTAGE PARTE 3. CONTINUA

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mercoledì 26 luglio 2017

REPORTAGE sulla PROSTITUZIONE in Italia: 
INTERVISTA a ELVIRA


Reportage PARTE 2

© 2017 testo e foto sono di Stefano di Stasio. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

Dopo mesi di diffidenza iniziale, riuscii a entrare in contatto con quella che pensavo essere la personalità della prostituta Moldava che si faceva chiamare Elvira. Le facevo delle domande e a lei piaceva rispondermi, mi diceva “Io non sono puttana, faccio la puttana”, “con te mi sento Cristina, non Elvira”, Cristina era il suo vero nome. Mi parlò del suo primo fidanzato Pietro in Moldavia e del primo in Italia, tale Lorenzo. Mi diceva che lei non tradiva, che erano gli altri che l’abbandonavano. Mi disse che, quando era arrivata in Italia nel 2015 a 22 anni, aveva affittato una casa dalle parti di Carinaro di Aversa, senza contratto dal proprietario che faceva il poliziotto che veniva a ritirare l’affitto quando lei non c’era. Mi diceva che aveva cominciato a esercitare il mestiere di prostituta nel Gennaio 2016 perché, dopo il suo arrivo ad Aversa aveva lavorato in un bar e aveva perso il lavoro perché il gestore del bar la teneva al nero. Anche diceva che era stata mesi senza lavorare e che poi, alla fine, aveva conosciuto una prostituta Romena che, impietosita della sua condizione economica le aveva proposto di lavorare con lei e l’aveva accompagnata la prima volta per insegnare come si faceva. Mi parlava della sua famiglia in Moldavia, padre, madre e una sorella, e mi mostrava le foto. In quel periodo durante l’estate e l’autunno del 2016, ogni santo giorno era solita salire e scendere senza riposo dalle macchine dei clienti che si alternavano facendo la fila, una roba da far venire il capogiro. Quindici, venti clienti al giorno, tariffa per prestazione standard bocca-fica 20 euro. Mi confidava che lei si rifiutava di fornire prestazioni “particolari”, come gli chiedevano i clienti Italiani, visto che lei andava solo con gli Italiani e con gli immigrati dell’est, come lei, o con gli africani no. Diceva che la sua prestazione consisteva nel fare al cliente pochi secondi di pompino, perché il cazzo in bocca le faceva venire da vomitare, e poi diceva che assumeva la posizione detta pecorina per farsi chiavare, con le cuffiette nelle orecchie e il cellulare in mano per contare i minuti di prestazione. Il suo limite massimo per un cliente di 20 euro era, in quel periodo, di 15 minuti, là in campagna nella macchina del cliente, oppure di 30 minuti, ma con un pagamento di 50 euro, in uno degli alberghi per puttane dei paraggi.
Mi diceva anche altre cose con una disinvoltura pazzesca e una proprietà di linguaggio e padronanza dell’Italiano parlata e scritta che mi facevano dubitare che lo avesse imparato nei pochi mesi che diceva di aver lavorato in quel bar a Casaluce/Carinaro di Aversa.
Non ci misi molto a scoprire che mentiva benissimo e che il 90 percento delle cose che mi confidava Elvira/Cristina erano palesemente false. Me ne accorsi le prime volte per deduzione logica, poi per caso, poi considerando sempre nella mia mente, come seconda opzione, che la realtà fosse l’esatto contrario di quando diceva e andando a verificare di persona, quando era possibile.


FINE REPORTAGE PARTE 2. CONTINUA

  
   © 2017 foto Stefano di Stasio                                 © 2017 foto Stefano di Stasio

 
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FINE REPORTAGE PARTE 2. CONTINUA



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martedì 25 luglio 2017


FOTOREPORTAGE sulla PROSTITUZIONE in Italia:
la VIA MOLDAVA 



Reportage PARTE 1

© 2017 testo e foto sono di Stefano di Stasio. Qualsiasi tentativo di riproduzione o plagio sarà perseguito in termini di legge

Incontrai una prostituta Moldava un anno fa insieme ad altre prostitute Romene. Il suo nome di battaglia era Elvira, riuscii a sapere, ma non subito, che proveniva da Drochia nella Transnistria, la parte di Moldova al confine con l’Ucraina, famosa per i suoi abitanti sfacciatamente filorussi e per il traffico illegale di armi di qualsiasi tipo. Quello che mi colpì di lei all’inizio fu la giovane età, 23 anni, il fatto che parlasse correntemente romeno, moldavo, albanese e russo, oltre che un quasi perfetto italiano, e, insieme la semplicità e la estrema spregiudicatezza. Aveva cominciato a Gennaio 2016 a fare la puttana, presentandosi una mattina nel posto in campagna dove già esercitavano altre Romene. L’avevo vista, nei primi mesi, salire e scendere dalle macchine dei clienti, a volte ne contavo diverse, una volta ne ho contato nove. Da una scendeva e sull’altra saliva. Ogni cliente, prestazione standard bocca/fica, erano 20 euro. Quando, a fatica, cominciai a entrarci in confidenza, mi rivelò che nei mesi da Gennaio a Agosto 2016, in qualche giornata aveva guadagnato così anche 400-480 euro, la divisione per 20 la lascio a voi per sapere con quanti clienti era stata. Inutile dire che qualche Romena, in età più attempata, dico di 30-35 anni, era invidiosa di lei e cominciò a dire che i suoi brufoli, che aveva sul culo, sempre in mostra, e sulle cosce, erano dovuti al fatto che la Moldava non si lavava e che era piena di malattie. Lei giurava di no e diceva: “Maledette romene!”. Per altre mie domande, le prime, discrete per valicare la sua diffidenza, la sua risposta standard era: “Io sono così”. In realtà né lei né le Romene, all’epoca, mi dicevano la verità. Nei mesi successivi in cui la frequentai, la prostituta Moldava mi sparò addosso tonnellate di bugie e improperi, dai quali, con pazienza, snocciolai, piano piano e con molti soldi e sudore, una mia versione del vero.

    © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio


        
     © 2017 foto Stefano di Stasio                     © 2017 foto Stefano di Stasio


FINE REPORTAGE PARTE 1. CONTINUA

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domenica 23 luglio 2017

RICETTA KRIMINALE terza puntata


© 2017 Stefano di Stasio. I racconti qui riportati sono opera di fantasia, ogni riferimento a fatti/persone realmente accaduti/esistenti è puramente casuale. La riproduzione è vietata, gli eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.


PUNTATA 1.
Меня зовут Кристина Сорокеан
… Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.
PUNTATA 2.
… quello scemo di Pietro, ce l’aveva troppo piccolo e, soprattutto, adesso non mi serviva più.

PUNTATA 3.
Cominciai a chiedere dei soldi a Igor, eh sì, mi servivano per comprarmi delle cose belle per me. Me le meritavo per tutte le volte che gli prendevo quella enorme cappella in bocca e nella fica. Ma in bocca non lo facevo venire però, che volete a me lo sperma mi fa schifo ma il cazzo mi entusiasma, e anche quando mi sborrano nella fica godo come una porca, ma sulla pelle e sulle mani proprio non lo sopporto. Igor mi diede in due mesi 4000 dollari e con quelli mi comprai una BMV di seconda mano colore blu notte. Io Ristinka Orocean a bordo di quel bolide 2000 di cilindrata, andavo da Chișinău a Drochia che sono più di 100 km in un’ora, ed è un record visto le strade che ci sono in Moldavia. Mi piaceva sfrecciare alla guida con lo stereo a tutto volume per le strade di Drochia, con gli occhiali da miliardaria e i vestiti firmati. Mi sentivo invincibile. A mio padre, per telefono, dissi che la macchina me l’aveva prestata un avvocato celebre di Chișinău con il quale avevo stretto una tenera amicizia. E lui, mio padre, quel povero morto di fame e di fatica, che lavorava a Sochi in Russia per 700 dollari al mese, quando glieli davano, come guardiano notturno di una fabbrica, non solo ci credette, ma addirittura si entusiasmò interessandosi al fatto se “l’avvocato” era già sposato o no. Io risposi a mio padre “Ma che dici papà, io non faccio amicizia con gli uomini sposati!”. Se la bevve subito anche mia sorella Bictoria, che all’epoca soffriva pene d’amore perché il fidanzato, con il quale conviveva, aveva alla fine dato ascolto al padre, il quale gli aveva sempre detto che Bictoria non era la ragazza giusta per lui.
Mia madre e mia nonna non mi credettero. Sapevo che la nonna, da giovane aveva lavorato in un bordello per i soldati dell’armata rossa in una delle zone del Volga, durante la grande guerra, anche se non ci aveva guadagnato granché, solo una pensione minima dell’Unione Sovietica quando il conflitto era finito. Anche mia madre da giovane aveva lavorato di fica a Chișinău in un locale notturno negli anni ’80 quando era caduto il muro di Berlino. Lei si era comprata la fattoria dove abitavamo ora con i guadagni di sesso mercenario, e poi aveva conosciuto mio padre, al quale aveva fatto credere di essere addirittura vergine, sottoponendosi a una piccola operazione di chirurgia plastica per la ricostruzione dell’imene. Dunque, mia madre, quando mi vide al volante della BMV, mi guardò torva e disse “Ristinka stai attenta a quello che fai, bada di non esagerare con l’amore!” e ci capimmo subito perché avevamo parlato un sacco di volte di come chiavare e dei trucchi per non restare incinta, e tra di noi questo lo chiamavamo amore.

Dopo due mesi, Igor non aveva più un dollaro e cominciò a bere e a essere nervoso. Allora cominciai a esplorare i suoi amici, gli uomini che lui mi aveva presentato nei locali delle notti brave a Chișinău.
Ce n’era uno, un cecoslovacco, si chiamava Ektor, diceva di lavorare nell’import/export di vini con l’Italia. Non era un mercenario, era basso e tarchiato, sulla quarantina, ma, cazzo, come era pieno di soldi! Non potevi non accorgertene, perché quando offriva da bere, tirava fuori dalla tasca una mazzetta di banconote da 100 dollari, solo banconote da 100. Non gli avevo mai visto in mano una copiura da 10 dollari. Cominciai a fargli gli occhi dolci, quando Igor era al bagno o quando era brillo. Soprattutto cominciai a scoprirmi il culo alzando la gonna e inarcando la schiena appoggiata con le braccia al bancone del bar. Ektor non era dotato come Igor, lo capivo dal fatto che, nonostante mostrasse segni di eccitazione e occhi pieni di voglia quando facevo la troia, la patta dei suoi pantaloni rimaneva sempre a livello base senza che si alzasse nessuna tenda dei pantaloni all’altezza dell’inguine.  
Comunque ci stava. Fu lui a dirmi: “Ristinka, tu sai parlare quattro lingue, il russo, il rumeno, l’albanese e il bulgaro. Ho in mente un lavoretto per te, puoi guadagnare tutti i soldi che vuoi. Ma mi serve un atto di interesse da parte tua” e nel dirlo mi guardò la minuscola mutanda nera che si intravedeva fra le mie natiche.

Capii al volo dove voleva arrivare e mi detti da fare a chiedere alle mie amiche più zoccole come si faceva a farselo mettere in culo. Devo dire che non ne trovai molte in grado di darmi spiegazioni esaurienti, perché da noi la religione ortodossa considera la sodomia un peccato gravissimo, un po' come i musulmani sunniti.
Comunque Ektor mi diede appuntamento due giorni dopo in un albergo di Chișinău. Inutile dire che mi ero sbarazzato di Igor, dicendogli che ero rimasta incinta di un altro, e mi ero messa pure a piangere, e quello stronzo ci aveva subito creduto. Mi aveva perfino dato gli ultimi 50 dollari che aveva in tasca, raccomandandomi di abortire.
Nella stanza di albergo Ektor indugiò a spogliarsi, allora io lo feci arrapare un po strusciandomi al suo davanti con la mia schiena e mostrandogli culo e tette. Quando si tolse le mutande, capii perché era stato titubante. ce l'aveva davvero piccolo, in erezione era lungo, forse, 12 centimetri, quanto il dito indice di Igor.
Lo presi in bocca un po’, poi lui mi chiese il culo. Io feci finta di essere timorosa e gli chiesi di usare tutta la delicatezza di cui era capace. Allora lui tirò fuori dalla borsa di pelle che usava per lavoro un flacone che conteneva  una sostanza oleosa trasparente. Quando gli chiesi che cosa fosse, mi disse che era l’olio alimentare che si versa, in piccolissime quantità, sulle damigiane di vino e sui tini, in modo che si formi una sottile pellicola di olio che impedisca al vino di ossidarsi all’aria. Me lo feci versare in mano, e mi unsi per bene lo sfintere. Quindi mi misi sul letto nella posizione della pecora o della cagna come dice qualcuno. Ektor si avvicino. Da sotto alle gambe con le mani gli presi la minuta capocchia e me la appoggiai sul buco. Gli ingiunsi di non muoversi finché glielo avessi detto io. Le mie amiche porche mi avevano spiegato che bisogna concentrarsi per aprire lo sfintere, e che è questo il punto difficile perché, di riflesso naturale, il muscolo tende a contrarsi quando sente il contatto con un corpo esterno. Però, io mi rilassai, e cominciai a esercitare i muscoli sotto il buco e lentamente, tenendo il cazzo di Ektor fermo fra le mani, a spingere. Dopo pochi minuti, riuscii a vincere il riflesso involontario e feci entrare la piccola cappella nel mio culo. A questo punto, mi girai  e con voce finta di eccitazione gli dissi “chiavami bene amore, voglio tutto il tuo cazzo fino in fondo al mio culo!”. Quel coglione non capì più nulla, comincio goffamente ad andare davanti e indietro. Era talmente fatto di voglia che uscì con la capocchia diverse volte e, tutte le volte, con lo stesso metodo, gliela riafferrai con la mano e me la rimisi dentro, perché lo sfintere, una volta dilatato rimane aperto per molto tempo. Ora il cazzo ballava nel mio culo, sentivo lo sbattere delle palle di Ektor contro le mie natiche, ma, anche se finsi di provare piacere, non sentivo proprio niente.
Il suo uccello era troppo piccolo. Nei miei pensieri, mi mangiai le mani di non aver provato quella pratica col pisello di Igor, allora sì che avrei goduto come una vera troia! Ma ora Igor era andato, non aveva più soldi e non mi interessava più.
Dopo qualche minuto di andirivieni, il cazzo cecoslovacco mi spruzzò molto sperma nell’ampolla rettale, provocandomi un fastidio che non conoscevo. Mi girai di scatto, lo mandai a fare in culo in Romeno e corsi n bagno a lavarmi. Gli spruzzi di sperma mi avevano provocato un prurito fastidioso nel culo. Quando uscii dal bagno quello stronzo era seduto sul letto con l’aria beata, e si guardava il cazzo che si era ridotto, a riposo, alle dimensioni di una lumaca.
Io mi rivestii subito e, assunta un’aria severa, gli dissi decisa: “Ora parliamo di affari!”.
CONTINUA

© 2017 Stefano di Stasio, capitoli della serie Ricetta Kriminale



© 2017 Stefano di Stasio è l’autore sia del testo sia delle foto, entrambi sono coperti da Copyright. Ogni riproduzione non autorizzata sarà perseguita in termini di legge.

sabato 22 luglio 2017

RICETTA KRIMINALE seconda puntata

© 2017 Stefano di Stasio. I racconti qui riportati sono opera di fantasia, ogni riferimento a fatti/persone realmente accaduti/esistenti è puramente casuale. La riproduzione è vietata, gli eventuali abusi saranno perseguiti in termini di legge.
Dalla puntata precedente:
Меня зовут Кристина Сорокеан
… Ma adesso veniamo al dunque, vi racconto la mia storia.

In Moldavia ho frequentato le superiori e poi anche l’università nella capitale Chișinău, ho preso due diplomi in Economia. Avevo 21 anni, l’età giusta per rendermi conto che ero intelligente, sfacciatamente bugiarda e anche molto troia. Mi vedevo con un mio collega, si chiamava Pietro, ma lui non mi faceva godere, perché quando chiavava, dopo due, tre colpi nella mia fica arrivava subito. E io ero più arrapata di prima. Allora cominciai a fare il giro delle discoteche di notte a Chișinău in cerca di cazzi. Me ne facevo cinque, sei a notte di uomini e alla fine, ma proprio alla fine, riuscivo ad avere un orgasmo e questo mi bastava, fino al giorno dopo.
Mia sorella Bictoria era il contrario di me, lei conviveva da anni con lo stesso ragazzo e penso che chiavasse solo con lui, noi due non parlavamo di queste cose quando ci vedevamo.
Frequentando gli ambienti notturni, venni in contatto con due tizi un po’ fuori dal comune. Erano abbastanza giovani, sotto i 30 anni, parlavano russo. Uno di loro aveva una grossa cicatrice sulla guancia destra e l’altro zoppicava perché aveva la gamba sinistra più corta dell’altra. Fra un cocktail e l’altro, facendo gli occhi dolci, e scoprendomi le gambe fino allo slip, feci loro sciogliere la lingua. Mi dissero che erano stati mercenari nella guerra civile a Donetsk e a Sloviansk, in Ukraina e che dopo 15 mesi avevano deciso di smettere perché i filorussi non li pagavano più come all’inizio della guerra, quando arrivavano milioni di dollari dalle casse della polizia segreta di Putin. Anche per loro, come per tanti altri mercenari, erano diventati pochi gli 80 dollari di paga, pochi almeno per rischiare il culo dopo che i nazionalisti Ukraini si erano cominciati a organizzare. Mi disse che all’inizio era una pacchia sparare a quel branco di cani randagi, abbandonati dai burocrati corrotti di Kiev. Ma poi si erano formati dei battaglioni spontanei provenienti dagli oblast di L’viv e Ivano Frankivsk. Mi parlò di un certo battaglione Dombass e del suo comandante, che portava sempre il passamontagna, e mi disse che erano stati loro, nonostante l’invio a rinforzo del battaglione Azov, che era filorusso, a tendere al loro gruppo un’imboscata nei boschi dell’Ukraina dell’est. E che in quella occasione lui si era beccato una pallottola che gli aveva perforato la guancia e l’amico un pezzo di mortaio che gli aveva tritato via un pezzo della gamba. Mi disse anche che gli Ukraini hanno dei bravi cecchini, perché in ogni campagna vanno sempre a caccia di bracconaggio.
Io li ascoltavo, facendo gli occhi dolci e accarezzandomi ogni tanto i miei capelli castani, ma a me della guerra non me ne fotteva un cazzo. Anzi, i racconti dei due avevano avuto l’effetti di eccitarmi e mi sentivo la fica tutta bagnata. Perciò avevo cominciato a guardare con insistenza il rigonfiamento dei pantaloni sotto la cintura di quello con la cicatrice. Lo attirai con la scusa di fumare, fuori della porta d’emergenza della discoteca e lì in mezzo ai bidoni della spazzatura lo toccai come so fare io. Ce l’aveva grosso, non mi ero sbagliata. Dopo 2 minuti avevo la sua grossa cappella in bocca e dopo 3 minuti eravamo in bagno a chiavare. Mi godevo quel cazzo enorme e pensavo a quando l’avrei raccontato a Pietro, così tanto per demoralizzarlo, lui lo aveva piccolo. Il mercenario russo, si chiamava Igor, mi sbattette per bene, a me piace farlo in modo violento e lui mi cacciò una mano in gola per tenermi mentre andava su e giù con il suo arnese nella mia fica. Sborrò, emettendo dei grugniti animaleschi, ma lo fece prima che io riuscissi ad arrivare. Però ci rivedemmo e, la volta dopo, ci riuscii anch’io, perché, facendo la troia e parlando con altre mie amiche moldave molto zoccole, scoprii che, se mi facevo leccare la fica, riuscivo a arrivare prima.
Ah! Non ve l’ho detto: quando io godo espello un sacco di muco dalla fica, sembra davvero una eiaculazione femminile, devo asciugarmi con un fazzoletto di carta. Igor non era entusiasta di leccarmela e di prendersi i miei succhi sulla lingua, gli sembrava un gesto degradante per un uomo vero. Ma poi gli dissi che se non lo faceva, io non avrei più chiavato con lui e, perciò, Igor cedette. Adesso ero io che godevo per prima dopo mezzo minuto di leccata e, quindi, mi tolsi la soddisfazione di lasciarlo anche in bianco qualche volta. Gli dicevo  “io sono così”,  e me ne tornavo a bere e a ballare mentre Igor rimaneva come uno stronzo fra i bidoni della spazzatura o nel cesso e lo sentivo che bestemmiava in Russo. Che risate!
Comunque con Igor chiavavo con un grande cazzo, che riusciva a riempire bene la mia fica e a farmi sentire una vera troia e la relazione andò avanti per qualche mese.
Nel frattempo, avevo lasciato per sempre quello scemo di Pietro, ce l’aveva troppo piccolo e, soprattutto, adesso non mi serviva più.

CONTINUA
© 2017 Stefano di Stasio, rubrica Prospettiva Monka